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Metodo di Ricerca ed analisi adottato


Il medoto di ricerca ed analisi adottato è riportato suwww.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com

Vds. post in data 30 dicembre 2009 seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità delloStato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento al medesimo blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

giovedì 27 giugno 2013

Marco Massoni: articcle for CeMIss

Dear participants to the Joint AUR – NDCF Conference Italy and the New International Challenges
 
As a follow-up, please, find, hereby attached, two more documents of common interests:
 
      Post-Western Scramble for Africa?
 
 
Best regards,
 
 
Marco Massoni

venerdì 21 giugno 2013

Africa: ancora pirateria in primo piano

Golfo di Guinea
Nigeria 117
Il 18 giugno scorso, l’IMB (International Maritime Bureau) ha affermato che, nel primo trimestre 2013, gli attacchi pirati, in Africa, sono stati 66, in netto calo rispetto ai 102 dello stesso periodo nel 2012. Il dato interessante, però, è stato che gli episodi di pirateria in Africa occidentale hanno superato quelli avvenuti lungo le coste della Somalia. Il maggior numero di incidenti (15 attacchi, di cui 3 sequestri) si è verificato, infatti, nel Golfo di Guinea (di cui 11 in Nigeria, 3 in Costa D’Avorio e 3 in Congo). Attacchi pirata sono avvenuti anche in Togo e nel Benin. Sono solamente 5, invece, gli incidenti registrati in Somalia. Lo stesso Capo di Stato Maggiore della Marina italiana, l’Ammiraglio Giuseppe De Giorgi, qualche giorno fa, ha sottolineato come, in Somalia, i risultati delle missioni Atlanta, Ocean Shield e le iniziative marittime nazionali, come i nuclei militari di Protezione, del 2° Reggimento San Marco, fosser! o stati molto positivi.
La situazione della pirateria nel Golfo di Guinea è, dunque, diventata significativa. Mentre in Somalia le attività dei pirati si contraddistinguono per l’obiettivo di ottenere un riscatto dopo aver preso in ostaggio gli equipaggi delle navi in transito, la situazione sociale e di sicurezza nei Paesi che si affacciano sul Golfo di Guinea ha permesso degli sviluppi diversi del fenomeno della pirateria. Maggiormente legati alla criminalità organizzata, infatti, i pirati nella regione dell’Africa occidentale non si accontentano dei riscatti, ma, attaccando soprattutto le petroliere che transitano nell’area, ricca di idrocarburi, non disdegnano di vendere direttamente il greggio al mercato nero.
Per adesso, la comunità internazionale è ancora rimasta abbastanza indifferente a tale fenomeno. Ma l’importanza della regione e la necessità di proteggere le tratte per l’approvvigionamento di idrocarburi che passano dal Golfo di Guinea ! richiedono, necessariamente, un’attenzione sempre maggiore verso il fenomeno della pirateria nell’area.

sabato 15 giugno 2013

Sudan: rapporti sempre difficili con il Sud Sudan per il petrolio

Lo scorso 8 giugno il Presidente sudanese, Omar Hasan Ahmad al-Bashir, ha ordinato l’interruzione dei flussi dell’oleodotto che conduce il greggio dal Sudan del Sud fino a Port-Said, sulla costa del Mar Rosso, in Sudan. La condotta, secondo quanto stabilito dal governo sudanese, dovrebbe tornare in funzione tra 60 giorni. Il petrolio sud-sudanese aveva ricominciato a transitare dal Sudan ad aprile, dopo un’interruzione di più di un anno causata da un’escalation delle tensioni tra i due Paesi, dovute in particolare alla questione delle quote sui profitti della vendita del greggio e al costo del suo transito. 
Il 27 maggio, Bashir ha minacciato di fermare l’oleodotto se Juba avesse continuato a supportare i ribelli dell’SRF (Sudan Revolutionary Front), attivi in particolare nel Sud del Kordofan e nella regione del Nilo Azzurro con l’obiettivo di rovesciare il regime sudanese. Secondo il capo dell’intelligence sudanese, Mohamm! ed Atta, i guerriglieri continuano ad essere riforniti da Juba con armi, munizioni, benzina, pezzi di ricambio per mezzi e cibo. Khartoum suppone inoltre che Juba utilizzi, o possa utilizzare, gli utili derivanti dal petrolio per sostenere la guerriglia.
A seguito degli accordi stretti tra le due parti nel 2011 – quando cioè il Sudan del Sud ha ottenuto l’indipendenza da Khartoum – Juba ha conservato il 75 per cento di quella che era la produzione petrolifera complessiva sudanese, ma continua tuttavia a dipendere dalle infrastrutture e dai porti del Sudan per le esportazioni. L’interruzione dei flussi in territorio sudanese causano dunque grossi danni economici al Sudan del Sud, che ricava dai suoi depositi di greggio il 98 per cento dei profitti statali ed è privo di sbocchi sul mare. Va rilevato, in ogni caso, come anche l’economia di Khartoum potrebbe risentire negativamente del blocco del traffico di petrolio, considerati gli ingenti utili delle esportazio! ni. Quella del Sudan potrebbe dunque essere nient’altro che un’ulteriore intimidazione nei confronti del vicino meridionale.

Libia: attacco alle legazioni occindetali


Libia 116
Un’auto dell’ambasciata italiana è stata fatta esplodere a Tripoli, nel distretto di Zawiat al-Dahmanim nel pomeriggio dell’11 giugno. L’esplosione non ha causato vittime: il personale diplomatico, accortosi della possibile manomissione, aveva infatti abbandonato il veicolo e allertato le forze di polizia, facendo mettere in sicurezza l’area. L’episodio non è il primo attacco portato a termine contro le delegazioni occidentali. Lo scorso 23 aprile, un’autobomba era stata fatta esplodere davanti all’ambasciata francese, ferendo gravemente due persone; risale, invece a gennaio l’attentato - fallito - contro il Console Generale italiano a Bengasi, Guido de Sanctis, in seguito al quale l’Italia aveva deciso di chiudere la propria missione nella città della Cirenaica.
Il progressivo deterioramento delle condizioni di sicurezza rappresenta una questione di primo ordine per il governo libico che, a quasi un anno dalle prime ! elezioni del post-Gheddafi dello scorso luglio, non sembra essere ancora in grado di farsi garante della stabilità interna al Paese. La presenza di milizie e gruppi armati, che avevano partecipato alla Rivoluzione del 2011 contro l’ex Rais e sono rimasti tuttora operativi, aggrava ulteriormente la percezione di questa precarietà. Nonostante alcune di esse siano gruppi ben organizzati, spesso su base regionale o locale, le milizie rimangono un elemento di instabilità per la sicurezza della popolazione, soprattutto in mancanza di una Forza Armata nazionale più strutturata. In proposito, significativo è l’incidente dello scorso 8 giugno, quando la manifestazione a Bengasi contro la sede della Libya Shield Forces – brigata dipendente dal Ministero della Difesa - è degenerata in un violento scontro armato con i miliziani, che ha provocato la morte di 31 persone e le conseguenti dimissioni del capo di Stato Maggiore Youssef al-Mangoush. Il governo ha annunciato l’implementazione di un piano per lo smantellamento dei gruppi irregolari e l’integrazione nelle Forze di Sicurezza libiche delle milizie operative sotto l’egida del Ministero degli Interni e della Difesa, da realizzarsi entro la fine del 2013.
(Fonte Cesi)

Egitto: la disputa per l'acqua con l'Etiopia


Egitto 116
Il Presidente Morsi, parlando nelle scorse ore alla Popular Conference on Egypt’s Right to Nile Water, è tornato a difendere la posizione del proprio governo riguardo la disputa con l’Etiopia sulle acque del Nilo. Oggetto della contesa è l’annunciato inizio dei lavori, lo scorso 28 maggio, per la parziale deviazione del corso del Nilo Blu, necessaria per proseguire la costruzione della Great Ethiopian Renaissance Damn (GERD), la più grande diga idroelettrica del continente. Il progetto, che permetterebbe al governo di Addis Abeba di produrre annualmente all’incirca 15 mila GW di energia, è stato osteggiato dall’Egitto sin dal 2010: costruita nella regione etiope di Benishangul-Gumuz, le autorità del Cairo sostengono che la GERD devierebbe uno dei principali affluenti del Nilo, riducendo la disponibilità di acqua per la popolazione egiziana. Nonostante le rassicurazioni ricevute da un panel internazionale di esperti (l’IPoE), Mo! rsi ha ribadito l’intenzione del governo di ricorrere a qualsiasi misura si rivelasse necessaria per preservare le attuali forniture d’acqua al proprio Paese (l’Egitto riceve dal Nilo attualmente 55 miliardi di metri cubi l’anno). Secondo il governo egiziano, una riduzione significativa della capacità idrica del Nilo potrebbe avere ripercussioni, in particolare, sull’attività agricola, aggravando le già precarie condizioni economiche che il Paese si trova ad affrontare.
Critiche alle parole del Presidente Morsi sono giunte dalle autorità di Addis Abeba, che hanno dichiarato la propria indisponibilità a interrompere i lavori. Il Ministro degli Esteri egiziano, Mohamed Kamel Amr, dovrebbe recarsi in Etiopia nella giornata di domenica per incontrare il suo omologo e cercare una soluzione condivisa sulla questione. Il Cairo considera il progetto una violazione alle disposizioni coloniali, che assegnavano all’Egitto e al Sudan il diritto di utilizzare il 90 pe! r cento delle acque del fiume. L’Etiopia, da parte sua, non considera più in vigore tale disposizione: già nel 2010, infatti, aveva avviato trattative con Ruanda, Uganda, Kenya e Tanzania per regolare in modo più equo la distribuzione delle acque del Nilo, giungendo alla stipula dell’Entebbe Framework Agreement, che l’Egitto, lo scorso gennaio, si è rifiutato di firmare.
(Fonte C.E.S.I.)

Marocco: un paese il forte crescita

Il paradosso marocchino
Giulia Fagotto
06/06/2013
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Con una popolazione di oltre 32 milioni di abitanti e un prodotto interno lordo (Pil) che ha sfiorato i 76 miliardi di euro nel 2012, il Marocco si colloca al terzo posto tra i paesi del Nord Africa per le dimensioni della propria economia, alle spalle di Egitto e Algeria.

Si tratta di un paese in forte crescita, con una popolazione giovane e dotato di una politica per l’attrazione degli investimenti stranieri ben oliata. Ciò apre delle buone opportunità per le aziende italiane. Il nostro paese è infatti attualmente al quinto posto tra i partner commerciali del Marocco con un valore di interscambio pari a 2,3 miliardi di euro nel 2011. Questi alcuni degli spunti formulati dal rapporto Italian Business in Morocco redatto dagli esperti di Studi e Ricerche per il Mezzogiorno (SRM) e presentato il 6 giugno in un incontro pubblico organizzato a Roma in collaborazione con l’Istituto Affari Internazionali (IAI).

L’immagine del Marocco come paese dalle forti potenzialità economiche si è ulteriormente rafforzata all’indomani della turbolenta stagione delle Primavere arabe. A differenza dei regimi tunisino, egiziano e libico, la monarchia marocchina non è stata spazzata via dalle proteste scoppiate nel 2011 e capeggiate dal movimento del 20 febbraio. Quali fattori hanno permesso il concretizzarsi dell’“eccezione marocchina” e quali sfide la attendono?

La decisa risposta del re
L’arresto prematuro dell’ondata rivoluzionaria è stato dovuto in primo luogo all’efficace tempismo dall’azione riformista del re Mohamed VI, il quale già negli anni precedenti aveva promosso un lento ma costante processo di liberalizzazione, rompendo definitivamente con la repressione degli “anni di piombo” (1970)del padre Hassan II. Con l’approvazione, tramite referendum, delle modifiche costituzionali e le elezioni anticipate del novembre 2011, la protesta popolare ha infatti perso slancio sia in termini di presenza numerica che di spinta rivendicativa.

Un ulteriore fattore, spesso sottovalutato ma non per questo meno determinante, è la scarsa politicizzazione della società che, complici l’alto tasso di analfabetismo e lo storico trend di disaffezione politica, ha condotto il popolo marocchino ad affidarsi alle riforme del sovrano piuttosto che proseguire la protesta.

Figura emblematica, quasi paterna, il sovrano rimane quindi l’elemento chiave per comprendere lo sviluppo socio-politico del Paese. Grazie alla legittimità dinastico-religiosa della casa reale, il cui lignaggio discende in linea diretta con quello del profeta Mohammed, e al suo ruolo di collante tra le divisioni etniche (es. berberi), il re è il simbolo indiscusso dell’unità nazionale.

Il governo fantoccio
La stessa elezione di Abdelillah Benkirane, leader del partito islamico Giustizia e Sviluppo (PJD), a capo del governo è stata giudicata come un ulteriore passo verso la legittimazione del progetto di “cambiamento” proposto da Mohammed VI. Dopo una campagna elettorale in cui gli islamisti del PJD, sull’onda della protesa popolare, dichiaravano di voler mitigare i tratti autoritari e patriarcali della monarchia, le dichiarazioni rilasciate dal capo dell’esecutivo a TV5Monde il 24 febbraio 2013 (1) non lasciano spazio a dubbi circa il suo atteggiamento nei confronti del re: “Se i marocchini vogliono un primo ministro che si opponga a sua maestà che cerchino altrove. Qualora dovessi trovarmi in contrasto con sua Maestà sarei io stesso a dimettermi”.

L’esecutivo di Benkirane all’indomani dell’insediamento nel gennaio 2012 ha infatti immediatamente preso le distanze dai movimenti di protesta popolare promuovendo una politica all’insegna della stabilità e della crescita economica.

Incalzato dalle domande della giornalista francese, il capo del governo si è soffermato sulle riforme attuate sotto l’egida del sovrano sottolineando come i nuovi provvedimenti in materia di diritti umani - tra cui l’abolizione della tortura come strumento sistematico e le misure volte a favorire la parità tra i sessi - siano solo l’inizio di un processo più ampio di democratizzazione. Inoltre Benkirane ha evidenziato come gli interventi abbiano coinvolto anche il settore economico con azioni di contrasto al deficit della bilancia commerciale.

Transizione democratica o …?
Le dichiarazioni del capo del governo appaiono in netto contrasto con una realtà che testimonia un’involuzione democratica del paese attraversato da un velato processo di islamizzazione che interressa trasversalmente l’intera società.

Gli esempi sono molteplici e spaziano dall’ambiguo atteggiamento nei confronti della questione femminile, riscontrabile nella nomina di una sola donna nell’equipe governativa del PJD, alle ricorrenti censure della stampa, fino all’organizzazione di alcune dimostrazioni pubbliche contro il consumo di alcool e l’occidentalizzazione della società.

Una reintroduzione progressivamente tangibile dei costumi islamici e del discorso religioso si registra soprattutto nel settore pubblico, dove vengono favoriti l’uso del velo e la pratica delle cinque preghiere giornaliere. Anche i dati statistici smentiscono le parole di Bankirane: il tasso di disoccupazione, in continuo aumento, supera il 9,8% (con quella giovanile che ha sfondato il 40% e quella femminile che rappresenta il 60%), mentre il 28% della popolazione (5 milioni di persone) vive al di sotto della soglia di povertà; allarmante è anche il tasso di analfabetismo, tra i più alti nella regione, che si attesta al 50,6%.

L’enorme sperequazione sociale, inoltre, rende inefficaci i sussidi messi disposizione per ammortizzare il peso dell’inflazione. La corruzione endemica continua a rappresentare un ostacolo per qualsiasi opportunità di espansione economica e commerciale, sia del settore privato sia di quello pubblico.

A più di un anno dal suo insediamento il governo islamista ha sicuramente il merito di aver avviato importanti opere infrastrutturali, di aver promosso investimenti nel settore delle energie rinnovabili e di aver arginato l’impatto della crisi economico-finanziaria che ha colpito l’Unione Europea - principale partner della monarchia alawita, conducendo tra l’altro a un esito favorevole la negoziazione di un prestito di 6,2 miliardi di dollari da parte del Fondo Monetario Internazionale.

Sul piano delle riforme politico-sociali, alle quali è destinato solamente una parte minoritaria del budget statale, l’azione di governo di Benkirane sembra essere decisamente meno incisiva. È dunque lecito chiedersi se il Marocco abbia davvero imboccato la strada verso la tanto agognata democrazia, condizione imprescindibile per assicurare il pieno sviluppo economico del paese nel lungo termine.

(1) http://www.tv5.org/cms/chaine-francophone/Revoir-nos-emissions/Internationales/Episodes/p-24534-Abdelilah-Benkirane.htm.

Giulia Fagotto è laureanda In European International studies presso l'università di Trento. Ha appena concluso un tirocinio presso l'Istituto Affari Internazionali nel quadro del programma Mediterraneo e Medio Oriente.

giovedì 13 giugno 2013

Somalia: la Conferenza di Londra.

 Restituire alla Somalia quella pace e quella stabilità interna smarrita da più di un ventennio, a causa della guerra civile, è diventata, negli ultimi anni, una delle priorità nell’agenda internazionale di molti Stati. Si stanno susseguendo, infatti, gli sforzi della comunità internazionale per cercare di completare quel processo di stabilizzazione interna del Paese avviato, lo scorso anno, con l’insediamento di Hassan Sheikh Mohamud alla Presidenza del Governo federale somalo.
La Gran Bretagna, capofila occidentale in questo processo, dopo essere stata il primo Paese europeo a riaprire una sua sede diplomatica a Mogadiscio, dopo più di vent’anni di assenza, ha ospitato a Londra, lo scorso 7 maggio, una conferenza internazionale sul futuro della Somalia, alla quale hanno partecipato le delegazioni di ben 50 Stati. I temi principali sono stati la sicurezza, la giustizia e il rispetto dei diritti umani.
Nonostante la situazione a Mogadiscio stia gradualmente migliorando, nei territori al confine con l’Etiopia e il Kenya la tensione rimane alta a causa degli scontri fra i contingenti militari dell’AMISOM e le milizie islamiche di Al-Shabaab.

(stefania,ciriello1@gmail.com)

lunedì 3 giugno 2013

Niger: l'uranio al centro della attenzione

La scorsa settimana due attentati suicidi hanno colpito una base militare ad Agadez e la miniera francese per l’estrazione di uranio ad Arlit, uccidendo 24 soldati, 11 militanti e alcuni civili. L’assalto è terminato solo in seguito all’intervento delle Forze Armate francesi presenti nel sito, che hanno preso parte alle operazioni su richiesta del governo nigerino. Gli attacchi, giunti in seguito alla dichiarazione del Presidente Hollande di una cooperazione tra Francia e autorità nigerine nella lotta al terrorismo, sono stati rivendicati dal leader del movimento di “Coloro che firmano con il sangue”(in arabo al-Muwaqqioun bi-Dima), l’algerino Mokthar Belmokhtar, che ha dichiarato di aver agito in coordinazione con il Movimento per l’Unità e il Jihad nell’Africa Occidentale (MUJAO) per colpire le Forze francesi che presidiavano la miniera. La motivazione sarebbe stata l’intervento delle Forze Armate di Parigi in Mali. 
! E’ ipotizzabile, a questo punto, una sempre maggiore convergenza operativa tra i due gruppi, quello di MUJAO e il nuovo gruppo ribelle di Belmokhtar, “Coloro che firmano con il sangue”, nella realizzazione degli attacchi. La collaborazione tra i due gruppi armati non sarebbe nuova. Già nel 2012 un battaglione di MUJAO, denominato Osama Bin Laden, operò di concerto con un’unità di AQIM, nella battaglia di Gao, in Mali, prima dell’intervento francese nel 2013. 
Inoltre, aspetti in comune si possono cogliere tra l’attentato in Niger e quello del 16 gennaio scorso in cui sono stati attaccati i pozzi di gas ad In Amenas, in Algeria, dove sono morti cittadini algerini e lavoratori stranieri. L’attentato è stato, anch’esso, rivendicato da Belmokhtar, mentre i rapimenti sono stati rivendicati dal leader del MUJAO, Omar Oud Hamaha. Gli ostaggi e l’uso simultaneo di più attentatori suicidi sono aspetti che compaiono in entrambi i casi. Anche la similarità de! i luoghi colpiti, siti ad alta sicurezza e d’interesse occidentale, potrebbe andare a confermare la convergenza tra i due gruppi terroristici.
Da Centro Studi Internazionali. Geopolitical Weekly n.114