A metà maggio sono esplose in Marocco nuove proteste nella città di Al-Hoceima, centro importante del Rif, per denunciare gli alti livelli di corruzione e di disoccupazione, due dati endemici nel Paese, ma che si impennano nelle regioni lontane da Rabat.
Le manifestazioni sono avvenute a sette mesi dalle sommosse seguite alla morte di Mouhcine Fikri, il pescatore che rimase schiacciato da un camion nel tentativo di recuperare la sua merce sequestrata dalle autorità.
La folla si è mobilitata con forza nelle strade delle città del Nord e la polizia ha inasprito le misure di sicurezza, già particolarmente dure dopo gli eventi di novembre. Il leader delle proteste è Nasser Zefzafi, guida del movimento Hirak, che rappresenta l’opposizione nel Rif.
I media governativi hanno accusato il leader e la popolazione locale di minacciare l’integrità dello Stato, sostenendo che Zefzafi è un leader separatista pagato da potenze straniere per minare la stabilità. Nel contempo, il governo ha riconosciuto le problematiche che la regione vive e si è proposto di lanciare un serio piano di sviluppo economico.
La regione del Ruif Il Rifè sempre stata una regione ribelle, innanzitutto per l’alta presenza di berberi. A questo dato di carattere identitario si deve aggiungere che è una delle aree meno sviluppate del Paese: ciò ha sempre segnato gli sviluppi della società locale e il suo rapporto con il governo centrale.
In questa zona del Paese negli Anni 20, al momento dell’indipendenza dalla Spagna, la popolazione aveva creato una repubblica indipendente, usando come simbolo la bandiera berbera, con a capo Abdelkrim al-Khattabi, che tutt’ora è considerato un eroe locale. La repubblica fu riconquistata dalle truppe della monarchia marocchina in pochi mesi, ma i ‘lealisti’ furono costretti a sedare nuovamente una rivolta nel 1956 quando la popolazione si ribellò per le condizioni di vita proibitive.
In quel frangente fu imposta la legge marziale, la rivolta fu sedata nel sangue e l’allora monarca Hassan II arrivò a definire gli abitanti dei selvaggi, paragonandoli a delle bestie. Per molto tempo la legge marziale non venne abrogata.
La Hogra e la disoccupazione La situazione nella regione è rimasta nel tempo molto dura e nel 2011 quando iniziò la primavera araba in Marocco, fu una delle zone più attive nelle manifestazioni e anche il luogo in cui si registrarono gli unici scontri. Il monarca Muhammad II, con una posizione diplomatica, è riuscito a calmare le rivolte garantendo dei diritti culturali alla popolazione berbera e aprendo un processo per garantire alla zona maggiore autonomia. La situazione politica era sembrata migliorare fino quando a novembre l’uccisione di MouhcineFikri ha fatto riesplodere le problematiche.
Al centro delle proteste di novembre e di metà maggio ci sono due temi fondamentali.Il primo è indicato dalla parola araba “hogra", che indica la perdita di dignità profonda di un individuo. Questo concetto, spesso ripetuto negli slogan delle proteste, definisce la condizione di vita della popolazione locale.
Lo Stato centrale è considerato il responsabile di questa situazione: infatti, la totale assenza dello Stato permette ai governatori e alla polizia locale di diventare i padroni incontrollati di quelle zone, trasformando la corruzione nella regola economica della regione. Inoltre la decisione del governo centrale di aderire a regolamentazioni internazionali sulla pesca ha privato l’area di uno dei mezzi fondamentali per il proprio sostentamento.
Il secondo è la disoccupazione, in particolare giovanile. Il Marocco, come tutti i paesi del Nord Africa, è duramente colpito dalla crisi occupazionale che raggiunge picchi del 30%, ma nelle zone periferiche, come il Rif, il dato si impenna anche oltre.
Le soluzione del governo Lo sviluppo economico, guidato dallo Stato, si è concentrato nelle regioni del centro, mentre il Sud sopravvive grazie al turismo. In questo quadro il Nord non riesce a trovare mezzi di sostentamento adeguati.
Questi due problemi sono adesso percepiti centrali da re Muhammad II che ha risposto in modo molto diverso alle proteste di questi giorni e ha aperto una commissione che valuti un piano di sviluppo economico per il Rif. La monarchia ha confermato la capacità di capire le profonde problematiche del Paese, non utilizzando solamente lo strumento coercitivo, ma promettendo e lavorando sul fronte economico, confermando le proposte che erano state portate avanti nel 2011.
Nonostante tutto questo processo, mancano in realtà veri risultati. Non sembra infatti che le misure prese nel campo dello sviluppo possano realmente riuscire a risolvere il problema a breve termine.
Emanuele Bobbio è laureato all’Università di Roma la Sapienza in Scienze politiche e Relazioni internazionali, collabora con diversi giornali universitari mentre porta a termine la magistrale in International Relations presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna.
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