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Metodo di Ricerca ed analisi adottato


Il medoto di ricerca ed analisi adottato è riportato suwww.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com

Vds. post in data 30 dicembre 2009 seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità delloStato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento al medesimo blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

martedì 18 novembre 2014

Africa, Italia e Petrolio

Italia-Nord Africa
L’Italia e una nuova politica energetica europea verso il Maghreb
Nicolò Sartori
14/11/2014
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Le relazioni energetiche Euro-Mediterranee rappresentano una priorità strategica per l’Italia nel contesto della presidenza del semestre europeo.

Il nostro paese, infatti, è fortemente dipendente dalle forniture di idrocarburi provenienti dalla sponda meridionale del Mediterraneo, ed è quindi particolarmente interessato al rafforzamento delle modalità di cooperazione tra Unione europea (Ue) e Nord Africa nel settore energetico.

Cooperazione inter-regionale a maggior ragione necessaria in virtù degli importanti cambiamenti in atto nel Maghreb, dove la crescita della domanda energetica interna - trascinata da fattori socio-economici quali boom demografico e urbanizzazione - risulterà insostenibile se non verrà riformato il modello energetico attuale e avviata la transizione verso un approccio sostenibile all’energia.

Futuro delle forniture
L’Italia importa dai due principali produttori di idrocarburi del Maghreb - Algeria e Libia - una parte sostanziale dei suoi consumi di greggio e gas naturale. Queste forniture assumono oggi un ruolo ancor più strategico, in virtù della crisi tra Russia e Ucraina e del (presunto o reale) rischio di interruzione delle esportazioni di Gazprom verso i clienti europei.

Il Nord Africa, tuttavia, sta attraversando un’importante fase di accelerazione dei propri consumi interni - determinata da un sostenuto incremento della popolazione, così come dai rapidi processi di urbanizzazione, sviluppo industriale e elettrificazione delle aree rurali, che rischia di assorbire una quota sempre crescente della produzione locale di idrocarburi.

Questa situazione potrebbe determinare una serie di criticità per l’Italia, e più in generale, per l’Ue. Innanzitutto, rischi per la sicurezza degli approvvigionamenti energetici: la potenziale crescita dei consumi di combustibili fossili a livello regionale, se non accompagnata da un’espansione delle attività di exploration & production, potrebbe limitare sensibilmente la capacità dei produttori nordafricani di esportare verso i mercati europei.

In seconda battuta, questa situazione potrebbe contribuire ad acuire la già fragile situazione finanziaria dei paesi del Maghreb - i produttori dipendenti dalle rendite energetiche internazionali, i consumatori impoveriti dai costi elevati delle forniture - generando ulteriori instabilità e tensioni politico-sociali nella regione.

Criticità energetiche in Nord Africa
Nonostante le differenze che caratterizzano ciascuno dei paesi del Maghreb, la regione presenta alcune criticità e sfide comuni in materia energetica. Il ruolo preponderante dello stato e il dominio delle aziende pubbliche sul settore energetico sono certamente alcune di queste.

Sebbene il ruolo delle istituzioni sia fondamentale per assicurare l’implementazione delle politiche pubbliche, il peso eccessivo del potere politico sul settore energetico genera gravi inefficienze.

I budget in perdita delle compagnie energetiche nazionali ne sono l’esempio più lampante. A causa di un mastodontico sistema di sussidi universali, queste sono chiamate ad applicare a carburanti ed elettricità prezzi più bassi rispetto ai loro costi di produzione/generazione.

Questa situazione genera una spesa pubblica colossale - pari al 5% del Pil in Marocco, e al 7% in Egitto - e contribuisce anche a incoraggiare un utilizzo inefficiente delle risorse energetiche, portando a una crescita incontrollata della domanda.

Il dominio dello stato sul settore determina anche una forte influenza degli interessi politici e personali sul funzionamento dei mercati energetici. Questa situazione, che si traduce nella mancanza di un quadro regolatorio indipendente e trasparente, limita fortemente le possibilità di investimento privato - sia nazionale che internazionale - e con essa l’intera competitività del settore energetico e della regione.

Cooperazione energetica Ue-Nord Africa
Negli ultimi due decenni l’Ue ha cercato di sviluppare un modello di cooperazione energetica verso il Nord Africa, che purtroppo non ha prodotto i risultati sperati. Spesso percepite come eurocentriche e unilaterali, le iniziative europee non sono finora riuscite a favorire una concreta transizione energetica accompagnata a un più generale di sviluppo socio-economico e industriale del Maghreb.

Oggi, tuttavia, la situazione sembra essere in fase di rapida evoluzione, a causa dei cambiamenti politici introdotti dalla Primavera Araba e dalla consapevolezza che la transizione verso modelli energetici sostenibili non è più eludibile.

In questo contesto, i paesi del Nord Africa hanno effettivamente - se non avviato - quantomeno identificato, strategie e riforme da attuare per affrontare le sfide energetiche del prossimo futuro.

L’Italia, nel contesto del semestre europeo e in sinergia col nuovo Alto Rappresentante Federica Mogherini, ha l’opportunità di rilanciare l’azione energetica dell’Ue verso il Maghreb. Questo sforzo dovrà necessariamente tenere conto degli insuccessi del passato, e dare vita ad una cooperazione paritaria con i partner regionali.

Sarà inoltre necessario identificare obiettivi chiari (sebbene magari più circoscritti) che tengano in seria considerazione gli interessi locali, sia dal punto di vista puramente energetico che da quello più ampio di natura economico-industriale.

La pianificazione dei modelli del mercato elettrico, il miglioramento delle capacità di generazione e dei sistemi di interconnessione, lo sviluppo delle rinnovabili e il rafforzamento delle misure di efficienza, la convergenza dei quadri regolatori sono tutti elementi chiave per l’agenda europea nel Maghreb, il cui successo, tuttavia, non può prescindere da un radicale cambiamento di atteggiamento nelle modalità di cooperazione verso la regione.

Nicolò Sartori è responsabile di ricerca del Programma Energia dello IAI (Twitter: @_nsartori).
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lunedì 10 novembre 2014

Egitto: contro lo stato islamico

Medio Oriente
Grazie al Califfo, in Egitto arrivano gli Apache
Azzurra Meringolo
26/10/2014
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È ormai sicuro. I dieci Apache statunitensi stanno per atterrare in Egitto.

Certo, non si può dire che ci siano volati, visto che il Cairo li sta aspettando da più di un anno. Infatti, fanno parte di quei 1.3 miliardi di dollari che Washington fa arrivare ogni anno nelle tasche dell’esercito egiziano.

L’intervento con il quale i militari egiziani sono tornati al potere nel luglio 2013 aveva però messo sulle difensive la Casa Bianca.

Quando il 14 agosto 2013 l’amministrazione Obama ha visto le immagini dello sgombero del sit-in islamista di Rabaa Al-Adawya - episodio nel quale sono morti almeno 900 manifestanti - ha infine deciso di congelare l’intero pacchetto di aiuti che comprende anche 125 carrarmati, venti F16 e altrettanti missili Harpon.

L’Egitto nella lotta globale al terrorismo
Con tale mossa gli Stati Uniti hanno cercato di condizionare l’invio di quest’arsenale allo sviluppo democratico del paese. Ciononostante, gli Apache - più volte annunciati, ma mai atterrati - arriveranno lungo il Nilo in un momento il cui il paese è attraversato da un’ondata di scontri all’interno delle principali università.

A questa si somma il crescente controllo dello spazio pubblico di cui, soprattutto dal 2011, cercano, invano, di impossessarsi in primis i giovani.

Se da un lato la consegna degli Apache mette a nudo il fallimento del tentativo Usa di promozione democratica, dall’altro mostra l’abilità politica del nuovo presidente Abdel Fattah Al-Sisi.

L’ex generale, che da giugno guida ufficialmente il paese, sta infatti riuscendo a sfruttare al meglio il dossier della lotta all’autoproclamatosi “stato islamico”, inserendo l’Egitto nella lista dei paesi minacciati dall’avanzata dei terroristi, poco importa se siano quelli che si ispirano al Califfo o quelli che crescono in casa.

Il prezzo dell’adesione egiziana alla coalizione anti Califfo 
Dello sblocco degli Apache si è iniziato nuovamente a parlare proprio durante la riunione convocata, l’11 settembre scorso dagli Stati Uniti a Gedda per esaminare le modalità attraverso le quali combattere lo stato islamico.

Per la Casa Bianca era importantissima la partecipazione dell’Egitto nella coalizione, dove è concentrata la maggioranza della popolazione musulmana sunnita nell’area nord africana e sede di Al-Azhar, la massima autorità di questa compagine dell’Islam.

Sisi non ci ha pensato due volte ad alzare il prezzo dell’adesione alla nuova coalizione dei volenterosi. Oltre a esigere una serie di severe misure contro i Fratelli Musulmani in Qatar, il presidente ha chiesto lo sblocco degli Apache e un nuovo approccio degli Stati Uniti riguardo al dossier libico.

Mentre Washington, sempre più defilato da Tripoli, sponsorizza un dialogo che includa tutte le fazioni presenti nel paese, l’Egitto non vuole che gli islamisti partecipino ad alcun negoziato. Da mesi il Cairo ha infatti trovato nel general Khalifa Hiftar il suo interlocutore ideale, sostenendo, almeno logisticamente, la sua “Operazione Dignità” contro islamisti e “terroristi”.

Quando Sisi ha chiesto agli Usa di fare arrivare gli Apache nel Sinai - dove il presidente egiziano ha promesso di impiegarli nell’attuale campagna anti-terrorismo - il segretario di Stato Usa John Kerry non se l’è sentita di insistere sul blocco, considerando anche il ruolo che il Cairo gioca nelle negoziazioni tra israeliani e palestinesi.

A convincere Obama a sbloccare l’invio di questi elicotteri ha contribuito anche lo spauracchio del ritorno dell’influenza russa lungo il Nilo. A settembre, Mosca ha concluso con il Cairo un accordo di circa 3,5 miliardi di dollari che riguarda proprio l’arsenale militare.

Gli Usa non riescono a promuovere la democrazia egiziana
L’approccio inizialmente frontista degli Stati Uniti contro la deriva autoritaria egiziana ha lasciato in fretta spazio a un atteggiamento più soft. Diversi sono i motivi che hanno contribuito al fallimento della promozione democratica.

L’intervento militare del luglio 2013 è stato sostenuto non solo da milioni di egiziani (scesi in strada per chiedere elezioni anticipate non la sostituzione del presidente islamista Mohammed Morsi con un leader militare), ma anche dai generosissimi finanziatori del Golfo, - Qatar escluso - che continuano a essere il salvagente economico del paese, riducendo la sua dipendenza da altre potenze internazionali.

Inoltre, come di tradizione, il nuovo regime ha usato l’anti-americanismo come uno strumento di battaglia politica per screditare il messaggio proveniente da Washington.

Per ottenere risultati più concreti, la Casa Bianca avrebbe potuto inviare messaggi più duri, congelando altri privilegi - anche finanziari - riservati al Cairo e sospendendo, ad esempio, le operazioni di manutenzione delle forniture militari statunitensi, importantissime per l’attività quotidiana dell’esercito.

L'amministrazione statunitense avrebbe potuto decidere di bloccare le visite ad alto livello . Quando, poche settimane dopo la sospensione degli aiuti, Kerry è atterrato al Cairo, è stato chiaro che la Casa Bianca non era pronta a battersi veramente per la partita democratica egiziana. Washington si è così visibilmente incartato nella tormentata transizione egiziana.

A mostrarlo è anche un’ironica coincidenza: gli Apache, simbolo dell’assistenza Usa all’esercito egiziano, arrivano nel momento in cui lo staff del centro Carter chiude i suoi uffici lungo il Nilo.

L’organizzazione che tre anni fa aprì la sua sede egiziana per monitorare la transizione democratica, ha infatti denunciato restrizioni e violazioni di importanti diritti umani.

Azzurra Meringolo è ricercatrice presso lo IAI e caporedattrice di Affarinternazionali. Coordinatrice scientifica di Arab Media Report. Potete seguirla sul suo blog e su twitter a @ragazzitahrir.
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