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Metodo di Ricerca ed analisi adottato


Il medoto di ricerca ed analisi adottato è riportato suwww.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com

Vds. post in data 30 dicembre 2009 seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità delloStato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento al medesimo blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

lunedì 28 ottobre 2013

LIbia: un raid dalle infinite ripercussioni

Libia
Libia 124
Gli ultimi giorni sono stati segnati dalle conseguenze del raid con cui, sabato 5 ottobre, un team delle Forze Speciali statunitensi ha arrestato a Tripoli Abu Anas al-Libi, ritenuto da Washington tra i responsabili degli attacchi del 1998 alle ambasciate USA in Kenya e Tanzania. Abu Anas è stato fermato da un gruppo di 8-9 uomini armati e a viso coperto mentre viaggiava a bordo di un’ auto assieme a suo figlio nella zona orientale della capitale libica, area roccaforte di più gruppi di matrice islamista. Secondo la testimonianza del figlio di Abu Anas, all’interno del gruppo vi sarebbero stati almeno due libici, cosa che lascia presupporre il coinvolgimento di gruppi locali nel raid statunitense.
L’operazione, seguita dall’interrogatorio di Abu Anas a bordo della USS San Antonio nelle acque del Mediterraneo, ha suscitato inevitabilmente fortissimi strali polemici in Libia. Provocati, in particolare, dalla notizia – diffusa da W! ashington – secondo cui il governo di Tripoli avrebbe saputo in anticipo del raid e ne avrebbe dunque consentito l’attuazione. Le tensioni sono culminate nel sequestro, per alcune ore, del Premier Ali Zeidan nella giornata di giovedì 10 ottobre. Il capo del governo è stato prelevato dalla sua stanza all’Hotel Corinthia, a Tripoli, da un gruppo di circa 150 uomini armati parte del Libya Revolutionaries Operations Room (LROR), milizia preposta alla protezione della capitale e alle dipendenze del Ministero dell’Interno. Zeidan sarebbe stato liberato poche ore dopo grazie all’intervento di altre miliziani locali. L’episodio ha comunque confermato, ancora una volta, il grave vuoto di sicurezza che affligge il Paese e la capacità delle milizie islamiste – spesso rispondenti a obiettivi e agende diverse - di minacciare e influenzare le fragili istituzioni democratiche realizzate dopo la caduta del regime di Gheddafi.

venerdì 25 ottobre 2013

Egitto: situazione sempre più difficile

Lo scorso 6 ottobre, in occasione delle celebrazioni per il quarantesimo anniversario del conflitto arabo-israeliano, nuovi scontri tra le Forze di polizia e i sostenitori della Fratellanza Musulmana hanno causato la morte di 50 persone, al Cairo e a sud della capitale. Nonostante il ministro dell'Interno, Mohammed Ibrahim, avesse dichiarato che le Forze di Sicurezza sarebbero intervenute per scongiurare qualsiasi forma di disturbo alle celebrazioni, i leader dell'Alleanza Anti-Golpe nei giorni scorsi avevano annunciato nuove manifestazioni di piazza per protestare contro la destituzione dalla presidenza di Mohammed Morsi da parte dell'Esercito egiziano. L'ex Presidente, da allora detenuto insieme a circa 14 esponenti della Fratellanza Musulmana, il prossimo novembre verrà sottoposto a processo con l'accusa di incitamento alla violenza per gli scontri successivi al referendum costituzionale del dicembre 2012.
Il perdurare della crisi in Eg! itto ha portato gli Stati Uniti a rivedere il piano di aiuti destinati al nuovo governo ad interim: oltre al taglio dei prestiti e dei trasferimenti finanziari, per un totale di 590 milioni di dollari, Washington ha annunciato la sospensione delle forniture militari, tra cui elicotteri Apache, caccia F16, missili Harpoon e componenti per la realizzazione di carri armati M1/A1. Nonostante il Segretario di Stato, John Kerry, abbia rassicurato il Cairo sull'intenzione di proseguire la cooperazione per la messa in sicurezza dei territori di confine, il ridimensionamento degli aiuti militari potrebbe compromettere la capacit� delle Forze Armate di rispondere con efficacia in un momento di forte destabilizzazione per il Paese. Sono ripresi in questa settimana gli attacchi di militanti nella Penisola del Sinai contro Esercito e Forze di polizia: una serie di attentati tra la città di Ismailiya, sul canale di Suez, di al-Tur e di al-Arish, rispettivamente nel sud e nel nord della pe! nisola, hanno causato la morte una decina di soldati. In questa fase di transizione le Forze Armate, da sempre deus ex machina per l'equilibrio politico interno, sembrano trovare parecchie difficoltà nel ripristinare le condizioni di sicurezza in Egitto. Resta però da valutare quale sarà il ruolo che l'Esercito avrà all'interno del futuro assetto istituzionale: il Generale Abdel Fattah al-Sisi, nei giorni scorsi, non ha escluso una sua possibile candidatura alle elezioni presidenziali previste per il 2014.

venerdì 18 ottobre 2013

Egittto: la difficile transizione

Civiltà Cattolica, Quindicinale, anno 164, 19 settembre 2013, n. 318; info@laciviltàcattlica;

La Seconda Rivoluzione Egiziana dell’estate 2013

Le imponenti manifestazioni di piazza di fine giugno 2013 in Egitto, capeggiate da movimenti di matrice laica, nonché la raccolta di circa 22 milioni di firme contro il Governo in carica, hanno “legittimato” l’intervento dell’esercito contro l’esecutivo “islamista” presieduto da Mohamed Morsi, il quale è stato arrestato e detenuto in un luogo segreto. In questo modo, L’esercito, nella persona del generale Abdel Fathal Al Sisi. È diventato nuovamente, come nel recente passato, l’ago della bilancia della politica egiziana. Soprattutto dopo i fatto sanguinosi di ferragosto, ci si chiede quale sarà il futuro dell’Egitto. Infatti la radicalizzazione dello scontro politico alla fine potrebbe avvantaggiare, come è avvenuto in passato, le frange estreme dell’islamismo jihadista, nuocendo molto alla democrazia, all’economia in forte crisi ed alla convivenza in Egitto tra mussulmani e cristiani copti, i quali chiedono di non essere considerati più cittadini di secondo ordine.



lunedì 7 ottobre 2013

Egitto: l'importaza della penisola del Sinai ed il terrorismo

Medioriente
Sinai, cerniera contro il Jihad
Mario Arpino
26/09/2013
 più piccolopiù grande
Se la penisola del Sinai ha un significato emblematico per gran parte degli egiziani, per i militari rappresenta qualcosa di sacro e inviolabile: “chi tocca il Sinai muore”. Se ne accorge in fretta chi visita il complesso museale Panorama, lungo la strada che conduce all’aeroporto del Cairo.

Assieme ai busti bronzei dei padri della patria, questo ospita una celebrazione non-stop della guerra iniziata il 6 ottobre 1973 - per gli israeliani lo Yom Kippur - quando le forze egiziane riuscirono a passare il Mar Rosso e mettere piede sulla penisola, dopo aver sfondato la famosa Linea Bar Lev. Fu questo l’unico, effimero successo di quella guerra, che agli egiziani e ai turisti viene presentata come una grande vittoria da tramandare ai posteri.

Il Sinai nel regime di Morsi
Non è da escludere che anche il Sinai sia da mettere in relazione con la defenestrazione dell’ormai ex-presidente Mohammed Morsi. Può essere stata la goccia che fa traboccare il vaso. Dopo le elezioni presidenziali del giugno 2012, la situazione del Sinai ha cominciato a deteriorarsi molto rapidamente, con attacchi terroristici contro l’oleodotto che serve anche Giordania e Israele e il reiterarsi di agguati a elementi dell’esercito e della polizia.

Tra i più cruenti c’è quello dell’agosto 2012 un mese dopo la vittoria elettorale di Mursi, dove 16 soldati sono rimasti uccisi. Le responsabilità furono addossate a miliziani jihadisti trafilati dal quel poroso confine con Gaza che il deposto presidente Hosni Mubarak, aveva tentato di sigillare, riuscendoci solo in parte.

Dopo tutte le dichiarazioni di Mursi sulla continuità degli accordi di Camp David e di Oslo, che contemplano anche la sicurezza del Sinai, i militari si aspettavano una reazione robusta da parte del neo-eletto. Azione che in effetti ci fu, ma nella direzione opposta. Fu destituito,il general Hossam Tantawi, ministro della difesa e capo di stato maggiore, assieme al capo dell’intelligence.

Legami sospetti
I legami tra i Fratelli Mussulmani e Hamas resero difficile per i soldati sia la chiusura dei tunnel - la cui economia aveva ormai ripreso a proliferare - sia l’identificazione dei colpevoli, che, indisturbati, trovavano sistematicamente rifugio nel sud di Gaza. Lo scorso maggio, nella stessa area furono rapiti sei poliziotti e un soldato, ma Morsi frenò l’azione militare già pronta a scattare invitando tutti alla calma e al dialogo.

Era necessario proteggere sia i rapiti, che i rapitori. Con questo sistema, che per l’esercito era la prova lampante della collusione tra i Fratelli, Hamas e i gruppi jihadisti, i rapiti furono in effetti liberati, i rapitori rimasero impuniti e i bulldozers inviati per sigillare i tunnel. Per i militari, era inaccettibile che il Sinai diventasse una zona fuori controllo. Il presidente fu ritenuto corresponsabile dell’evento e un ostacolo alla sicurezza. Aveva ormai firmato la sua sorte ed il tramonto del percorso politico-istituzionale dei Fratelli.

Possibile santuario estremista
Nel Sinai vive mezzo milione di abitanti che risiedono per lo più nelle città costiere, mentre l’interno - deserto e morfologicamente tormentato - è abitato dalle tribù beduine, di cittadinanza egiziana. Ma, secondo Mordechai Kedar, lettore di arabo e storia dell’Islam all’Università di Tel Aviv, questi si identificano nello stato egiziano non più di quanto i beduini del Negev si sentano israeliani. Sono beduini e basta. Transfrontalieri nelle migrazioni, vivono di piccolo commercio e contrabbando, verso cui egiziani e israeliani chiudono un occhio.

Si è trovato un accomodamento, e i pericoli per il Sinai non vengono certamente da loro, nonostante i tentativi di infiltrazione salafita e jihadista. Nella penisola, il confine tra Egitto e Israele altro non è se non una linea obliqua tracciata sulla carta tra l’area di Eilat (Taba) e quella di al-Arish ( versi Rafah), senza muri, filo spinato e con pochi cippi. Nonostante l’importanza dell’area, le autorità egiziane hanno sempre faticato a imporre la propria autorità. Con grande disappunto da parte di Israele che aveva mantenuto per diversi anni il controllo del territorio dopo la guerra dei sei giorni.

Con il trattato di Camp David del ‘79, il Sinai, area da demilitarizzare, era ritornato all’Egitto. Accordi successivi, tuttavia, avevano consentito lo stazionamento di truppe egiziane per motivi di sicurezza. Ciò non ha comunque impedito numerosi attentati, tra cui ricordiamo, nel nuovo secolo, quello all’hotel Hilton di Taba, i tre attacchi a Dahab ed il razzo verso Aqaba, in Giordania.

Secondo gli analisti, oggi sono almeno tre i gruppi estremisti islamici che - con un grado di collusione con Hamas e i Fratelli Musulmani ancora in corso di valutazione - cercano di rendere questo territorio, difficile e poco accessibile, una sorta di santuario per il jihad.

Si tratta del Consiglio consultivo del jihad per Gerusalemme, basato a Gaza, ritenuto responsabile dei lanci di missili e di infiltrazioni nel Sinai (ricordiamo i recenti lanci di Grad su Eilat). Questo gruppo è prevalentemente palestinese, ma sarebbe in posizione conflittuale persino con Hamas.

Esisterebbe poi un Gruppo organizzato per il jihad, con effettivi stranieri: una propaggine di al-Qaeda per il nord-Africa. In questi giorni, in Israele, si parla anche di un nuovo gruppo armato, chiamato Scudo del Sinai. Affiliazione, composizione e finalità sarebbero ancora in fase di analisi.

Il nuovo regime del generale Abdel Fattah al-Sisi sta cercando di ottemperare agli accodi di Camp David e ai conseguenti accordi bilaterali con gli israeliani in modo più energico e incisivo di quanto fecero Mubarak e Tantawi. Tuttavia, l’ambiguo comportamento di Mursi potrebbe aver già seriamente pregiudicato una situazione che va recuperata a tutti i costi.

Quasi quotidianamente nel Sinai ci sono attacchi mortali. Ultimamente, il più cruento è stato quello del 19 agosto, dove sono morti venticinque poliziotti egiziani. È anche per questo che il primo settembre, i bulldozer dell’esercito egiziano hanno demolito tredici abitazioni e sradicato diversi alberi lungo il confine della Striscia di Gaza per istituire una zona cuscinetto larga 500 metri e lunga dieci chilometri. Dal 7 settembre è poi in corso un’offensiva dei militari egiziani contro cellule di terroristi con ingenti effetti collaterali sulla popolazione beduina.

La poco comprensibile ostilità al nuovo regime da parte dell’Occidente certamente non aiuta. Ma per i militari egiziani il Sinai resta importante e pur di non perderlo, potrebbero rivolgersi altrove senza troppe remore. Di questo, possiamo esserne certi.

Giornalista pubblicista, Mario Arpino collabora con diversi quotidiani e riviste su temi relativi a politica militare, relazioni internazionali e Medioriente. È membro del Comitato direttivo dello IAI.
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Egitto: per trovare una soluzione di uscita

Medioriente
Militari pigliatutto in Egitto
Azzurra Meringolo
25/09/2013
 più piccolopiù grande
I Fratelli Musulmani tornano nel baratro della clandestinità in cui hanno trascorso 57 dei loro 85 anni di vita. A deciderlo è una corte del Cairo che, accogliendo il ricorso del partito di sinistra Tagammu, ha ordinato la messa al bando delle loro attività, la chiusura delle sedi e la confisca dei beni esattamente come avvenuto nel 1954 per volontà dell’allora presidente Nasser.

Se gli islamisti tornano nell’ombra, i militari continuano ad agire alla luce del sole, influenzando la transizione in atto e garantendosi gli storici privilegi di cui godono.

Per la maggior parte degli egiziani, la pensione è un momento di riposo che si trascorre facendo attenzione a non spendere tutti i risparmi accumulati. Ma i militari non sono mai stati come tutti i normali egiziani.

Dopo il congedo, un alto ufficiale dell’esercito può diventare governatore di una provincia, dirigente di una grande compagnia petrolifera o boss di una società di proprietà dello stato. Il numero di militari in pensione ai vertici di cariche statali, porta Zainab Abu al-Magd a definire l’Egitto una repubblica di generali in pensione.

Nessun libero mercato 
Storicamente, il dominio militare sui civili è iniziato negli anni ’60 sotto il regime socialista di Gamal Abdel Nasser. Anche se negli anni ’70, dopo la sconfitta con Israele, Anwar Sadat cercò di marginalizzare l’esercito dal governo, nell’epoca di Mubarak i generali sono tornati rapidamente ad occupare le posizioni di punta.

In questi decenni, le liberalizzazioni economiche subiscono un’accelerazione e l’attività imprenditoriale dell’esercito rischia di entrare in competizione con una certa élite imprenditoriale. Per assicurarsi che le imprese delle Forze Armate rimangano comunque le favorite, Gamal, delfino ideale del dittatore, le trasforma in holding. Tutte le aziende pubbliche attive in un settore specifico vengono poi raccolte sotto un unico ombrello. A reggerlo, all’epoca come ora, ci sono le mani dell’esercito.

Tanto Mubarak che i militari non hanno mai creduto sinceramente in un’economia di libero mercato. A confermarlo è anche un wikileak del 2008. Secondo quanto riporta l’ambasciatore americano in Egitto, il general Hossam Tantawi, capo delle forze armate che ha guidato l’Egitto nel primo periodo del post-Mubarak, è esplicitamente contrario a una liberalizzazione che riduca il controllo statale sull’economia.

Impero militare
L’esercito egiziano ha un grande segreto: possiede almeno 35 fabbriche e aziende che si rifiuta di privatizzare. Il listino dei prodotti a marchio militare è costituito soprattutto da beni di uso civile che hanno poco a che fare con l’attività di difesa. Un mercato ambivalente che, solo per citare qualche esempio, produce il marchio di pasta Queen, l’acqua minerale Safi e gestisce le pompe di benzina Wataniya.

Dalle stanze del ministero della produzione militare, i generali si servono di due organismi per gestire il loro business: l’Organizzazione araba per l’industrializzazione - che si occupa di equipaggiamenti militari - e l’Organizzazione nazionale dei prodotti di servizio - che si concentra sui beni di prima necessità.

Inoltre, l’attività imprenditoriale militare comprende la vendita e l'acquisto di beni immobili per conto del governo, la gestione di imprese di pulizia, stazioni di servizio, mense e anche resort di lusso sul Mar Rosso.

A questo si somma il controllo su grandi quantità di terreni, grazie a una legge che permette ai militari di accaparrarsi ogni terreno pubblico con lo scopo di "difendere la nazione". Poco importa se alla fine questi appezzamenti finiscono per essere usati per investimenti commerciali.

Segreto di stato
Le attività imprenditoriali dei militari restano uno dei tabù principali della politica egiziana. L'esercito nasconde le informazioni sulle sue attività commerciali che, secondo analisti, rappresentano circa il 25%-40% dell’economia nazionale. I pochi studi disponibili si basano quindi su informazioni pubbliche rivelate dai mezzi di informazione delle aziende di proprietà dell’esercito.

Sul bilancio militare vige infatti un segreto assoluto.

Anche se una parte si riferisce a materiale militare classificato attinente ad attività di difesa, la maggior parte delle voci in questione riguardano i profitti dell'esercito maturati dalla produzione di beni e di servizi non militari.

Anche la Costituzione islamista entrata in vigore nel 2012 garantisce questa segretezza, escludendo il Parlamento da qualsiasi controllo sul budget militare. La Costituzione, attualmente sotto revisione, preserva gli interessi economici, giuridici e finanziari di cui i militari hanno sempre goduto. Impossibile pensare che ora vengano toccati.

Assicurarsi i propri interessi è stato uno dei motivi che ha spinto i militari ad appoggiare gli islamisti almeno fino al termine del processo costituzionale. In cambio del sostegno militare, la Fratellanza ha garantito alle forze armate, mettendolo per iscritto, tutti i privilegi di cui godeva già nel vecchio regime.

Dalla caduta di Mubarak lo status dei generali è addirittura migliorato. Nel febbraio 2011, cinque giorni dopo la caduta di Mubarak, il Consiglio supremo delle forze armate modifica la legge 90 del ‘75 che regolava il sistema pensionistico militare. Il risultato è un immediato innalzamento del 15% delle pensioni dei generali, ora circa sui 500 dollari mensili.

Ma mentre i militari guadagnano, gli operai delle loro fabbriche si ribellano. Nello stesso mese, duemila lavoratori nel settore petrolifero si sono lamentati delle loro condizioni lavorative e a marzo, operai di compagnie come Petrojet e Petrotrade hanno manifestato in strada, scatenando la risposta violenta dell’esercito che li ha condotti davanti a tribunali militari.

La mancanza di trasparenza nelle casse dell’esercito potrebbe andare avanti per anni. Le trattative con il Fondo monetario internazionale per un prestito di 4,8 miliardi di dollari mirano anche a incoraggiare gli investimenti di cui l’economia egiziane ha estremamente bisogno. Questi necessitano però di un’economia aperta e trasparente, nella quale tutte le imprese sono ugualmente responsabili ai sensi delle leggi statali.

Per proteggere i loro interessi, i militari non sembrano interessati a garantire questa trasparenza. A rimetterci, ancora una volta, i cittadini.

Azzurra Meringolo è ricercatrice presso l’Istituto Affari Internazionali (IAI), e caporedattrice di Affarinternazionali. Coordinatrice scientifica di Arab Media Report. È autrice di "I Ragazzi di piazza Tahrir" e vincitrice del premio giornalistico Ivan Bonfanti 2012. Potete seguirla sul suo blog e su twitter a @ragazzitahrir.
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Tunisia: dimissioni del Governo

Tunisia
Tunisia 123
Durante lo scorso fine settimana, il governo tunisino guidato da Ali Larayedh ha accettato di presentare le proprie dimissioni al termine di un lunghissimo braccio di ferro con le opposizioni. Dopo una serie di incontri tra gli esponenti dell’esecutivo uscente e i leader delle forze d’opposizione, sarà dunque varato un governo tecnico con il compito di preparare il terreno per le prossime elezioni politiche. La crisi, nata con l’uccisione del deputato dell’opposizione Mohamed Brahmi e accelerata dalle incessanti manifestazioni di protesta che hanno avuto luogo nelle ultime settimane, segna temporaneamente la fine della stagione di Ennahda al potere e mostra, ancora una volta, quanto impervio e tortuoso sia il percorso di ricostruzione democratica intrapreso dal Paese dopo la caduta del regime di Ben Ali.
Ennahda sembra aver pagato l’ambiguità del proprio rapporto con le realtà salafite attive nel Paese. Una di queste, il gruppo! Ansar al-Sharia, è considerato dalle autorità responsabile sia della morte del leader dell’opposizione Chokri Belaid, ucciso nel febbraio scorso presso la propria abitazione, che di quella dello stesso Brahmi. Le proteste popolari scatenatesi per la morte di Belaid avevano portato a un rimpasto governativo volto a rendere più intransigente l’azione dell’esecutivo contro i gruppi legati all’Islam radicale. Quelle per l’omicidio di Brahmi, più costanti, hanno invece dato ulteriore dimostrazione di come il movimento Ennahda, in netto calo di consensi negli ultimi mesi, sia profondamente influenzabile dalle pressioni della popolazione.
I prossimi mesi appaiono decisivi per capire quale direzione intraprenderà ora il Paese. Soprattutto, importante è vedere quale percorso seguiranno le principali forze politiche, alle prese con sfide complesse e questioni irrisolte. All’opposizione occorrerà trovare un’inedita coesione, tale da permettere alle forze laiche! dello spettro politico tunisino di presentare un fronte competitivo in occasione delle prossime elezioni. Ennahda potrebbe invece approfittare di un possibile periodo di stabilità per meglio definire la propria identità, rimasta negli ultimi mesi nascosta dietro un difficile gioco di equilibrismo politico. CESI Weekly 123

LIbia: attacchi alle infrastrutture petrolifere

Libia
Libia 123
Il 30 settembre, un gruppo armato formato da miliziani Amazigh, tribù berbera del nord del Paese, ha attaccato l’infrastruttura gasifera di Mellitah, nei pressi di Nalut, cittadina nord-occidentale al confine con la Tunisia. In seguito all’irruzione, gli impianti della stazione di compressione, operata dall’italiana ENI, sono stati spenti. Mellitah è il punto di inizio del Greenstream, gasdotto che rifornisce l’Italia. Le ragioni che hanno portato all’attacco dell’infrastruttura energetica da parte dei miliziani Amazigh sono da ricercare nelle rivendicazioni politiche, economiche e sociali che la minoranza berbera continua a manifestare nei confronti del governo di Tripoli, prima fra tutte l’aumento dei salari e il riconoscimento del Tamazigh, la lingua degli Amazigh, come lingua ufficiale della Libia al pari dell’arabo. La prassi di attaccare le infrastrutture energetiche come forma di rappresaglia verso il governo centrale è! diventata un modus operandi sempre più diffuso tra le milizie ribelli. Infatti, alcuni mesi fa, milizie di etnia Toubou avevano attaccato le strutture estrattive del bacino petrolifero Elefante, nella parte centro-occidentale del Paese, operato da una società consorziata con ENI. Oltre a rappresentare un rischio di natura politica e di sicurezza, tali ostilità da parte delle milizie pregiudicano la ripresa economica libica e mettono in pericolo l’approvvigionamento energetico dei suoi clienti, tra cui l’Italia. Basti pensare che, da quando è caduto il regime di Gheddafi, la produzione petrolifera libica è passata da 1,5 milioni di barili al giorno ad appena 100.000.

Cesi Newsletter 
Geopolitical Weekly n°123

martedì 24 settembre 2013

Mozambico: ben avviato il problema energetico

Estrazione di gas in Africa
Boom per il Mozambico
Fabio Dani
28/08/2013
 più piccolopiù grande
I nuovi giacimenti di gas al largo delle coste della provincia di Cabo Delgado potrebbero rappresentare una svolta decisiva per l’economia e la società del Mozambico. Secondo le previsioni, con riserve pari a quelle di Dubai, il Paese potrebbe diventare il terzo produttore di gas africano, dopo Nigeria e Angola.

La zona è stata scoperta ed esplorata dall'Eni e poi suddivisa in quattro aree, in cui operano varie società come l’americana Anadarko, l’ente cinese per il gas e altre compagnie petrolifere. L'Eni opera nell'area 4, di cui detiene il 50%. Valuta le riserve dell’area in cui opera pari a 2650 miliardi di metri cubi. Allo stato del Mozambico è riservato il 10%.

Non solo gas
Secondo il governo, entro cinque anni il Paese comincerà a prosperare. Nonostante un tasso di sviluppo che negli ultimi anni ha sfiorato il 10%, il Mozambico è ancora uno dei paesi più poveri del continente.

A schiudere nuovi scenari di crescita non sono solo i nuovi giacimenti di gas, ma anche la produzione di carbone della regione settentrionale del Tete. È da qui che grazie alla colossale diga di Cahora Bassa, viene esportata elettricità in Zimbabwe e in Sud Africa. Stando alle previsioni, il carbone pari oggi a circa 40 mila tonnellate annue, potrebbe diventare la risorsa più importante del continente.

Queste prospettive di sviluppo attraggono gli investimenti stranieri, in primis portoghesi e brasiliani, che si aggiungono a quelli sudafricani. La presenza cinese resta stabile e si basa su uno scambio di fatto. Con le loro maestranze, i cinesi costruiscono gratuitamente palazzi delle istituzioni caserme e infrastrutture In cambio acquistano ingenti quantità di legname che viene imbarcato e poi trattato direttamente in Cina. Si parla di 500 mila containers all’anno in partenza soprattutto da Nacala, un porto spesso citato come punto di passaggio della droga asiatica destinata all’Europa.

A seguire attentamente la situazione sono i grandi donatori internazionali che provvedono tra l’altro a coprire il 40% della spesa sanitaria e cercano di promuovere un miglioramento della governante del Paese. La nuova ricchezza può e deve migliorare in modo sostanziale la vita dei 24 milioni di abitanti in settori fondamentali come l’accesso all’acqua e ai servizi igienici, le strutture sanitarie e la lotta all’analfabetismo.

Ricchezze non handicap
Affinché la transizione porti benessere ai cittadini, evitando tensioni locali, sviluppando e controllando gli investimenti e consolidando la democrazia, devono essere superati vari ostacoli. Vanno migliorati molti aspetti della vita politica, economica, sociale e culturale del Paese.

Da vent’anni il governo è espressione del Frelimo, l’ex movimento rivoluzionario che combatté per l’indipendenza dal Portogallo e successivamente si scontrò con la Renamo - un movimento allora sostenuto dal Sud Africa - in una sanguinosa guerra civile durata 16 anni e conclusasi nel 1992. Ma né il Frelimo né la minoritaria e scarsamente organizzata opposizione della Renamo sembrano possedere una visione organica del futuro del Paese. Si limitano per lo più ad assumere posizioni politiche nazionalistiche.

La corruzione è ampiamente diffusa ed imperversa a vari livelli, allargando le differenze tra una popolazione povera e una ridotta classe borghese in ascesa, in gran parte collegata al partito di governo. L’opposizione porta come esempio le ricchezze accumulate dalla figlia del presidente Armando Guebuza che, secondo la rivista Fortune, sarebbe la seconda donna più ricca d’Africa.

Con una società civile ancora debole, una governante fragile e scarsamente trasparente ed una stampa che, seppur libera, non riesce ad andare a fondo dei problemi, è alto il rischio che il Mozambico diventi una seconda Angola, dove le enormi risorse naturali del Paese si trasformano da ricchezza in handicap. Soprattutto dopo che gli attuali scontri armati con la Renamo, nel nord del Paese, hanno messo in evidenza la mancanza di dialogo tra il Frelimo e le altre formazioni politiche.

La storia del Mozambico è arrivata ad un punto di svolta con la scoperta delle immense risorse naturali, ma affinché queste fruttino è necessario un cambiamento nella politica della maggioranza e un rafforzamento della società civile.

Fabio Dani è consulente aziendale.
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sabato 6 luglio 2013

Egitto: la situazione è sempre grave


Weekly 119 Egitto
Il Capo dell’Esercito egiziano, Generale Abdul Fatah al-Sisi, con un discorso alla nazione tenuto nella serata del 3 luglio alla televisione di Stato, ha destituito Mohammed Morsi dalla presidenza dell’Egitto. Sospesa la Costituzione in vista di nuove elezioni, Sisi ha indicato Adly Mahmud Mansour, giudice e capo della Suprema Corte Costituzionale, come leader ad interim del governo tecnico che governerà il Paese durante il periodo di transizione.
Morsi è stato posto agli arresti domiciliari e altri 300 membri della Fratellanza, tra cui il leader Mohamed al-Badie, sono stati arrestati nelle ore successive.
L’intervento delle Forze Armate era stato annunciato nei giorni scorsi, in seguito alle proteste organizzate dalle opposizioni il 30 giugno, in occasione dell’anniversario dell’elezione di Morsi. Alle manifestazioni, infatti, avevano fatto seguito duri scontri tra oppositori e sostenitori dell’ormai ex Presidente, di ! fronte ai quali l'Esercito aveva dato al governo un ultimatum di 48 ore per ripristinare le condizioni di sicurezza necessarie a superare la crisi.
Controversa è stata la reazione della comunità internazionale. Se Stati Uniti e Unione Europea hanno espresso con cautela la propria preoccupazione per quello che, di fatto, è stato l'esautoramento da parte dei militari di un Presidente uscito vincitore da libere elezioni, i Paesi del Golfo – Arabia Saudita, Emirati Arabi e Qatar in particolare – hanno invece porto le proprie congratulazione al neo Presidente Mansour ed elogiato l'intervento delle Forze Armate a tutela della volontà popolare.
Benché il Generale Sisi avesse dichiarato la volontà delle Forze Armate di prendere le distanze dalla vita politica nazionale, l'Esercito ancora una volta ha rappresentato l'ago della bilancia per l'equilibrio istituzionale del Paese. Saranno, infatti, i militari a farsi garanti del nuovo processo di transizione, come già! era accaduto nel febbraio 2011, sull'onda delle rivoluzioni che avevano portato alla destituzione dell'ex dittatore Hosni Mubarak, quando era stato il Consiglio militare a governare il Paese alle successive elezioni.

Fonte   C.E.S.I   Weekly 119   per contatto geografia 2013@libero.it

Somalia: successo delle forze di sicurezza. Catturato Hassan Dahir Aweys


Somalia weekly 118 1
Martedì 25 giugno, Hassan Dahir Aweys, uno dei prominenti leader di Al Shabaab, gruppo terroristico somalo ufficialmente affiliato ad Al-Qaeda dal 2012, è stato catturato dalle forze di sicurezza somale ed imprigionato nella città di Adaado. Aweys è una delle personalità più influenti nel panorama jihadista africano, tanto che gli Stati Uniti avevano inserito, nel 2001, il suo nome nello Specially Designated Global Terrorist, la lista dei terroristi più pericolosi del mondo.
Aweys sembra sia stato catturato da un gruppo di pirati nella regione di Galguduud, situata in Somalia centro-settentrionale. Il Presidente della Somalia, Hassan Sheikh Mohamud, ha dichiarato che Aweys sarà trasferito a Mogadiscio, dove sarà processato per i suoi crimini. Occorrerà valutare quale sarà la prossima strategia del governo somalo, diviso tra i sostenitori della condanna esemplare e quelli favorevoli a colloqui con Aweys, personalità di grande ri! lievo del clan Hawiye.
L’arresto di Aweys è avvenuto in un momento di difficoltà per Al Shabaab. Infatti, Il leader si era dimostrato critico verso il movimento a causa delle lotte interne tra le diverse fazioni. In particolare, da tempo Aweys temeva per la propria vita a causa dei dissapori con Moktar Ali Zubeyr "Godane", altro leader di al-Shabaab, noto per la tendenza ad eliminare coloro i quali considera avversari all'interno del movimento ribelle.
Il giorno dopo l’attacco di Al Shabaab al principale sito dell’UNDP (Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite) a Mogadiscio, avvenuto lo scorso 19 giugno, si sono verificati scontri tra fazioni nella fortezza di Baraawe, antica città portuale sudorientale. All'origine delle sparatorie vi è la tensione tra le fazioni legate ai principali leader di al-Shabaab: Aweys, Godane e Sheikh Mukhtar Robow. Nella fattispecie, Godane, qualche giorno prima dell’attacco all’ONU, aveva accusato Robow e Aweys di minare! l’unità di al-Shababb, spiare a favore delle forze governative e danneggiare l’immagine del jihad

Fonte C.E.S.I.  Weekly n. 118          per contatti geografia2013@libero.it

giovedì 27 giugno 2013

Marco Massoni: articcle for CeMIss

Dear participants to the Joint AUR – NDCF Conference Italy and the New International Challenges
 
As a follow-up, please, find, hereby attached, two more documents of common interests:
 
      Post-Western Scramble for Africa?
 
 
Best regards,
 
 
Marco Massoni

venerdì 21 giugno 2013

Africa: ancora pirateria in primo piano

Golfo di Guinea
Nigeria 117
Il 18 giugno scorso, l’IMB (International Maritime Bureau) ha affermato che, nel primo trimestre 2013, gli attacchi pirati, in Africa, sono stati 66, in netto calo rispetto ai 102 dello stesso periodo nel 2012. Il dato interessante, però, è stato che gli episodi di pirateria in Africa occidentale hanno superato quelli avvenuti lungo le coste della Somalia. Il maggior numero di incidenti (15 attacchi, di cui 3 sequestri) si è verificato, infatti, nel Golfo di Guinea (di cui 11 in Nigeria, 3 in Costa D’Avorio e 3 in Congo). Attacchi pirata sono avvenuti anche in Togo e nel Benin. Sono solamente 5, invece, gli incidenti registrati in Somalia. Lo stesso Capo di Stato Maggiore della Marina italiana, l’Ammiraglio Giuseppe De Giorgi, qualche giorno fa, ha sottolineato come, in Somalia, i risultati delle missioni Atlanta, Ocean Shield e le iniziative marittime nazionali, come i nuclei militari di Protezione, del 2° Reggimento San Marco, fosser! o stati molto positivi.
La situazione della pirateria nel Golfo di Guinea è, dunque, diventata significativa. Mentre in Somalia le attività dei pirati si contraddistinguono per l’obiettivo di ottenere un riscatto dopo aver preso in ostaggio gli equipaggi delle navi in transito, la situazione sociale e di sicurezza nei Paesi che si affacciano sul Golfo di Guinea ha permesso degli sviluppi diversi del fenomeno della pirateria. Maggiormente legati alla criminalità organizzata, infatti, i pirati nella regione dell’Africa occidentale non si accontentano dei riscatti, ma, attaccando soprattutto le petroliere che transitano nell’area, ricca di idrocarburi, non disdegnano di vendere direttamente il greggio al mercato nero.
Per adesso, la comunità internazionale è ancora rimasta abbastanza indifferente a tale fenomeno. Ma l’importanza della regione e la necessità di proteggere le tratte per l’approvvigionamento di idrocarburi che passano dal Golfo di Guinea ! richiedono, necessariamente, un’attenzione sempre maggiore verso il fenomeno della pirateria nell’area.

sabato 15 giugno 2013

Sudan: rapporti sempre difficili con il Sud Sudan per il petrolio

Lo scorso 8 giugno il Presidente sudanese, Omar Hasan Ahmad al-Bashir, ha ordinato l’interruzione dei flussi dell’oleodotto che conduce il greggio dal Sudan del Sud fino a Port-Said, sulla costa del Mar Rosso, in Sudan. La condotta, secondo quanto stabilito dal governo sudanese, dovrebbe tornare in funzione tra 60 giorni. Il petrolio sud-sudanese aveva ricominciato a transitare dal Sudan ad aprile, dopo un’interruzione di più di un anno causata da un’escalation delle tensioni tra i due Paesi, dovute in particolare alla questione delle quote sui profitti della vendita del greggio e al costo del suo transito. 
Il 27 maggio, Bashir ha minacciato di fermare l’oleodotto se Juba avesse continuato a supportare i ribelli dell’SRF (Sudan Revolutionary Front), attivi in particolare nel Sud del Kordofan e nella regione del Nilo Azzurro con l’obiettivo di rovesciare il regime sudanese. Secondo il capo dell’intelligence sudanese, Mohamm! ed Atta, i guerriglieri continuano ad essere riforniti da Juba con armi, munizioni, benzina, pezzi di ricambio per mezzi e cibo. Khartoum suppone inoltre che Juba utilizzi, o possa utilizzare, gli utili derivanti dal petrolio per sostenere la guerriglia.
A seguito degli accordi stretti tra le due parti nel 2011 – quando cioè il Sudan del Sud ha ottenuto l’indipendenza da Khartoum – Juba ha conservato il 75 per cento di quella che era la produzione petrolifera complessiva sudanese, ma continua tuttavia a dipendere dalle infrastrutture e dai porti del Sudan per le esportazioni. L’interruzione dei flussi in territorio sudanese causano dunque grossi danni economici al Sudan del Sud, che ricava dai suoi depositi di greggio il 98 per cento dei profitti statali ed è privo di sbocchi sul mare. Va rilevato, in ogni caso, come anche l’economia di Khartoum potrebbe risentire negativamente del blocco del traffico di petrolio, considerati gli ingenti utili delle esportazio! ni. Quella del Sudan potrebbe dunque essere nient’altro che un’ulteriore intimidazione nei confronti del vicino meridionale.

Libia: attacco alle legazioni occindetali


Libia 116
Un’auto dell’ambasciata italiana è stata fatta esplodere a Tripoli, nel distretto di Zawiat al-Dahmanim nel pomeriggio dell’11 giugno. L’esplosione non ha causato vittime: il personale diplomatico, accortosi della possibile manomissione, aveva infatti abbandonato il veicolo e allertato le forze di polizia, facendo mettere in sicurezza l’area. L’episodio non è il primo attacco portato a termine contro le delegazioni occidentali. Lo scorso 23 aprile, un’autobomba era stata fatta esplodere davanti all’ambasciata francese, ferendo gravemente due persone; risale, invece a gennaio l’attentato - fallito - contro il Console Generale italiano a Bengasi, Guido de Sanctis, in seguito al quale l’Italia aveva deciso di chiudere la propria missione nella città della Cirenaica.
Il progressivo deterioramento delle condizioni di sicurezza rappresenta una questione di primo ordine per il governo libico che, a quasi un anno dalle prime ! elezioni del post-Gheddafi dello scorso luglio, non sembra essere ancora in grado di farsi garante della stabilità interna al Paese. La presenza di milizie e gruppi armati, che avevano partecipato alla Rivoluzione del 2011 contro l’ex Rais e sono rimasti tuttora operativi, aggrava ulteriormente la percezione di questa precarietà. Nonostante alcune di esse siano gruppi ben organizzati, spesso su base regionale o locale, le milizie rimangono un elemento di instabilità per la sicurezza della popolazione, soprattutto in mancanza di una Forza Armata nazionale più strutturata. In proposito, significativo è l’incidente dello scorso 8 giugno, quando la manifestazione a Bengasi contro la sede della Libya Shield Forces – brigata dipendente dal Ministero della Difesa - è degenerata in un violento scontro armato con i miliziani, che ha provocato la morte di 31 persone e le conseguenti dimissioni del capo di Stato Maggiore Youssef al-Mangoush. Il governo ha annunciato l’implementazione di un piano per lo smantellamento dei gruppi irregolari e l’integrazione nelle Forze di Sicurezza libiche delle milizie operative sotto l’egida del Ministero degli Interni e della Difesa, da realizzarsi entro la fine del 2013.
(Fonte Cesi)

Egitto: la disputa per l'acqua con l'Etiopia


Egitto 116
Il Presidente Morsi, parlando nelle scorse ore alla Popular Conference on Egypt’s Right to Nile Water, è tornato a difendere la posizione del proprio governo riguardo la disputa con l’Etiopia sulle acque del Nilo. Oggetto della contesa è l’annunciato inizio dei lavori, lo scorso 28 maggio, per la parziale deviazione del corso del Nilo Blu, necessaria per proseguire la costruzione della Great Ethiopian Renaissance Damn (GERD), la più grande diga idroelettrica del continente. Il progetto, che permetterebbe al governo di Addis Abeba di produrre annualmente all’incirca 15 mila GW di energia, è stato osteggiato dall’Egitto sin dal 2010: costruita nella regione etiope di Benishangul-Gumuz, le autorità del Cairo sostengono che la GERD devierebbe uno dei principali affluenti del Nilo, riducendo la disponibilità di acqua per la popolazione egiziana. Nonostante le rassicurazioni ricevute da un panel internazionale di esperti (l’IPoE), Mo! rsi ha ribadito l’intenzione del governo di ricorrere a qualsiasi misura si rivelasse necessaria per preservare le attuali forniture d’acqua al proprio Paese (l’Egitto riceve dal Nilo attualmente 55 miliardi di metri cubi l’anno). Secondo il governo egiziano, una riduzione significativa della capacità idrica del Nilo potrebbe avere ripercussioni, in particolare, sull’attività agricola, aggravando le già precarie condizioni economiche che il Paese si trova ad affrontare.
Critiche alle parole del Presidente Morsi sono giunte dalle autorità di Addis Abeba, che hanno dichiarato la propria indisponibilità a interrompere i lavori. Il Ministro degli Esteri egiziano, Mohamed Kamel Amr, dovrebbe recarsi in Etiopia nella giornata di domenica per incontrare il suo omologo e cercare una soluzione condivisa sulla questione. Il Cairo considera il progetto una violazione alle disposizioni coloniali, che assegnavano all’Egitto e al Sudan il diritto di utilizzare il 90 pe! r cento delle acque del fiume. L’Etiopia, da parte sua, non considera più in vigore tale disposizione: già nel 2010, infatti, aveva avviato trattative con Ruanda, Uganda, Kenya e Tanzania per regolare in modo più equo la distribuzione delle acque del Nilo, giungendo alla stipula dell’Entebbe Framework Agreement, che l’Egitto, lo scorso gennaio, si è rifiutato di firmare.
(Fonte C.E.S.I.)

Marocco: un paese il forte crescita

Il paradosso marocchino
Giulia Fagotto
06/06/2013
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Con una popolazione di oltre 32 milioni di abitanti e un prodotto interno lordo (Pil) che ha sfiorato i 76 miliardi di euro nel 2012, il Marocco si colloca al terzo posto tra i paesi del Nord Africa per le dimensioni della propria economia, alle spalle di Egitto e Algeria.

Si tratta di un paese in forte crescita, con una popolazione giovane e dotato di una politica per l’attrazione degli investimenti stranieri ben oliata. Ciò apre delle buone opportunità per le aziende italiane. Il nostro paese è infatti attualmente al quinto posto tra i partner commerciali del Marocco con un valore di interscambio pari a 2,3 miliardi di euro nel 2011. Questi alcuni degli spunti formulati dal rapporto Italian Business in Morocco redatto dagli esperti di Studi e Ricerche per il Mezzogiorno (SRM) e presentato il 6 giugno in un incontro pubblico organizzato a Roma in collaborazione con l’Istituto Affari Internazionali (IAI).

L’immagine del Marocco come paese dalle forti potenzialità economiche si è ulteriormente rafforzata all’indomani della turbolenta stagione delle Primavere arabe. A differenza dei regimi tunisino, egiziano e libico, la monarchia marocchina non è stata spazzata via dalle proteste scoppiate nel 2011 e capeggiate dal movimento del 20 febbraio. Quali fattori hanno permesso il concretizzarsi dell’“eccezione marocchina” e quali sfide la attendono?

La decisa risposta del re
L’arresto prematuro dell’ondata rivoluzionaria è stato dovuto in primo luogo all’efficace tempismo dall’azione riformista del re Mohamed VI, il quale già negli anni precedenti aveva promosso un lento ma costante processo di liberalizzazione, rompendo definitivamente con la repressione degli “anni di piombo” (1970)del padre Hassan II. Con l’approvazione, tramite referendum, delle modifiche costituzionali e le elezioni anticipate del novembre 2011, la protesta popolare ha infatti perso slancio sia in termini di presenza numerica che di spinta rivendicativa.

Un ulteriore fattore, spesso sottovalutato ma non per questo meno determinante, è la scarsa politicizzazione della società che, complici l’alto tasso di analfabetismo e lo storico trend di disaffezione politica, ha condotto il popolo marocchino ad affidarsi alle riforme del sovrano piuttosto che proseguire la protesta.

Figura emblematica, quasi paterna, il sovrano rimane quindi l’elemento chiave per comprendere lo sviluppo socio-politico del Paese. Grazie alla legittimità dinastico-religiosa della casa reale, il cui lignaggio discende in linea diretta con quello del profeta Mohammed, e al suo ruolo di collante tra le divisioni etniche (es. berberi), il re è il simbolo indiscusso dell’unità nazionale.

Il governo fantoccio
La stessa elezione di Abdelillah Benkirane, leader del partito islamico Giustizia e Sviluppo (PJD), a capo del governo è stata giudicata come un ulteriore passo verso la legittimazione del progetto di “cambiamento” proposto da Mohammed VI. Dopo una campagna elettorale in cui gli islamisti del PJD, sull’onda della protesa popolare, dichiaravano di voler mitigare i tratti autoritari e patriarcali della monarchia, le dichiarazioni rilasciate dal capo dell’esecutivo a TV5Monde il 24 febbraio 2013 (1) non lasciano spazio a dubbi circa il suo atteggiamento nei confronti del re: “Se i marocchini vogliono un primo ministro che si opponga a sua maestà che cerchino altrove. Qualora dovessi trovarmi in contrasto con sua Maestà sarei io stesso a dimettermi”.

L’esecutivo di Benkirane all’indomani dell’insediamento nel gennaio 2012 ha infatti immediatamente preso le distanze dai movimenti di protesta popolare promuovendo una politica all’insegna della stabilità e della crescita economica.

Incalzato dalle domande della giornalista francese, il capo del governo si è soffermato sulle riforme attuate sotto l’egida del sovrano sottolineando come i nuovi provvedimenti in materia di diritti umani - tra cui l’abolizione della tortura come strumento sistematico e le misure volte a favorire la parità tra i sessi - siano solo l’inizio di un processo più ampio di democratizzazione. Inoltre Benkirane ha evidenziato come gli interventi abbiano coinvolto anche il settore economico con azioni di contrasto al deficit della bilancia commerciale.

Transizione democratica o …?
Le dichiarazioni del capo del governo appaiono in netto contrasto con una realtà che testimonia un’involuzione democratica del paese attraversato da un velato processo di islamizzazione che interressa trasversalmente l’intera società.

Gli esempi sono molteplici e spaziano dall’ambiguo atteggiamento nei confronti della questione femminile, riscontrabile nella nomina di una sola donna nell’equipe governativa del PJD, alle ricorrenti censure della stampa, fino all’organizzazione di alcune dimostrazioni pubbliche contro il consumo di alcool e l’occidentalizzazione della società.

Una reintroduzione progressivamente tangibile dei costumi islamici e del discorso religioso si registra soprattutto nel settore pubblico, dove vengono favoriti l’uso del velo e la pratica delle cinque preghiere giornaliere. Anche i dati statistici smentiscono le parole di Bankirane: il tasso di disoccupazione, in continuo aumento, supera il 9,8% (con quella giovanile che ha sfondato il 40% e quella femminile che rappresenta il 60%), mentre il 28% della popolazione (5 milioni di persone) vive al di sotto della soglia di povertà; allarmante è anche il tasso di analfabetismo, tra i più alti nella regione, che si attesta al 50,6%.

L’enorme sperequazione sociale, inoltre, rende inefficaci i sussidi messi disposizione per ammortizzare il peso dell’inflazione. La corruzione endemica continua a rappresentare un ostacolo per qualsiasi opportunità di espansione economica e commerciale, sia del settore privato sia di quello pubblico.

A più di un anno dal suo insediamento il governo islamista ha sicuramente il merito di aver avviato importanti opere infrastrutturali, di aver promosso investimenti nel settore delle energie rinnovabili e di aver arginato l’impatto della crisi economico-finanziaria che ha colpito l’Unione Europea - principale partner della monarchia alawita, conducendo tra l’altro a un esito favorevole la negoziazione di un prestito di 6,2 miliardi di dollari da parte del Fondo Monetario Internazionale.

Sul piano delle riforme politico-sociali, alle quali è destinato solamente una parte minoritaria del budget statale, l’azione di governo di Benkirane sembra essere decisamente meno incisiva. È dunque lecito chiedersi se il Marocco abbia davvero imboccato la strada verso la tanto agognata democrazia, condizione imprescindibile per assicurare il pieno sviluppo economico del paese nel lungo termine.

(1) http://www.tv5.org/cms/chaine-francophone/Revoir-nos-emissions/Internationales/Episodes/p-24534-Abdelilah-Benkirane.htm.

Giulia Fagotto è laureanda In European International studies presso l'università di Trento. Ha appena concluso un tirocinio presso l'Istituto Affari Internazionali nel quadro del programma Mediterraneo e Medio Oriente.

giovedì 13 giugno 2013

Somalia: la Conferenza di Londra.

 Restituire alla Somalia quella pace e quella stabilità interna smarrita da più di un ventennio, a causa della guerra civile, è diventata, negli ultimi anni, una delle priorità nell’agenda internazionale di molti Stati. Si stanno susseguendo, infatti, gli sforzi della comunità internazionale per cercare di completare quel processo di stabilizzazione interna del Paese avviato, lo scorso anno, con l’insediamento di Hassan Sheikh Mohamud alla Presidenza del Governo federale somalo.
La Gran Bretagna, capofila occidentale in questo processo, dopo essere stata il primo Paese europeo a riaprire una sua sede diplomatica a Mogadiscio, dopo più di vent’anni di assenza, ha ospitato a Londra, lo scorso 7 maggio, una conferenza internazionale sul futuro della Somalia, alla quale hanno partecipato le delegazioni di ben 50 Stati. I temi principali sono stati la sicurezza, la giustizia e il rispetto dei diritti umani.
Nonostante la situazione a Mogadiscio stia gradualmente migliorando, nei territori al confine con l’Etiopia e il Kenya la tensione rimane alta a causa degli scontri fra i contingenti militari dell’AMISOM e le milizie islamiche di Al-Shabaab.

(stefania,ciriello1@gmail.com)

lunedì 3 giugno 2013

Niger: l'uranio al centro della attenzione

La scorsa settimana due attentati suicidi hanno colpito una base militare ad Agadez e la miniera francese per l’estrazione di uranio ad Arlit, uccidendo 24 soldati, 11 militanti e alcuni civili. L’assalto è terminato solo in seguito all’intervento delle Forze Armate francesi presenti nel sito, che hanno preso parte alle operazioni su richiesta del governo nigerino. Gli attacchi, giunti in seguito alla dichiarazione del Presidente Hollande di una cooperazione tra Francia e autorità nigerine nella lotta al terrorismo, sono stati rivendicati dal leader del movimento di “Coloro che firmano con il sangue”(in arabo al-Muwaqqioun bi-Dima), l’algerino Mokthar Belmokhtar, che ha dichiarato di aver agito in coordinazione con il Movimento per l’Unità e il Jihad nell’Africa Occidentale (MUJAO) per colpire le Forze francesi che presidiavano la miniera. La motivazione sarebbe stata l’intervento delle Forze Armate di Parigi in Mali. 
! E’ ipotizzabile, a questo punto, una sempre maggiore convergenza operativa tra i due gruppi, quello di MUJAO e il nuovo gruppo ribelle di Belmokhtar, “Coloro che firmano con il sangue”, nella realizzazione degli attacchi. La collaborazione tra i due gruppi armati non sarebbe nuova. Già nel 2012 un battaglione di MUJAO, denominato Osama Bin Laden, operò di concerto con un’unità di AQIM, nella battaglia di Gao, in Mali, prima dell’intervento francese nel 2013. 
Inoltre, aspetti in comune si possono cogliere tra l’attentato in Niger e quello del 16 gennaio scorso in cui sono stati attaccati i pozzi di gas ad In Amenas, in Algeria, dove sono morti cittadini algerini e lavoratori stranieri. L’attentato è stato, anch’esso, rivendicato da Belmokhtar, mentre i rapimenti sono stati rivendicati dal leader del MUJAO, Omar Oud Hamaha. Gli ostaggi e l’uso simultaneo di più attentatori suicidi sono aspetti che compaiono in entrambi i casi. Anche la similarità de! i luoghi colpiti, siti ad alta sicurezza e d’interesse occidentale, potrebbe andare a confermare la convergenza tra i due gruppi terroristici.
Da Centro Studi Internazionali. Geopolitical Weekly n.114

sabato 25 maggio 2013

Africa derubata dai trasferimenti illegali di capitali.

I trasferimenti illegali di capitali costano all'Africa in media 50 miliardi all'anno, una somma enorme sottratta ai programmi di sviluppo economico e sociale. Secondo una ricerca condotta dalla Global Financial Integrity tra il 1980 ed il 2009 all'Africa è stata sottratta una somma compresa tra 1200 e 1400 miliardi di dollari, una cifra superiore di decine di volte a quella degli aiuti allo sviluppo forniti nello stesso periodo ai paesi Africani. La Nigeria è uno dei paesi più colpiti dal fenomeno, legato in gran parte ai proventi petroliferi dai quali non discendono benefici per la popolazione.
 Per fronteggiare questa situazione, La Banca Mondiale ha annunciato oggi lo stanziamento di un miliardo di dollari per la regione dei Grandi Laghi. I fondi sono destinati a finanziare progetti per la sanità, l'istruzione, idrorelettrici e il commercio transfrontaliero, e potrebbero essere uno strumento efficace per riportare la pace e la sicurezza nella regione.

lunedì 20 maggio 2013

Contro Boko Haram offensiva militare tra le polemiche

Oltre duemila soldati dell'esercito nigeriano hanno lanciato nel nord est del paese una offensiva, con l'impiego di carri armati ed anche elicotteri e cacciabombardieri contro Boko Haran, il gruppo di matrice fondamentalista islamica responsabile da quattro anni a questa parte di numerosi attacchi ed attentati  contro i Cristiani che hanno provocato più di temila morti. . Il presidente nigeriani, Goodluck Jonathan ha dichiarato lo stato di emergenza in tre Stati  quello di Yobe, Borno ed Adamawa, stati che sono di confine con Niger, Ciad e Camerum, dove si crede , data la porosità delle frontiere, vi siano santuari di Boko Haram e dove è fiorente un libero traffico di combattenti ed armi.
L'iniziativa di impiegare i militari ha suscitato polemiche. Le popolazioni civili sono terrorizzate dai metodi dei militari che sono aparagonati a quelli dei militanti di Boko Haran. Questo anche in considerazione dei comportamenti dei militari nigeriani lo scorso novembre, quando erano state denunciate gravi violazioni dei diritti umani, esecuzioni sommarie, operazioni punitive contro i civili, ed altri abusi.

martedì 23 aprile 2013

Incontro al CASD " Il Tesoro dei Pirati"

Il prossimo 7 maggio, con apertura dei lavori alle ore 15.00 e chiusura intorno alle 16:30, sarà presentata, presso la Sala Montezemolo del Centro Alti Studi per la Difesa (CASD – Palazzo Salviati Piazza della Rovere, 83), la ricerca CeMiSS “Il tesoro dei Pirati”, realizzata da Fausto Biloslavo e Paolo Quercia. Lo studio, che analizza il business model ed i meccanismi economici associati all’evoluzione del fenomeno Pirateria, sarà pubblicato a breve come supplemento della Rivista Marittima. Contiamo di distribuire il supplemento nel corso della manifestazione.
L’evento, vedrà l’esposizione dei due Autori e di due esperti nei settori del contrasto al riciclaggio dei proventi di attività criminali e delle assicurazioni marittime, che poi interagiranno con il pubblico presente. Dettagli nella brochure allegata.

È necessario confermare la propria partecipazione in alternativa:
- inviando una e-mail a relintern.cemiss@casd.difesa.it
- telefonando al Centro Militare di Studi Strategici (CeMiSS) – Ufficio Relazioni Internazionali tel. 06.4691 3277.







mercoledì 20 marzo 2013

Tunisia. Verso la stabilità.

Mercoledì 13 marzo, la nuova lista dei ministri presentata da Alì Laarayedh, successore di Hamadi Jebali nel ruolo di Primo ministro tunisino, ha ricevuto la fiducia del Parlamento. L’aggravamento delle tensioni nel Paese dopo l’uccisione a inizio febbraio del politico Chokri Belaid e la crisi politica che sta spaccando la Troika (i tre partiti al governo: Ennahda, Ettakatol, Cpr) hanno indotto Ennahda a lasciare a tecnici indipendenti i quattro dicasteri chiave nel Consiglio dei ministri: Interni, Esteri, Giustizia e Difesa (quest’ultimo ministero era già in mano a un tecnico: Abdelkarim Zbidi).
Ennahda ha fornito i dati della depoliticizzazione del Governo: il 48% del nuovo Esecutivo è indipendente, mentre la percentuale di ministri in quota Ennahda è scesa dal 40% al 28%. Nonostante la soddisfazione per alcune scelte - in primis la collocazione di Lotfi Ben Jeddou agli Interni, noto per l’impegno da Procuratore Generale nel ! far condannare i colpevoli dei massacri dei giorni della rivoluzione – l’opposizione ha criticato l’alta presenza di Ministri del precedente Consiglio confermati (22 su 37), alcuni semplicemente con un portafoglio diverso.
Il fallimento del tentativo di coinvolgere altri partiti di opposizione (WAFA, Alleanza Democratica, Blocco per la Libertà e la Dignità), allargando così la coalizione di Governo, preannuncia le forti difficoltà che il nuovo Premier Laarayedh potrebbe trovarsi ad affrontare nei prossimi mesi. Qualora il nuovo Esecutivo non riuscisse a prendere in mano le redini del Paese e a imprimere l’accelerazione necessaria per la ripresa, la Tunisia potrebbe rischiare di essere schiacciata del peggioramento della crisi economica, politica e istituzionale.

(Da Newletter CE.S.I. del 20.3.2013)

Nigeria: il gruppo Ansaru setta di Boko Haram

La Farnesina ha confermato che Silvano Trevisan, l'ingegnere italiano rapito tre settimane fa a Jama'are, nello Stato Federale di Bauchi, nel nord della Nigeria, è stato giustiziato il 9 marzo da alcuni membri del gruppo di Jamaatu Ansarul Musilimina fi Biladis Sudan (Avanguardia per la protezione dei musulmani nell'Africa nera). L’esecuzione sarebbe avvenuta a causa di un presunto tentativo di liberazione dell’ostaggio da parte delle forze nigeriane e britanniche. Il Ministero degli Esteri italiano e britannico hanno subito smentito categoricamente questa versione.
Ansaru sarebbe nato nel 2012 da una scissione interna alla setta salafita Boko Haram. Il gruppo, d’ispirazione qaedista vicino ad al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM), non è nuovo ai rapimenti di occidentali: a dicembre aveva rivendicato il sequestro del francese Francis Colump, nel nord della Nigeria. Il sequestro, avvenuto all'inizio del mese, sarebbe stato una rappres! aglia contro la Francia per l’operazione nel nord del Mali. 
Trevisan è il secondo cittadino italiano che muore in Nigeria per mano di militanti jihadisti. L’11 marzo scorso, a Sokoto, durante un fallito blitz delle forze speciali britanniche, aveva perso la vita Franco Lamolinara, ingegnere rapito il 12 maggio 2011 a Birkin Kebin.
(New Lettere Ce.S.I. - 20.3. 2013)

mercoledì 30 gennaio 2013

Un volume di interesse sulla patnerschip Eu-Africa

Strengthening the Africa-EU Partnership on Peace and Security: How to Engage African Regional Organizations and Civil Society

edited by Nicoletta Pirozzi

Nuova Cultura Nuova Cultura

IAI Research Papers No. 6

October 2012
Pages 105, Euro 15,60
ISBN 978-88-6134-887-5

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 The volume

The Joint Africa-European Union Strategy (JAES), adopted at the Lisbon Summit in December 2007, was conceived to overcome the unequal partnership between the African and European continents by establishing a framework of cooperation based on shared values and common objectives. In particular, it was designed as an inclusive and people-centred partnership, aimed at involving both institutional and non-institutional actors beyond the Brussels-Addis Ababa axis. However, already during the first implementation phase (2008-2010), it became clear that these conditions were far from being fully realized and needed a longer timeframe to display their potential. The Tripoli Summit in November 2010 and the second Action Plan (2011-2013) have tried to address some of these problems, but full implementation of the Joint Strategy is still a work in progress.
This study analyses the sub-optimal involvement of two main stakeholders, namely African regional organizations - Regional Economic Communities (RECs) and Regional Mechanisms (RMs) - and civil society actors, especially non-governmental organizations. It addresses current engagement in and the potential of civil society's contribution to Africa-EU relations in the field of peace and security, by looking at their interaction with institutions on the continent and their added value in sectors such as early warning, crisis management, mediation and training. Finally, it offers some policy recommendations for the future implementation of the Joint Strategy, in particular on the issues of dialogue, capacity-building and funding.

This study has been conducted by IAI in the framework of the project"Strengthening the Africa-EU partnership on peace and security: how to engage African regional organisations and civil society", commissioned by the Brussels-based Foundation for European Progressive Studies (FEPS) with the support of the European Parliament.

Main findings and policy recommendations published also as IAI Working Paper 1228.

 The editors

Nicoletta Pirozzi is Senior Fellow in the European affairs area at the Istituto Affari Internazionali (IAI).

 The authors

Gianni Bonvicini, Valérie Vicky Miranda, Nicoletta Pirozzi, Kai Schäfer.

lunedì 21 gennaio 2013

Africa Centrale


CONGO, REPUBBLICA DEMOCRATICA. 2012 Dicembre 12. Nord Kivu: a rischio i negoziati.
I Colloqui tra il Governo di Kinshasa e il ribelli del movimento M23  a Kapala con la mediazione dei Paesi dei Grandi Laghi sono a rischio e si profila la ripresa dei combattimenti. Francois Rucogoza, segretario esecutivo del M23 ed ex ministro della Giustizia nel Nord Kivu accusa il Governo di Kinshasa di aver passato per le armi soldati governativi appartenenti ad una etnia minoritaria, quella di lingua kinyarwanda e di non aver aiutato la popolazione del Nord Kivu. Raymond Thhibanda, capo della delegazione governativa ha respinto le accuse imputando a sua volta ai ribelli sistematiche e ininterrotte violenze.
Le trattative a Kampala sono basate sull’accordo del 23 marzo 2009 e secondo il primo Ministro congolese Matata Ponyo non vi è spazio per altre concessioni.
Il movimento ribelle formato da ex guerriglieri che il 23 marzo 2009 firmarono un accordo e furono integrati nell’Esercito congolese, salvo poi disertare in massa accusando il Governo di violare i patti, sembra orientato a riprendere i combattimenti.
Parole Chiave: Minoranze. Sicurezza Rischio Paese. Confine. Guerriglia. Etnia.

martedì 15 gennaio 2013

Sudan La Nascita del Sudan del Sud. Precedenti

Sudan . Materiale di Approfondimento

Luciano Larivera S.I. La Secessione del Sud Sudan

Il 9 luglio 2011 è nata la Repubblica del Sud Sudan, dopo il referendum secessionista del 9-15 febbraio scorsi. Sarà il 54° Stato Africano, grande il doppio dell’Italia e con dieci milioni di abitanti, in attesa del rientro dei profughi ed emigrati. Il Sud Sudan, con capitale Juba, era già affidatoad un Governo semi-autonomo del 9 gennaio 2005, quando fu siglato l’Accordo comprensivo di pace(CPA Comprehensive Peace Agreement) dopo due guerre civili (1956-72) 1983-2005). La questioni di Khartoum e Juba devono ancora risolvere , in applicazione den CPA, sono: la delimitazione delle frontiere, la gestione delle risorse petrolifere, la sorte della regione di Abyei, la cittadinanza, la moneta, la ripartizione del patrimonio e dei debiti dei due Stati, la sicurezza dei rispettivi cittadini, in particolare delle popolazioni nomadi e delle minoranze anche religiose.
Articolo. La Civiltà Cattolica, Anno 162 2011 I 425-431, quaderno 3857, 5 marzo 2011
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martedì 8 gennaio 2013

Il Mali vittima delle primavere arabe





Una ragazza di 15 anni è stata umiliata con sessanta colpi di frusta dalla polizia islamica di Timbuctù perché si era intrattenuta a parlare per strada con alcun uomini. La stessa fonte rileva che le sedi della polizia religiosa erano piene di donne arrestate perché non si erano adeguate alle nuove norme sull’abbigliamento.
Queste notizie fanno ancora riflettere sulla Religione Mussulmana, sulla shairia, sulla applicazione di tali norme soprattutto verso le donne ed il ruolo della donna nella società umana nella versione fondamentalista islamica. Chiedere ad esponenti islamici, sia laici e sia religiosi se questo è possibile alla luce della loro grande cultura e tradizione; chiedere come possono confrontarsi con un mondo occidentale che ha ormai raggiunto il concetto della parta tra uomo e donna. E per noi italiani come si applica a costoro, che in italiana sono stati accolti, che credono nella schiaria, l’articolo 2 della nostra Costituzione.
In attesa di risposta la nota è incentrata sulla situazione del Mali, paese devasto e sconvolto dall’onda lunga delle cosiddette primavere arabe, che, nate per dare maggiore libertà e democrazia contro i dittatori, si stanno rilevando dei veri e propri inverni freddi e bui, in presenza di una affermazione di un fondamentalismo alto medioevale. La Tunisia per prima sta sperimentando questo inverno.
In Mali le milizie islamiche si sono impossessate del nord del paese ed hanno applicato la schairia in modo integrale. Quale il lor percorso per arrivare a questo.

Il Mali Una storia complessa: dalla dittatura alla democrazia.
Lo stato del Mali, già colonia francese con il nome di Sudan francese, ha acquisito l’indipendenza il 20. Giugno 1960, unito al Senegal nella Federazione del Mali. Collassata in breve tempo la Federazione, il Mali si è proclamato indipendente il 22 settembre 1960. Da questa data al 1968 ha subito la dittatura di M. Ketia, di stampo “socialista” che è collassata dando spazio ad una dittatura militare, dal 1968 al 1991, guidata da M. Traorè. Varata una costituzione democratica nel 1992, dal 1993 è stato avviato un processo di democratizzazione accettabile, che, tra l’altro prevede, la elezione del presidente della repubblica a suffragio diretto con mandato di 5 anni, ed una Assemblea Nazionale, composta da 147 membri in grado di legiferare. Fino alla fine del 2011 era presidente Amadau Tourè, eletto il 12 aprile 2002 e rieletto il 29 maggio 2007. Primo ministro Cisse Marian Sidibe, in carica il 3 aprile 2011 fino alla vigilia delle primavere arabe. Fino al 2011 il mondo occidentale considerava il Mali un paese stabile, con una presenza di un islam moderato e con buone prospettive di sviluppo.

L’Effetto domino  
In poco più di otto mesi il Paese è stato sconvolto. Si è spaccato in due e a nord la rivolta si è impossessata di tutto il territorio tanto che oggi il paese è diviso da una frontiera invisibile, creando una repubblica islamica; problemi endemici che gravano sul paese sono esplosi e il governo non è riuscito a gestirli, provocando l’intervento dei militari a fine marzo che hanno deposto Amadou Toumani Tourè, considerato troppo debole; l’esercito è troppo debole per riprendere il controllo dei territori del nord.

Una situazione molto grave per la stabilità internazionale. Stati Uniti, Francia, la nume tutelare del Paese, e l’Unione Europea sono stupite dall’evolversi della situazione ed ancora non sanno come agire, sbigottite solo dal fatto che il Mali è diventato dall’oggi al domani il nuovo teatro della “guerra al terrorismo”.

Che cosa è successo?
Il fatto che nel nord Mali si sia costituita una repubblica islamica fondamentalista, forte e compatta, permeata da Al Qaeda ed altre organizzazioni estremistiche islamiche, è dovuto alla primavera araba soffiata in Libia, ovvero alla caduta di Muammar Gheddafi. Gheddafi per il Mali era uno zio ricco, snob, imprevedibile, un po’ pittoresco, che aveva ampia influenza sulla classe dirigente del Mali, che sosteneva con fiumi di petrodollari, di pari passo che sosteneva le popolazioni tuareg del nord da sempre in lotta con il potere centrale di Bomako, che il leader libico addestrava nei suoi campi di addestramento. Inoltre li impiegava anche nelle sue forze armate, tanto che molti di loro hanno partecipato al conflitto con i cirenaici del Cnt in difesa di Gheddafi stesso. Al momento della caduta di Gheddafi, i tuareg e le altre milizie si sono ritirati, con tutte le loro armi, più quelle rastrellate in Libia, di notevole quantità, in Mali. Questo è un passaggio chiave per comprendere la situazione d’oggi in Mali.

All’inizio del 2012, la insignificante latente rivolta presente nel territorio del nord si è rinvigorita: in nome del Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad, i tuareg hanno iniziato ad attaccare l’esercito governativo. Rinforzati da vari gruppi di fondamentalisti islamici che operavano come milizie, i Tuareg riescono in breve ad avere ragione delle forze governative, troppo deboli e disorganizzate e scarsamente equipaggiate che si ritirano a sud della linea immaginare di confine arroccandosi a Mopti. I Tuareg riescono a controllare il Nord Mali un territorio che è grande come la Francia. A maggio i Tuareg concludono un accordo con gli esponenti delle milizie islamiche, sopratutto quelle espressioni di Al Quaida nel Magreb islamico (Aqmi). Un accordo che da loro stessi smentito in pochi giorni in quanto gli esponenti delle milizie rilevarono le loro reali intenzioni. I Tuareg sono stati tutti messi in fuga e emarginati dai miliziani espressione dei fondamentalisti islamici, che sono gli attuali vincitori della rivoluzione. Le milizie fondamentalisti amministrano le principali città del nord: Kidal, Gao, Timbuctou.
Il gruppo leader di queste milizie è un gruppo islamico chiamato Ansar Eddine , dall’arabo “difensori della fede”, che, come primo atto, è stata la creazione della polizia religiosa; questa punisce con pene corporali il consumo di alcool e di sigarette, punisce con l’amputazioen della mano i ladri, aggredisce e punisce le donne che non rispettano la legge islamica, e si prefigge di portare il Jihad in tutta l’Africa Occidentale.
Il capo di Ansar Eddine è Iyad ag Ghali, tuareg maliano convertito al fondementalismo, estremista che nega colloqui con i suoi vecchi compagni parlamentari a Bomako, sostenendo che i parlamentari sono dei miscredenti in quanto vogliono dettare e fare la “legge”, attività che, secondo lui, può svolgere solo Dio. Il vero potere di Iyad ag Ghali nasce dalla sua principale attività che ha svolto negli utili dieci anni:intermediario per liberare gli occidentali in mano ai rivoluzionari. Il riscatto passava per le sue mani e, insieme ai servizi segreti di Bomako, molto vi rimaneva.
 Queata dei rapimenti di turisti stranieri per poi chiedere il riscatto è stata una industria fiorente in Mali. Che si innesta con le altre attività illegali: traffico di armi, di schiavi, di organi umani, droga, sigarette ed altro. Il grande errore dei Paesi occidentali è stato quello di non comprendere che questa attività illegale di criminalità organizzata aveva creato nel territorio del nord una rete criminale che aveva dissolto lo stato di diritto. Bomako non controllava più il nord, ove la legge, prima delle primavere arabe, la faceva capi e capetti come Iyad ag Ghali. Con la primavera araba si è creata una simbiosi tra la criminalità organizzata e i gruppi jihadisti, cementata dai lauti guadagni dei traffici illeci, che arricchivano anche i politici maliani tra cui l’ex presidente Amadou Toumani Tourè è il precedente che fa comprendere come in pochi mesi le strutture stauali del Mali siano state abbattute nei territori del nord.

Una popolazione in fuga

In poco più di u semestre, oltre 500.000 maliani è fuggito dai territori del nord per non socciacere alla legge islamica, riversandosi nei paesi vicini, in particolare verso il Niger, il Burkina Faso, e verso gli altri paesi del sud. Proprio i profughi portano le notizie di come si vive nel nord. Le notizie sono aberranti. Gli abitanti di Aguelhok sono rimasti sconvolti dalla lapidazione ( uccider ele persone a colpi di pietre) di una coppia che aveva avuto dei figli fuori dal matrimonio