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Metodo di Ricerca ed analisi adottato


Il medoto di ricerca ed analisi adottato è riportato suwww.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com

Vds. post in data 30 dicembre 2009 seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità delloStato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento al medesimo blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

venerdì 31 luglio 2015

Libia: tracciato un percorso per la ricostruzione dello Stato

L’Onu e l’accordo ‘zoppo’
Libia: un arduo percorso dopo Skhirat
Roberto Aliboni
26/07/2015
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L’11 luglio, le delegazioni libiche presenti a Skhirat (Marocco) hanno siglato la quinta versione di Léon per un accordo di concordia nazionale. L’accordo non è stato accettato dagli irriducibili della coalizione “Alba della Libia”, la coalizione che siede a Tripoli.

Nel corso dei primi sei mesi di quest’anno, “Alba” si è frantumata. Via via che gli ultimi round del negoziato lasciavano emergere l’accordo, i duri e gli irriducibili hanno costituito al posto di “Alba” un “Fronte della Fermezza” di milizie con un buon seguito nel Congresso Nazionale Generale (Cng) - la delegazione che non è andata a Skhirat e non ha firmato l’accordo.

Le istituzioni internazionalmente riconosciute di Tobruk hanno firmato, in particolare la Camera dei Rappresentanti (CdR). Tuttavia, dietro la firma appare in piena evidenza la spaccatura in merito alla presenza e al ruolo del generale Hiftar: circa la metà dei Rappresentanti non lo ha mai voluto e non lo vuole come capo supremo dell’Esercito Nazionale Libico.

Questi rappresentanti e altre forze, anche in seno allo stesso Esercito, aspettano che l’accordo di Skhirat entri in vigore per fare fuori il generale.

Il percorso che l’accordo prefigura
L’accordo - in sostanza una “road map” - prevede ora l’inizio di una seconda fase negoziale nel cui ambito dovranno essere regolati dettagli cruciali: la nomina del presidente e la formazione del Consiglio di Presidenza (che deciderà all’unanimità); la nomina dei membri del nuovo Alto Consiglio di Stato (una sorta di Senato con poteri consultivi - e forse alcuni poteri decisionali negli adempimenti politici maggiori - destinato a cooptare nelle istituzioni i membri del Cng di “Alba” fermo restando il legittimo ruolo di legislatoredella CdR); il governatore della banca centrale; il presidente della compagnia petrolifera di stato (Noc).

Infine, il Consiglio di Presidenza dovrà procedere allo scioglimento delle milizie e alla ricostituzione della catena di comando: è in questa prospettiva che i nemici trasversali di Hiftar prefigurano l’estromissione di Hiftar e dei suoi accoliti.

Dunque, la mediazione dell’Onu ha raggiunto il risultato di enucleare e poi aggregare al centro le forze moderate del paese, interessate e pronte al compromesso, ma - ciò facendo - ha altresì messo ai margini i loro bracci armati e consegnato la guida della transizione a delle forze politiche inermi, esposte alle prevedibili reazioni dei duri di destra e di sinistra. Né Hiftar né i comandanti delusi di “Alba” sono dei Cincinnati.

È evidente l’estrema fragilità di quello che in sé e per sé è un grande successo negoziale. Come oggi ovunque nella regione, i militari prevaricano ogni sviluppo civile e democratico, riproponendo un deplorevole corso storico nel Medio Oriente contemporaneo.

Come consolidare questo successo della diplomazia e proteggerlo dai rischi di violenze e colpi di mano che stanno appena dietro l’angolo, sia nelle vesti dei militari di Tobruk sia in quelle dei vari comandanti di Tripoli e dei loro patroni politici interni ed esterni?

Estrema fragilità del processo negoziale
Innanzitutto, il negoziato continua, sempre sotto la guida di Bernardino Léon (e della diplomazia americana ed europea che fin qui lo ha sostenuto con forza e competenza).

Léon molto saggiamente ha lasciato la porta aperta a tutti coloro che non hanno firmato a Skhirat, senza porre preclusioni di sorta ad islamisti e comandanti. Si ha ragione di credere che non pochi odierni oppositori finiranno per saltare sul carro di Skhirat: ovunque nel paese i sostenitori della guerra sono sempre più isolati. La previsione, perciò, è che l’accordo vada a consolidarsi.

In questa fase ulteriore del negoziato sarà molto importante il ruolo che sapranno svolgere i membri della comunità internazionale. Essi dovranno saper mettere bene in chiaro sia la loro volontà di aiutare la Libia a ricostruirsi come comunità democratica sia la loro intenzione di astenersi da ogni interferenza politica nei loro interventi a favore di questa ricostruzione.

L’opinione pubblica e le elite della Libia sono estremamente sensibili sul punto dell’interferenza ed il rischio è che qualunque benintenzionata azione dall’esterno sia subito affondata da qualsiasi gratuita accusa di asservimento ad interessi e cospirazioni di potenze straniere.

Il ruolo della Comunità internazionale
Ciò pone un grave problema per quanto riguarda l’aiuto di cui hanno invece estremo bisogno le inermi forze centriste destinate a governare la Libia sulla base degli accordi in corso.

L’emergente governo libico ha bisogno come minimo di forze internazionali destinate a sorvegliare i cessate-il-fuoco e le intese di sicurezza che il Consiglio di Presidenza è chiamato dagli accordi di Skhirat a mettere in pratica.

Più in generale ha bisogno di forze internazionali destinate a proteggere le istituzioni, le grandi infrastrutture e le missioni diplomatiche (una forza di cui è difficile per ora sapere se deve essere di semplice “peace keeping” o di “enforcement”).

È difficile dire quali Paesi potrebbero inviare queste forze: ci sono ovvii inconvenienti per quanto riguarda i Paesi occidentali, ma ce ne sono anche per quanto riguarda i paesi arabi e quelli africani. Tutti sono destinati a confrontarsi con una situazione estremamente volatile sul piano della sicurezza e impervia su quello politico.

Difficile da organizzare, l’intervento dell’Onu può essere facilmente complicato dalle interferenze in atto. La diplomazia occidentale - a prescindere dall’invio di forze di pace - dovrebbe premere sui suoi alleati arabi e africani - soprattutto sui primi - affinché non interferiscano.

Il Qatar alla fine di giugno ha emesso una chiara dichiarazione con la quale si è tirato fuori dal patrocinio che ha esercitato negli ultimi anni a favore delle forze di “Alba”e degli islamisti.

Nelle ultime battute del negoziato, la Turchia sembra essersi ugualmente tenuta da parte. L’Egitto continua invece a perseguire la sua forte interferenza a favore di Tobruk e soprattutto di Hiftar. È giunto il momento di riportare il Cairo alla ragione.

‘Astensioni’ e sanzioni
Infine, è anche giunto il momento di erogare le dovute sanzioni personali ai “cattivi” leader che si oppongono all’accordo e già agiscono come suoi “spoilers”.

La Reuters riportava il 20 luglio che l’Ue sta considerando una lista alla cui testa si trovano Abdulrahman Suweihli, un irriducibile di Misurata (in netta controtendenza con la sua stessa città), e Salah Badi, un noto “comandante” islamista. Sulla lista ci sarebbero anche Hiftar e il suo capo dell’aviazione, Jaroushi.

Sembrano mancare invece altri nomi di indomiti guerrafondai ed estremisti, come Nuri Bu Sahmein, il leader del Blocco dei Martiri e presidente del Cng. Avrà l’Ue il coraggio di farlo? Non è la prima volta che considera delle liste, ma finora nessuna decisione è stata presa. Una lista, convergente con quella Ue circola anche a livello del Consiglio di Sicurezza. Anche qui è arrivato il momento di agire.

Le misure che la crisi libica richiede per essere condotta a buon fine mostrano non poche volte l’esistenza di contraddizioni rispetto agli interessi di sicurezza dei Paesi della comunità internazionale chiamati a metterle in atto.

Abbiamo già evocato il caso dell’Egitto, ma anche la coalizione anti-Is, gli Usa, la Francia e l’Italia hanno degli interessi e delle urgenze che potrebbero portarli a forzature o strumentalizzazioni nell’interpretazione e nell’esecuzione di dette misure.

La pressione della lotta al sedicente Stato islamico, la necessità di proteggere gli interessi italiani e francesi in Egitto e nel Sahel, l’urgenza posta dall’emigrazione clandestina potrebbero indurre questi paesi e l’Ue a interventi in Libia - come il piano di lotta militare ai trafficanti - che a conti fatti si rivelerebbero dannosi alla nuova transizione democratica libica e, perciò, nel medio-lungo periodo, anche agli interessi nazionali che s’intende proteggere o promuovere.

Francia, Usa, Egitto e Italia hanno mezzi e motivazioni per intervenire e sostenere la società libica a uscire dalla sua crisi: ci si aspetta che lo facciano ma con la pazienza e la lungimiranza necessarie a non essere troppo influenzati dalle loro urgenze nazionali.

Roberto Aliboni è consigliere scientifico dello IAI.
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giovedì 30 luglio 2015

Eritrea: finalmente l'ONU si pronuncia

Diritti dell’uomo
In Eritrea, l’Onu mette in luce le ombre
Francesco Celentano
18/07/2015
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La commissione d’inchiesta sull’Eritrea ha presentato al Consiglio dell’Onu per i diritti umani il rapporto derivante da oltre un anno di analisi della situazione nel Paese africano: 484 pagine che sono state rese pubbliche il 26 giugno a Ginevra e definite, da molti osservatori internazionali, agghiaccianti.

La commissione era stata istituita nel giugno 2014 con la risoluzione 26/24 del Consiglio per i diritti umani. Lo scopo era di reperire informazioni veritiere, magari frutto d’ispezioni in grado di accertare la situazione dei diritti umani e in generale di sondare lo stato dell’arte in merito ai lavori di riassetto istituzionale iniziati nel 1997 con una nuova costituzione, mai applicata, e proseguiti con costanti modifiche normative volte ad implementare i poteri dell’Esecutivo.

Un rapporto in differita
Il rapporto della commissione d’inchiesta spiega come sia ormai la paura che governa il Paese anziché la legge. Una paura frutto del costante uso di violenza e giustizia arbitraria quali strumenti di esercizio del potere esecutivo a discapito di qualsivoglia forma di opposizione democratica, libertà di stampa e di espressione.

La commissione non ha mai potuto visitare il Paese, nonostante le numerose richieste formali presentate dai funzionari Onu, ed ha dovuto, quindi, redigere il rapporto basandosi “solo” su oltre 500 testimonianze e circa 160 resoconti scritti: tutte informazioni pervenute da cittadini eritrei fuggiti all’estero o segretamente attivi nell’opposizione al governo del presidente Isaias Afewerki.

Leggendo il rapporto si evince la totale assenza in Eritrea di uno stato di diritto. Ogni azione compiuta dal Governo, quindi, dalle torture fisiche, agli abusi sessuali, alle rappresaglie sull’intera famiglia di un condannato, non è considerabile come una violazione, mancando ogni forma di garanzie civili.

Il Paese è all’ultimo posto al mondo, preceduto solo dalla Corea del Nord, per libertà d’informazione. Esiste un unico partito, nonostante la citata Costituzione del 1997 preveda un parlamento multipolare, e vige un ufficioso divieto di espatrio che permette alla polizia di frontiera di “sparare per uccidere” qualsiasi cittadino eritreo che provi ad uscire dal Paese.

Cittadini in fuga: 5000 al mese
Nonostante sia rischioso, e molto costoso, sono moltissimi i cittadini eritrei, circa 5000 ogni mese, che provano a fuggire chiedendo asilo in Europa. Un tale dato spiega il motivo per cui il numero di richieste d’asilo provenienti dall’Eritrea e rivolte a Paesi dell’Unione europea (Ue) nel 2015 sia secondo solo a quello della Siria.

I cittadini eritrei che vivono, quindi, in una situazione di terrore documentata dall’Onu quest’anno, ma già resa nota nel 2014 da Human Rights Watch e da Reporters Without Borders, provano a fuggire, spesso inutilmente, sperando di essere accolti in realtà in cui vi sia rispetto per la vita umana.

A tal proposito il rapporto Onu spiega che buona parte degli atti documentati si potrebbe configurare come crimini contro l’umanità, possibili oggetto di ricorso alla giustizia penale internazionale, stante la sicura non accettazione di eventuali conseguenze da parte del governo in carica. Un governo, noto al mondo per il proprio isolamento internazionale, pari solo quello del regime nordcoreano, in grado di rigettare ogni forma di contestazione ma sempre disponibile ad accogliere aiuti internazionali.

La Comunità internazionale passiva
Fa specie, infatti, quanto poco si discuta del caso eritreo, legittimando indirettamente il governo a perpetrare il proprio atteggiamento, dispotico, sicuro di agire nell’indifferenza di una Comunità internazionale impegnata su altri fronti e comunque poco interessata al caso.

I media internazionali dedicano una discreta attenzione, ad esempio, alle vicende nordcoreane, caratterizzate dalle costanti minacce nucleari, ma non informano, se non marginalmente, circa quella che molti studiosi definiscono la Corea del Nord d’Africa, appunto, l’Eritrea.

Attualmente, il Paese è soggetto a sanzioni economiche dell’Onu per la propria connivenza con il gruppo terroristico somalo di stampo islamista Shabaab, ma non per il modo in cui tratta i cittadini.

Il rapporto ha evidenziato anche quanto le promesse democratiche del 1997 siano ormai cadute nel dimenticatoio, mentre le detenzioni arbitrarie e l’inesistenza di ogni forma di libertà hanno preso, tristemente, il sopravvento nel Paese.

È recente la notizia di un avvio delle trattative tra Ue e governo di Asmara per la concessione di oltre 300 milioni di euro in aiuti allo sviluppo. Tale iniziativa sta generando, a giusto titolo, le critiche di buona parte delle organizzazioni eritree sorte all’estero per sostenere la causa dei diritti umani nel Paese, prima tra tutte “Eritrei democratici”.

La richiesta, rivolta all’Ue, è di non concedere alcun aiuto economico se non in cambio d’impegni sul fronte della tutela dei diritti umani e soprattutto previa esposizione di un piano di rilancio dell’economia che chiarisca come, questi fondi, saranno impiegati.

Ancora una volta, quindi, l’Onu ufficializza, mediante un apposito resoconto, quanto già noto alla Comunità internazionale e ancora una volta quest’ultima, non fa niente, o quasi, per provare a risolvere quanto emerso.

Il Paese africano, come molti altri del continente, patisce ancora le conseguenze di una devastante colonizzazione, italiana prima ed etiope poi, entrambe poco proficue per la giovane nazione del Corno d’Africa che rischia di raggiungere nuovi tristi primati divenendo una sorta di campione assoluto di violazioni democratiche e dei diritti umani.

Francesco Celentano, neolaureato in Giurisprudenza e praticante legale, si sta specializzando nello studio del diritto internazionale, già oggetto della sua tesi di laurea redatta durante un periodo di ricerca presso l'ufficio delle Nazioni Unite di Ginevra.
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mercoledì 15 luglio 2015

Egitto: i rapporti non facili con la Libia

Sinai e Libia
Egitto, la crescente minaccia del terrorismo
Elvio Rotondo
13/07/2015
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L’Egitto, Paese considerato tra i più importanti dell’Africa settentrionale, è stato recentemente scosso da attentanti terroristici avvenuti all’interno dei suoi confini, specie nella penisola del Sinai, che hanno causato numerose vittime tra le forze dell’ordine e le forze armate, oltre che tra i combattenti affiliati allo Stato Islamico.

Senza considerare il disagio della popolazione locale stanca per un’emarginazione che va avanti da tempo. Sabato 11 luglio, un’esplosione al Cairo ha investito il Consolato d’Italia, facendo un morto e almeno nove feriti, tutti cittadini egiziani.

La situazione nel Sinai
La penisola del Sinai è ormai molto nota non solo in quanto meta di vacanze nelle bellissime località sul Mar Rosso e nelle spiagge dei resort turistici famosi come Sharm el Sheikh, ma, purtroppo, anche per gli attacchi sempre più sanguinosi portati da cellule affiliate allo Stato Islamico.

La povertà e l’alienazione politica tra i beduini, nativi della regione, hanno permesso a gruppi armati di prosperare in un terreno fertile, presentando nuove minacce all’equilibrio regionale. Molti gruppi si sono riuniti sotto il controllo di Ansar al-Bayt Maqdis, formazione affiliata prima ad al-Qaeda e dallo scorso novembre allo Stato Islamico. Il gruppo, secondo alcune fonti, sarebbe composto da stranieri, jihadisti della regione e appartenenti a tribù locali e conterebbe su diverse migliaia di combattenti.

Il ruolo di Hamas
Secondo alcune fonti, uno degli elementi destabilizzanti per la penisola del Sinai è il gruppo di Hamas, inserito ultimamente dall’Egitto nell’elenco delle formazioni terroristiche per il coinvolgimento del suo braccio armato negli attacchi contro le forze di sicurezza egiziane nella penisola a partire dal 2013, subito dopo la deposizione dell’ex president Morsi.

Gli attacchi sono arrivati nonostante le misure di sicurezza rigorose imposte dall'esercito egiziano nel Sinai, tra cui il coprifuoco notturno e la creazione di una zona cuscinetto lungo il confine di Gaza per evitare l’infiltrazione dei militanti dal territorio palestinese.

Un bilancio sanguinoso
Sembra che una quantità imprecisata di armi ed esplosivi arrivino attraverso i tunnel scavati a ridosso del confine e utilizzati principalmente per il contrabbando. Solo pochi giorni fa, è stato motivo di preoccupazione il lancio di tre razzi dal Sinai verso il territorio di Israele probabilmente con l’intento di innescare una reazione da parte dello stesso.

La maggiore determinazione del governo egiziano a combattere i gruppi legati all’IS nella Penisola del Sinai avrebbe comportato un’intensificazione e una maggiore complessità degli ultimi attacchi da parte dei combattenti jihadisti nella penisola.

Dal mese di ottobre scorso, la polizia e l'esercito hanno intensificato ulteriormente la presenza nel Sinai. Dal rovesciamento del governo del presidente islamista Mohammed Morsi nel luglio del 2013 sarebbero stati uccisi almeno 600 tra poliziotti e personale delle forze armate.

L’impegno dell’Egitto in Libia
Sul fronte libico si percepisce un forte impegno egiziano a sostenere il governo legittimo libico a Tobruk. Fonti autorevoli riportano che l’Egitto fornirebbe armi ed equipaggiamento militare al generale Haftar, comandante delle forze armate libiche.

Secondo quanto riferito da IHS Jane’s, recenti immagini satellitari di Google Earth avrebbero mostrato cinque MiG-21, probabilmente di provenienza egiziana, alla base aerea di Gamal Abdel Nasser, a 25 km a sud di Tobruk. Secondo il giornale in lingua inglese Libya Herald, oltre all’Egitto, gli Emirati Arabi Uniti avrebbero fornito all’esercito libico elicotteri d’assalto Mi-35 nel mese di aprile.

La Libia è considerata un boccone particolarmente ghiotto dai gruppi affiliati all’IS, poiché luogo dove regna il caos con armi e munizioni facilmente recuperabili in tutto il territorio e punto strategico di notevole importanza.

La presenza degli jihadisti dello stato islamico in alcune zone della Libia ha notevolmente aumentato il caos già presente nel Paese, preoccupando sempre di più non solo il governo legittimo con sede a Tobruk e quello di Tripoli (non riconosciuto dalla maggioranza della comunità internazionale), ma anche i paesi vicini.

Azioni di rappresaglia
L’Egitto è uno di questi paesi e proprio qualche mese fa ha agito militarmente in Libia come rappresaglia, lanciando una consistente offensiva aerea contro le postazioni dei jihadisti colpendo obiettivi a Derna e utilizzando le proprie forze speciali nella zona, a seguito della decapitazione di 21 prigionieri cristiani egiziani da parte dell’IS.

Per il presidente al-Sisi la guerra civile libica rappresenta una minaccia non solo per la presenza di gruppi affiliati allo Stato islamico e la vicinanza geografica, ma anche per la presenza dei sostenitori dei fratelli musulmani, nemici giurati da quando ha assunto la direzione del paese nel 2013, spodestando il presidente Mohammed Morsi ei suoi sostenitori.

Il fronte yemenita
Il Governo egiziano si trova pertanto a dover fronteggiare le minacce terroristiche dalla Libia, dalla penisola del Sinai e le proteste nelle città egiziane da parte di elementi della Fratellanza Musulmana, nemici dichiarati di al-Sisi.

L’Egitto è anche impegnato militarmente nella coalizione a guida saudita contro lo Yemen e contro gli Houthi che hanno rovesciato il presidente Hadi. Nei primi giorni del mese di maggio il governo egiziano aveva prorogato di tre mesi l’impiego all’estero di elementi appartenenti alle forze armate per continuare la partecipazione alla coalizione contro lo Yemen.

Non è decisamente una situazione idilliaca per il governo egiziano dover affrontare contemporeneamente I numerosi problem che impattano con la sicurezza nazionale. Un’estate bollente da tutti I punti di vista.
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giovedì 2 luglio 2015

Mediterraneo e la perdita della sua centralità

Prospettive orientali
Il Mediterraneo e la via della seta
Giuseppe Cucchi
21/06/2015
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A differenza di altri Paesi, che sono in pari tempo mediterranei ed atlantici, l'Italia è sempre stata, malgrado le sue aspirazioni, un Paese mediterraneo.

Anche in queste poche decadi in cui il ranking nazionale in seno al Gotha dell'economia mondiale ha obbligato l'Italia a considerare quanto avviene nel mondo con una visione globale, il fuoco della nostra attenzione si è sempre concentrato sull'area corrispondente al cosiddetto "Mediterraneo allargato".

Non che le due altre sfere naturali della nostra politica, quella atlantica e quella europea, venissero trascurate, anzi. L'approccio italiano a tali ambiti era però sempre un approccio caratterizzato dalla mediterraneità del Paese.

Nella Alleanza atlantica entrammo sin dall'inizio a titolo pieno, unico fra i paesi sconfitti nella Seconda Guerra Mondiale, anche perché portavamo in dote una posizione geografica che ci rendeva indispensabili per il controllo dei due settori del Mediterraneo.

Considerazione che spiega anche perché l'Italia sia stata sino a poco fa l'unico membro storico della Nato in cui la presenza militare Usa è cresciuta, e non calata, dopo la caduta del muro di Berlino.

Oltre alla dimensione atlantica, anche quella europea della nostra politica è stata sempre condizionata dalla dislocazione mediterranea del nostro Paese.

Nei tempi andati, quando la Politica agricola comune fruiva del novanta per cento del bilancio del Mec, la nostra produzione agricola ci associava automaticamente a quella degli altri Stati che si affacciavano sul bacino.

In tempi più recenti, le nostre preoccupazioni politiche si sono concentrate più sul quadrante arabo e su quello balcanico dei confini europei piuttosto che su quello baltico o dell'Europa centrale.

Mediterraneo non più centrale
Da molti secoli però il Mediterraneo non ha più quella centralità di cui aveva goduto sino alla fine del 1400, allorché i viaggi di Colombo da un lato, quelli di Vasco da Gama dall'altro, hanno iniziato l'era della "centralità atlantica".

Da ombelico del mondo europeo, strada maestra di tutti i suoi commerci, sede degli Stati più ricchi ed avanzati del continente, il mare nostrum è decaduto al ruolo di bacino secondario.

I Paesi rivieraschi che non avevano anche una sponda atlantica hanno dovuto subire, da quel momento in poi, una storia fatta da altri, senza più godere della possibilità di scolpire da soli il proprio destino. Una condizione che l'apertura del Canale di Suez ha un poco alleviato, senza però riuscire a mutarla radicalmente, alcuni secoli dopo.

Nulla dura in eterno ed anche la "centralità atlantica" ha imboccato da ormai un ventennio, in parallelo alla straordinaria crescita politica ed economica dell'Asia, la strada del declino. Ad essa sta subentrando la "centralità del Pacifico", che gli Stati Uniti hanno immediatamente recepito spostando dalla costa Est alla costa Ovest del loro grande Paese larga parte della loro attenzione.

In Europa invece nulla è cambiato, nonostante che il commercio da e per l'Asia si faccia di giorno in giorno più intenso e che tutte le importazioni ed esportazioni europee siano inesorabilmente costrette a seguire, in assenza di agevoli percorsi stradali o ferroviari, la rotta di Suez.

Si trattava di una occasione straordinaria per ridare al Mediterraneo una nuova centralità, in ambito europeo e non soltanto in quello. Gli Stati rivieraschi non hanno pero saputo coglierla, forse perché adeguarsi alla nuova situazione avrebbe di necessità comportato un radicale cambio di passo e di mentalità.

Dal nazionale all'internazionale, dal tattico allo strategico, da una visione a breve a una a lunga scadenza. Il tutto integrato dall'avviamento di opere di dimensioni colossali che richiedevano l'impegno di capitali altrettanto colossali ed avrebbero dovuto essere realizzate in tempi molto ristretti.

Il risultato è stato che si è fatto poco o nulla e che le poche battaglie combattute - in Italia quella per trasformare Gioia Tauro nel terminale dei containers cinesi e giapponesi e quella per aprire il porto di Taranto ai cinesi - sono state regolarmente perse.

Anziché recuperare centralità il Mediterraneo rimane così al margine, mentre le merci asiatiche entrate da Suez escono da Gibilterra e continuano ad essere scaricate nei grandi porti atlantici europei. All'orizzonte oggi si stanno profilando due cambiamenti che richiedono grande attenzione e lungimiranza strategica.

Rotta del Nord contro via della seta
Il primo è il progressivo riscaldamento del pianeta che propizia lo scioglimento dei ghiacci rendendo a poco a poco praticabile la rotta intercontinentale che unisce l'Asia all'Europa passando a Nord della Russia.

Ancora dieci, quindici anni e se non si verificano poco probabili inversioni climatiche questa rotta a Nord, molto più corta e quindi più economica, finirà col prevalere sulla rotta a Sud.

Il secondo è invece rappresentato dal colossale progetto cinese, presentato pochi mesi fa dal presidente Xi Jin Ping e denominato "Silk road, silk belt". L'idea cinese è quella di riuscire ad attivare, nel breve giro di una decina d'anni, un grande fascio di comunicazioni stradali e ferroviarie che colleghino l'Asia all'Europa passando per Asia centrale e Russia, ed approdando infine in Germania, con tempi di percorrenza quanto più possibile ridotti.

A questa "silk belt", che per gran parte ricalcherebbe l'antica via della seta, si dovrebbe affiancare una grande rotta marittima, la "silk road", che unirebbe la Cina all’Africa e all'Europa terminando, con uno straordinario richiamo storico culturale, nella Venezia da cui Marco Polo partì un tempo per il lontano Katai.

Quale siano la serietà e la portata dell'iniziativa cinese è dimostrato dalla velocità con cui si è mossa Pechino, riuscendo a concludere in brevissimo tempo accordi sul progetto tanto con la Russia quanto con il Pakistan.

Una ulteriore conferma è la dimensione degli impegni finanziari già assunti dai cinesi, che hanno posto quaranta miliardi di dollari a disposizione degli Stati asiatici desiderosi di associarsi ma bisognosi di consistente sostegno economico tanto per intervenire sui loro assi stradali e ferroviari che per incrementare le loro capacità portuali lungo l'asse marittimo.

Quest’ultimo treno…
C'é così in ballo una nuova e forse definitiva sfida per quello che riguarda la "centralità mediterranea”. In una decina d'anni, se non vogliamo che i piani cambino, dobbiamo infatti attrezzarci perché i nostri porti dell'Adriatico riescano - magari in sistema con quelli dell'altra sponda - ad assorbire ed a smistare il prevedibile colossale volume di traffico.

A corollario e completamento di questo andrebbero poi potenziati anche i nostri i collegamenti stradali e ferroviari con la Germania, in maniera tale da congiungere adeguatamente il terminale di arrivo marittimo della "silk road, silk belt" con quello terrestre.

Non si tratta di impresa da poco, ma la sfida ed il conseguente impegno sono talmente forti che potrebbero costituire il decisivo colpo di frusta per la ripresa della nostra economia.

E poi .... c'era una volta una vecchia canzone che parlava dell'ultimo treno, "the three ten to Yuma...", il treno delle tre e dieci del mattino per Yuma. Se perdi quello è inutile che aspetti, perché non passeranno altri treni. È quanto succederà alla "centralità mediterranea" se il nostro ed altri Paesi dell'area non saranno capaci di raccogliere il guanto di una sfida che è in pari tempo una straordinaria opportunità.

Giuseppe Cucchi, Generale, è stato Rappresentante militare permanente presso la Nato e l’Ue e Consigliere militare del Presidente del Consiglio dei Ministri.
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