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Metodo di Ricerca ed analisi adottato


Il medoto di ricerca ed analisi adottato è riportato suwww.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com

Vds. post in data 30 dicembre 2009 seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità delloStato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento al medesimo blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

giovedì 21 gennaio 2016

Libia: uno stato fallito. Che fare?

Medio Oriente
Italia in Libia, invertendo l’ordine dei fattori il risultato cambia 
Vincenzo Camporini
16/01/2016
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Tipici tempi mediterranei per la vicenda libica che si sta dipanando così tanto che non appare nemmeno più appropriato parlare di crisi.

E se non fosse per alcuni eventi e fattori di origine esterna, probabilmente la situazione potrebbe rimanere indefinitamente nello stato ‘post-Gheddafi’, con una frantumazione del potere su base localistica e tribale, in cui i singoli capi non vedevano alcun interesse a favorire un’entità statale sovraordinata che ne avrebbe eroso, appunto, il potere, in quanto l’unica istituzione che potremmo definire nazionalmente libica, la Banca Centrale, distribuiva in modo equanime, ‘a pioggia’, le risorse finanziarie frutto della rendita energetica, beneficando tutti quanti, senza preferenze.

La mancanza di una piena sicurezza interna era essenzialmente dovuta ai tentativi di guadagnare vantaggi che potremmo definire marginali, o alla naturale dinamica violenta di bande che tendevano ad allargare il perimetro dei propri traffici, a danno di altre bande, il tutto con scontri che avevano tutto l’aspetto di scaramucce più che di battaglie.

Crollo dei prezzi degli energetici e comparsa del Califfato
In questo quadro di stabile instabilità sono però intervenuti due fattori nuovi. In primis il crollo dei prezzi del mercato energetico, evento che ha prosciugato le risorse finanziarie disponibili da parte della Banca Centrale, la quale non è più in condizione di soddisfare pienamente le esigenze di tutti.

Il secondo è la comparsa dell’autoproclamatosi “stato islamico”, con una carica di tendenza all’espansione che mette a rischio gli equilibri in qualche modo consolidati, e poco importa se il fenomeno sia autentico o se si tratti solo di un revival dei gheddafiani. Questi fattori, che vanno a incidere su un equilibrio di fatto, potrebbero essere i catalizzatori di un’aggregazione politica verso il nuovo governo di unità nazionale che dovrebbe formarsi nei prossimi giorni.

Finora l’ipotesi di un sostegno militare al potere politico libico presuppone un governo unitario in carica, riconosciuto dalla comunità internazionale, che ne avanzi formale richiesta. Negli ultimi giorni però, anche forse per fare pressione sulle diverse fazioni, hanno cominciato a circolare voci di un possibile intervento diretto, specificamente volto a colpire gli islamici di Sirte, che hanno cominciato ad allargare in modo preoccupante il loro raggio di azione. La stampa ha parlato di fantomatici raid aerei condotti non si sa da chi (tutti i potenziali autori hanno categoricamente smentito) contro obiettivi dello ‘stato islamico’.

Intervento in Libia: il ricordo del 2011
Al di là della veridicità o meno di tali eventi, di cui personalmente dubito, si stanno concretizzando sottili pressioni sul nostro governo perché non si faccia cogliere di sorpresa da un’ipotetica iniziativa unilaterale di Francia e Gran Bretagna che si starebbe preparando. Nella convinzione che se questa dovesse concretizzarsi, l’Italia ‘non si potrebbe tirare indietro’.

È questo, purtroppo, uno schema che abbiamo già sperimentato nel 2011, in cui i nostri interventisti, anche con il determinante sostegno del Colle, certo ispirati dalla volontà di sostenere le ipotetiche ‘spinte verso la democrazia’ fatte balenare dalle ‘primavere arabe’, hanno avuto ragione sulla prudenza suggerita dal semplice buon senso.

Fu così che, a prescindere dal contributo italiano diretto alle operazioni, che ci fu e fu molto efficace, anche se le autorità di governo fecero di tutto per mascherarlo e minimizzarlo, il nostro paese mise a disposizioni le basi che resero possibile l’intervento, senza le quali Sarkozy si sarebbe dovuto limitare ad un intervento poco più che simbolico.

È proprio sul carattere abilitante della nostra posizione geografica e conseguentemente delle nostre basi militari che occorre riflettere, perché, al di là delle intenzioni politiche, occorre fare i conti con la realtà, con le geometrie e con le capacità esprimibili, a fronte degli obiettivi militari che si vogliono perseguire.

Oggi, ancor più che nel 2011, è francamente difficile pensare a efficaci operazioni militari in Libia contro il territorio controllato dalle milizie che si richiamano al Califfato senza un consistente contingente sul terreno, che deve essere fatto sbarcare e deve essere sostenuto operativamente e logisticamente.

Il controllo del territorio non può certo essere assicurato da qualche pur efficace operazione di commando, sicuramente in grado di conseguire qualche brillante successo tattico, ma che deve essere poi consolidato da una presenza continuativa.

Il tutto necessiterebbe ovviamente di un adeguato supporto aereo che dovrebbe inizialmente essere fornito non solo da una portaerei che incroci nel golfo della Sirte,ma anche da velivoli decollati da basi a distanza ragionevole, per non dovere ricorrere a dispendiose operazioni di rifornimento aereo, che in ogni caso ridurrebbero significativamente l’entità delle sortite che potrebbero essere generate.

Iniziativa unilaterale franco-britannica e basi italiane
Fatte queste premesse, ipotizzare un’iniziativa franco-britannica senza la piena disponibilità delle basi italiane, sia per gli aspetti logistici che per quelli operativi, appare quanto meno velleitario, se non irrealistico: mentre la Francia ha una capacità aeronavale assicurata dalla portaerei De Gaulle, la Gran Bretagna è in attesa dell’introduzione in servizio della nuova Queen Elizabeth, attualmente in costruzione, dotata degli F35-B, che verranno consegnati nel futuro.

L’ipotesi di un concorso Usa è da considerare come completamente irrealistico, sia per l’atteggiamento ideologico dell’amministrazione Obama, sia per la prossimità delle elezioni che condizioneranno pesantemente le capacità decisionali di Washington.

Ciò considerato, è sbagliato parlare di un intervento franco-britannico che trascinerebbe fatalmente una partecipazione italiana, semmai si deve parlare della necessaria acquisizione preliminare dell’assenso e della collaborazione italiana a un’operazione. E il nostro governo ne deve essere ben consapevole: è un caso in cui invertendo l’ordine dei fattori il prodotto può cambiare sostanzialmente, e può anche essere uguale a zero.

Vincenzo Camporini, già Capo di Stato Maggiore della Difesa, è vicepresidente dello IAI.
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Clima: aumento dei fattori di rischio

Economie del Mediterraneo
Cambiamento climatico, moltiplicatore di rischi ambientali di un ecosistema fragile
Eugenia Ferragina
10/01/2016
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Nel Mediterraneo l’aumento della temperatura rappresenta un vero e proprio moltiplicatore dei fattori di rischio, ma i suoi effetti si manifestano in maniera più forte nei paesi della riva Sud ed Est del Bacino (Psem) che associano a una limitata dotazione di risorse naturali, una scarsa capacità di risposta e di adattamento al cambiamento climatico.

Proiezioni climatiche
I modelli di proiezioni climatiche al 2050 prevedono un incremento medio della temperatura intorno ai 2 °C, un aumento del livello del mare dai 6 ai 12 centimetri, una riduzione delle precipitazioni compreso tra il 5 e il 10 % e una maggiore frequenza degli eventi estremi come siccità, ondate di calore, piogge torrenziali, cicloni.

Secondo gli esperti, l’impatto dell’innalzamento del livello del mare si manifesterà non tanto in termini di estensione del territorio interessato dalla sommersione, quanto in termini di percentuale di popolazione colpita, di diminuzione del Pil, di distruzione di centri urbani, aree coltivabili e zone umide.

L’Egitto, tra i paesi dell’area, è destinato a subire le maggiori perdite in termini di Pil (6-16 %), di popolazione colpita (10-20 %), di aree urbane (6-12 %) e agricole (15-35 %) interessate, perché nel Delta del Nilo risiede un’elevata percentuale di popolazione urbana e in quest’area si concentrano le principali attività economiche del paese, soprattutto l’agricoltura.

Riscaldamento climatico e degrado risorse primarie
Il riscaldamento climatico globale è destinato, inoltre, ad acuire i fenomeni di degrado delle risorse primarie, facendo interagire processi chimici e biologici - riduzione della biomassa, modifica dei livelli pluviometrici, aumento dell’evapotraspirazione, frequenza e intensità degli eventi climatici estremi - con i processi indotti dalla pressione antropica - distruzione della copertura vegetale, cambio di destinazione di uso dei terreni, intensificazione dell’agricoltura e dell’allevamento.

L’acqua è l’elemento che lega il cambiamento climatico alla desertificazione, poiché l’acqua assume il ruolo di agente di alcuni fenomeni di degrado del suolo, come nel caso dell’erosione idrica ed è, al contempo, responsabile dei processi di inaridimento del suolo.

Il cambiamento climatico ha contribuito negli ultimi decenni ad alimentare il divario tra domanda e offerta di acqua con pesanti ricadute sulla dotazione complessiva dei paesi, misurata dalla disponibilità idrica pro-capite.

Nei paesi europei mediterranei tale disponibilità si mantiene molto al di sopra dei mille metri cubi annui, individuata dalle organizzazioni internazionali quale soglia minima che consente di rispondere al fabbisogno complessivo di acqua di un sistema economico, mentre nei Psem la maggior parte dei paesi si trovano al di sotto dei 500 metri cubi, in una situazione di grave penuria idrica.

Forti divari si registrano anche per quanto riguarda l’indice di sfruttamento che misura il rapporto tra il volume complessivo di risorse rinnovabili presenti in un paese e il totale dei prelievi.

Nei Balcani tale indice si attesta al di sotto del 5 % e indica un livello di impiego dell’acqua estremamente contenuto in rapporto alla disponibilità, nei paesi mediterranei europei il tasso di sfruttamento si eleva al 20 %, ma è nei Psem che la percentuale di risorse idriche impiegate raggiunge quasi il 100 %. Dunque, margini di incremento dell’uso delle risorse idriche molto limitati, come nel caso della Giordania (92 %), dell’Egitto (98 %), della Siria (84 %) e di Israele (80 %).

Ecosistemi mediterranei 
Gli effetti del cambiamento climatico sono destinati ad influire in maniera significativa sulla resilienza di molti ecosistemi mediterranei e sulla diversità biologica, causando fenomeni di estinzione di specie e profonde modificazioni nella struttura e nelle funzioni degli ecosistemi.

I settori economici più a rischio sono quelli maggiormente dipendenti dalle risorse naturali, cioè il turismo e il settore agricolo. Già attualmente nella riva Sud ed Est del bacino la disponibilità di terra oscilla in media tra il 15 e il 25 per cento della superficie totale, le rese agricole sono inferiori alla media mondiale a causa della scarsa dotazione di terra e alla ridotta disponibilità di acqua e il tasso di autosufficienza alimentare supera il 50 % solo in Siria, in Egitto e in Marocco.

Un ulteriore deterioramento delle condizioni agro-climatologiche legate al riscaldamento globale rischia di rendere la dipendenza dalle importazioni alimentari un fattore di vulnerabilità politica. L’aumento del prezzo delle derrate alimentari di base sui mercati internazionali del 2008 e del 2011 e il conseguente aumento del prezzo del pane ha, infatti, contribuito alla fase di destabilizzazione che ha investito molti paesi dell’area, aumentando al contempo la competizione alla scala regionale per il controllo delle risorse essenziali per la produzione di cibo: acqua e terra.

Gli investimenti in terra che alcuni paesi arabi, in primis quelli del Golfo, hanno intrapreso negli ultimi anni sembrano confermare l’esigenza di esternalizzare la produzione agricola nell’ottica di contrastare i fattori di aleatorietà climatica e di ridurre la dipendenza da un mercato internazionale sempre più instabile.

Eugenia Ferragina è curatrice del Rapporto sulle economie del Mediterraneo.
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lunedì 11 gennaio 2016

Post in progress

domenica 3 gennaio 2016

Egitto: rapporti difficili con L'Arabia Saudita

Medio Oriente
Se l'Arabia Saudita scarica l'Egitto 
Azzurra Meringolo
24/12/2015
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La stampella che tiene in piedi l’Egitto starebbe vacillando. E i petrodollari che hanno garantito ad Abdel Fattah Al-Sisi l’ossigeno necessario per la nascita del “nuovo” regime egiziano potrebbero non essere più dati per scontati.

Con la morte di re Abdallah, i rapporti tra il Cairo e Riad si sono infatti raffreddati e, anche se re Salman e il presidente Al-Sisi sfruttano ogni foto per mostrarsi amici di lunga data, la crescente tensione traspare anche in diversi dossier.

Fratelli Musulmani e Iran
La prima questione è certamente quella relativa alla Fratellanza. Le paure saudite rispetto al ritorno dell’Iran sulla scena internazionale hanno portato gli Al-Saud a riconsiderare la loro posizione nei confronti dei Fratelli Musulmani, gli islamisti egiziani deposti nel luglio 2013 dai militari di Al-Sisi che, dopo averli dichiarati un’organizzazione terroristica, li ha nuovamente confinati alla clandestinità.

Riad, storicamente vicina ai salafiti (cugini dei Fratelli, ma su posizioni più estremiste) si è per anni battuta contro la Confraternita e i suoi finanziatori.

Temendo il ritorno alla ribalta di Teheran, gli Al-Saud stanno però cercando di serrare le fila del fronte sunnita. Re Salman sta tessendo una tela in cui, partendo dal tradizionale asse amministrato da Arabia Saudita ed Egitto, si possano intrecciare anche Turchia, Qatar e le varie diramazioni regionali della Fratellanza, dai palestinesi di Hamas agli yemeniti di Al-Islah.

A confermarlo è stato non solo il rilascio di molti Fratelli e attivisti egiziani imprigionati in Arabia Saudita durante il regno di Abdallah e la normalizzazione saudita nei confronti del Qatar, ma anche la fine delle pressioni che Riad ha a lungo esercitato sulla Gran Bretagna affinché questa definisse la Fratellanza un’organizzazione terroristica.

Ma se il Cairo è turbato dalla mano tesa dei sauditi verso la Fratellanza, Riad guarda con sospetto l’avvicinamento tra il Cairo e Teheran, più volte confermato dal Ministro degli Esteri egiziano che ha anche incontrato il suo omologo iraniano a latere dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

In questa occasione, oltre a parlare dei possibili rapporti commerciali derivanti dall’accordo sul nucleare, i due avevano discusso soprattutto della crisi siriana, dossier su cui si concentrano molte delle differenze tra Egitto e Arabia Saudita.

Le guerre in Siria e Yemen
Sostanziale è la divergenza dei due Paesi sul destino di Bashar Al-Assad. Mentre l’Egitto si allinea sulla posizione della Russia, alleato strategico del presidente siriano, l’Arabia Saudita ritiene che Assad sia la causa scatenante non solo della guerra in corso, ma anche dell’avanzata dell’autoproclamatosi “stato islamico”.

Al-Sisi, inoltre, si sente vicino ad Assad perché rappresentante di un regime - autoritario - che, come l’Egitto, conta principalmente sul suo esercito. In tale ottica, il presidente siriano è un rappresentante della vecchia guardia regionale che tanto piace ai restauratori egiziani.

A minare le relazioni tra Egitto e Arabia Saudita vi è anche la guerra in Yemen, conflitto nel quale Riad si è schierata contro gli Huthi e i sostenitori del presidente estromesso ‘Ali ‘Abdallah Saleh.

Anche se inizialmente l’Egitto sembrava voler cooperare con Riad (aveva infatti inviato forze aeree e navali a unirsi alla coalizione guidata dai sauditi contro gli Huthi), con il passare del tempo, la distanza tra i due paesi è diventata sempre più evidente. Una vera e propria frattura, sottolineata anche dalla decisione egiziana di non inviare truppe di terra in Yemen, distanziandosi da quanto fatto da altri membri della coalizione (Emirati Arabi, Sudan e Mauritania).

L’Arabia Saudita è quindi rimasta delusa dagli aiuti dell’Egitto che, pur considerando lo stretto di Bab al Mandeb una porta di accesso al Mar Rosso da tutelare, non vuole assumere un ruolo più attivo nell’operazione.

Ai ricordi della guerra fallita proprio in questo paese negli anni ’60, si sommano i timori derivanti dal cambio di marcia saudita nei confronti di Al-Islah, alleato locale della Fratellanza Musulmana che il Cairo non si vuole trovare a sostenere.

La Nato araba che non decolla
C’è infine un’altra questione che contribuisce a raffreddare la relazione tra il Cairo e Riad: l’evoluzione della cosiddetta Nato araba. Lanciato da Al-Sisi dopo la decapitazione dei copti egiziani in Libia e autorizzato dalla Lega araba, questo progetto fatica a decollare anche a causa di una serie di ostacoli posti proprio dall’Arabia Saudita.

È quindi evidente che tutti questi attriti stiano allontanando l’Egitto dal suo storico alleato. Non è però altrettanto chiaro fino a che punto queste frizioni condizioneranno il generoso sostegno - vitale per la sopravvivenza di Al-Sisi- che il Cairo riceve da Riad. Sulla stampa saudita sono già comparsi numerosi articoli che invitano gli Al-Saud a scaricare Al-Sisi.

Il “nuovo” regime può ancora contare sui petrodollari? I tempi sono maturi per raccogliere scommesse. Per chi scrive Al-Sisi potrà contarci meno di quanto fece Mubarak.

Azzurra Meringolo è ricercatrice presso lo IAI e caporedattrice di Affarinternazionali. Coordinatrice scientifica di Arab Media Report. Potete seguirla sul suo blog e su twitter a @ragazzitahrir.
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