mercoledì 31 agosto 2016
lunedì 22 agosto 2016
Libia: operazioni contro i Jiaidisti
lunedì 1 agosto 2016
L'Africa ed il Diritto
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Più volte è stato rilevato dagli Stati membri dell’Ua come la Corte abbia concentrato i suoi sforzi investigativi quasi esclusivamente in Africa, tralasciando altri evidenti e rilevanti casi di crimini internazionali in diverse regioni del mondo. Inoltre, è stata lamentata un’eccessiva ingerenza europea negli affari della Cpi: l’ammontare totale della partecipazione economica degli Stati europei al fondo della Corte, ad esempio, eccederebbe il 70%, contribuendo sensibilmente dal canto europeo all’imposizione di proprie soluzioni in Africa. È stato altresì messo in discussione il carattere democratico di rappresentatività della Cpi, poiché - mancando l’adesione di Stati Uniti, Cina e India allo Statuto di Roma -, essa rappresenterebbe solo un terzo della popolazione mondiale. Vecchie incomprensioni e nuovi spiragli Tali risentimenti emergono chiaramente esacerbati dal processo contro l’ex presidente del Kenya Uhuru Kenyatta, una circostanza che ha portato molti paesi dell’Ua a voler rivedere la propria cooperazione con la Corte penale internazionale. La situazione di stallo tra la Corte e l’Unione ha generato, inoltre, non pochi problemi per l’esecuzione del mandato d’arresto contro il presidente sudanese Omar Hassan Al-Bashir, accusato di crimini internazionali dall’ex procuratore della Cpi Luis Moreno-Ocampo: una vicenda segnata dal mancato arresto in Sudafrica, in data ai margini dell’assemblea generale dell’Ua, e dalla mancata cooperazione di paesi africani già membri dello Statuto di Roma. In occasione del ventisettesimo vertice dell’Ua, svoltosi a Kigali lo scorso luglio, tuttavia, non vi è stata ufficiale menzione della polemica e, per la prima volta dal 2013, l’incontro si è concluso senza un esplicito attacco all’attività della Corte. Inoltre,alcuni paesi (tra cui Botswana, Nigeria, Senegal, Costa d’Avorio e Tunisia), si sono pubblicamente opposti all’ipotesi di recesso dallo Statuto di Roma proposta da molti membri dell’Ua. Che tale coraggiosa presa di posizione incoraggi gli altri Stati a superare le loro riserve è un’ipotesi del tutto augurabile, in quanto la Cpi è ancora oggi l’unico strumento della giustizia internazionale atto a giudicare individui che abbiano commesso crimini internazionali. La procuratrice generale della Cpi Fatou Bensouda, di nazionalità gambiana, ha intanto avviato una serie di procedimenti anche in altre aree geografiche, comunque allineandosi a sostegno dell’operato della Corte e affermando che molti dei giudizi attivi nei confronti di individui africani siano effettivamente il risultato della volontà di alcuni paesi di rivolgersi all’autorità internazionale, poiché inidonei o impossibilitati a istituire processi a livello interno. Il caso Habré L'Unione africana, contestualmente, approvando misure per la formazione di una rete di pubblici ministeri per la disciplina dei crimini internazionali e incoraggiando i suoi Stati membri a conferire ai tribunali locali giurisdizione universale in materia, ha voluto affermare la propria autonomia nell’impegno a contrastare l’impunità, dimostrando di avere i mezzi e la volontà di perseguire i crimini commessi all’interno dei propri confini, senza l’interferenza di attori esterni. Esemplare a tal proposito la sentenza del 30 maggio 2016 del Tribunale speciale istituito dal Senegal con il sostegno dell’Ua, che ha condannato per crimini contro l’umanità Hissène Habré, dittatore del Ciad tra il 1982 e il 1990. La corte giudicante, designata dall’accordo tra Ua e Senegal il 22 agosto 2012, è un tribunale “misto” riconducibile per alcuni aspetti all’impostazione delle corti statali e per altri a quella dei tribunali internazionali, sulla falsariga della Corte speciale per la Sierra Leone e delle Camere straordinarie per la Cambogia, istanze istituite però con l’assistenza delle Nazioni Unite e non di un’organizzazione regionale. Il Tribunale speciale, il cui statuto ne disciplina la competenza per materia con riferimento alle previsioni dello statuto della Cpi, è competente per i crimini di genocidio, crimini di guerra, tortura e crimini contro l'umanità. Per quanto attiene alla competenza con riguardo all’accusato, si ritiene legittima la persecuzione di un singolo individuo che si trovi in territorio senegalese e sia principale responsabile dei crimini in analisi. Ad avvalorare questa ipotesi, il disposto della Convenzione Onu contro la tortura del 1984, che obbliga in questo caso il Senegal a provvedere immediatamente all’istruzione di un processo, l’accordo tra il governo senegalese e l’Ua, con cui veniva istituita la giurisdizione penale ad hoc, il mandato del 2006 con cui l’Ua attribuiva la competenza a giudicare al Senegal (Decision sur le procès d’Hissene Habré et l’Union Africaine del 3 agosto 2006). Giurisdizione universale e atrocità di massa Il caso Habré è una manifesta dimostrazione di come la giurisdizione universale sia uno strumento rilevante o, ancor più, essenziale nell’ambito della repressione e della prevenzione delle atrocità di massa: essa garantisce che i sospetti non possano godere dell’impunità in uno Stato terzo, quando non possono essere perseguiti dinanzi ai giudici del paese in cui i crimini sono stati commessi o davanti a un Tribunale internazionale. È auspicabile, in quest’ottica, non il recesso da parte degli Stati africani dallo Statuto di Roma, bensì l’implementazione di un impianto effettivamente ed efficacemente imparziale, libero da ingerenze politiche, capace di garantire giustizia alle vittime di crimini internazionali. Anastasia Buscicchio è assistente di ricerca presso il Budapest Centre for Mass Atrocities Prevention. | ||||||||
giovedì 28 luglio 2016
Quale collaborazione?
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La nuova Agenzia, prendendo spunto da esperienze simili in Europa e nel mondo, ha iniziato ad operare nel gennaio 2016 con l'ambizione di allineare l'Italia ai principali partner europei e internazionali nell'impegno per lo sviluppo. Sottoposta al potere di indirizzo e vigilanza del Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale (Maeci), è però dotata di una larga capacità di azione grazie a una personalità giuridica autonoma, a un proprio bilancio, a un suo organigramma interno e a proprie sedi (quella centrale a Roma, una decentrata a Firenze nell’ex storico Istituto agronomico di Firenze e 18 sedi all'estero). La cooperazione internazionale e la politica estera “La cooperazione internazionale per lo sviluppo sostenibile, i diritti umani e la pace” (come recita l’articolo 1 della legge 125) non è solo “parte integrante e qualificante della politica estera italiana”, di più: è un suo compimento e, quasi, una nuova e più moderna forma di politica estera. L’Aics è quindi l’organo che può implementare queste innovazioni con approccio gestionale su alti standard internazionali (in primis Ocse-Dac) e una visione d’insieme ampia, politica intra-settoriale e in stretta connessione con gli altri settori dell’azione esterna italiana. I 17 obiettivi di sviluppo sostenibili dell’Agenda 2030 saranno il riferimento per l’Agenzia, con il loro approccio allargato a tutti i paesi – superata la logica di paese “beneficiario” – e inclusivo di nuovi settori: governi, istituzioni internazionali, settore privato, società civile e le stesse singole persone. Nell’ultima legge di stabilità, il governo Renzi ha aumentato del 40% i fondi da destinare alla cooperazione allo sviluppo (da 297 nel 2015 a 418 milioni di euro nel 2016). Sarà ora la legge 125 e la sua implementazione a determinare se l’Italia sarà all’altezza delle sfide che l’attendono in questo settore. I primi mesi dell’Aics Nei primi mesi di operato, l'Aics ha ricevuto vari apprezzamenti da rappresentanti della società civile italiana impegnati nella cooperazione internazionale e comincia a vedersi riconosciuto il suo ruolo pubblicamente. Dopo un periodo di affinamento su competenze e prassi, anche il rapporto con la Farnesina sembra si stia chiarendo grazie anche al Comitato interministeriale per lo Sviluppo, di competenza della Direzione generale per la cooperazione allo sviluppo (Dgcs), e al viceministro Mario Giro, al quale compete esercitare il ruolo di facilitatore e di guida, nel caso sorgessero difficoltà ai livelli apicali delle due strutture. A conferma di questo tendenza, il primo agosto il nuovo Direttore Generale della Dgcs Pietro Sebastiani, appena insediatosi, si è recato in visita presso la sede dell’Aics. In questo quadro di sinergie istituzionali è già stato attivato un protocollo d’intesa con il Ministero dell’Ambiente e l’Aics punta a intese simili col Ministero della Giustizia e con quello della Cultura. Anche la cooperazione decentrata potrebbe trovare inoltre spazio di rilancio, come lascia intravedere la recente firma della convenzione Aics-Regione Sardegna per iniziative di cooperazione decentrata in Tunisia. Inoltre, a metà maggio scorso è stato approvato il primo bando dell’Agenzia, lo strumento con cui mette a disposizione delle organizzazioni della società civile 22,5 milioni di euro per progetti di cooperazione. A luglio è stata inoltre posta una pietra miliare nella nuova architettura per lo sviluppo con l’istituzione della Cassa Depositi e Prestiti (Cdp). La Convenzione, prevista dalla legge 125/2014, decreta come la Cdp funga da “banca italiana per lo sviluppo”. Si tratta di uno degli elementi più significativi e innovativi della riforma, il cui obiettivo è anche quello di attrarre risorse dal settore privato per la realizzazione di interventi di cooperazione. Certo, non mancano limiti sui quali lavorare nei prossimi mesi. Per esempio, in ambito tematico, il settore “emergenza e stati fragili” non include attenzione alpeacebuilding, che ormai viene da tutti considerato come collegato allo sviluppo. Questo potrebbe portare delle limitazioni alla cooperazione internazionale come definita dall’articolo 1 della legge 125 che parla appunto di “cooperazione internazionale per lo sviluppo sostenibile, i diritti umani e la pace”. A regime, l’Aics potrebbe investire in questa direzione anche a breve, per esempio introducendo un criterio di “conflict sensitivity” nei bandi per i progetti in area di potenziali conflitti o di violenze in corso. Il nodo risorse umane Altro nodo è quello dell’assunzione di personale esterno all’amministrazione pubblica. Laura Frigenti ed Emilio Ciarlo, rispettivamente direttrice e vicedirettore dell’Aics, hanno fatto sentire la loro voce nelle scorse settimane, sottolineando come non siano reperibili all’interno degli apparati statali tutte le competenze per un pieno funzionamento dell’Agenzia. La Legge 125 prevede un organico pari a 200 dipendenti nella sede di Roma (e quella di Firenze) e un centinaio all’estero. Attualmente sono 150, ma la Ragioneria dello Stato non autorizza un concorso per arruolare nuovi giovani esperti di sviluppo indispensabili per il futuro dell'Agenzia. Il nuovo reclutamento sarebbe per circa 60 profili, 20 dovrebbero provenire dall’amministrazione pubblica e i 40 restanti dal di fuori. Diventerebbe però difficile gestire con questo organico il budget in aumento, che mira allo 0,25% del Pil. L’attenzione è quindi posta su un concorso che consenta di assumere nuove competenze specifiche, laureati specializzati con 4-5 anni di esperienze significative in organizzazioni internazionali o Ong specializzate. Anche se manca qualche tassello politico e tecnico, l’impressione complessiva è che stia nascendo un rinnovato “Sistema Italia” di cooperazione internazionale che sappia risponde alle sfide dell’Agenda 2030. Bernardo Venturi è ricercatore dello IAI (Twitter: @bervent). |
giovedì 23 giugno 2016
Collaborazione strategica tra il Qatar e l'Italia
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Collaborazione strategica tra Italia e Qatar È, infatti, anche l’inizio di una collaborazione strategica fra i due paesi, ottenuta grazie al sostegno del Ministero della Difesa che vi ha giocato un ruolo di primo piano a livello politico, operativo e tecnico. L’accordo prevede, infatti, oltre la fornitura delle navi complete e un sostegno logistico decennale da parte dell’industria italiana, anche l’addestramento da parte della Marina Militare dei nuovi equipaggi che bisognerà formare per rendere operativa la flotta qatarina: il loro personale frequenterà corsi di formazione e verrà imbarcato sulle unità italiane in attesa di ricevere nei prossimi sei anni le nuove navi. Un ottimo risultato, ottenuto superando importanti concorrenti grazie a un mix di supporto governativo, sostegno militare e capacità tecnologiche e industriali. Alla fine hanno vinto la credibilità e l’affidabilità della Marina - che ha convinto il Qatar ad acquisire navi diverse e di minori dimensioni, ma con caratteristiche analoghe a quelle recentemente ordinate con il nostro Programma Navale - e della Fincantieri, che ha offerto un’efficace soluzione sul piano del rapporto costo/efficacia e del futuro supporto logistico. Si conferma così che vi sono delle aree di eccellenza italiana nel campo dell’aerospazio, sicurezza e difesa dove una corretta ed efficiente gestione delle imprese con lo sviluppo di prodotti competitivi, unita a un adeguato supporto all’innovazione tecnologica e trainata dalle commesse nazionali, può consentirci di competere sul mercato internazionale. È il più importante contratto mai conseguito dall’Italia per equipaggiamenti militari italiani e, in particolare, il maggiore in campo navale (se si esclude lo sfortunato accordo con l’Iraq del 1980, prima della guerra con l’Iran). L’Italia espande la collaborazione militare con il Golfo Si accompagna, inoltre, ai contratti firmati negli ultimi mesi per la fornitura da parte di Finmeccanica-Leonardo di 28 velivoli Thyphoon del consorzio europeo Eurofighter al Kuwait e da parte di Piaggio Aerospace di 8 velivoli a pilotaggio remoto P.1HH agli Emirati Arabi Uniti. L’Italia sta, quindi, espandendo la sua collaborazione militare e industriale con importanti paesi del Golfo, assumendovi un maggiore ruolo politico. Bisogna però ricordarsi che la realtà è dialettica e che, in questo caso, è l’opportunità che potrebbe trasformarsi in un rischio: sul terreno della sicurezza e della difesa, soprattutto in aree particolarmente “delicate”, non ci si possono permettere errori, disattenzioni o, peggio ancora, mancato rispetto degli impegni assunti. In caso contrario quel sistema-paese che ha giocato oggi come valore positivo può rischiare di essere travolto in una spirale negativa. Ieri si sono firmati tre accordi: uno a livello governativo, che si inquadra in quello generale del 2010 (confermando che ci vogliono anni per costruire un rapporto di reciproca fiducia e conoscenza) e due a livello industriale, il contratto per Fincantieri e una lettera di intenti vincolante per MBDA Italia. Questa soluzione è anche l’inevitabile risultato della nostra normativa che prevede solo lo svolgimento da parte del Ministero della Difesa di attività di supporto tecnico-amministrativo a favore di Stati esteri per l’acquisizione di equipaggiamenti militari: differentemente dai principali concorrenti (Usa, Francia, Regno Unito) non può esplicitamente firmare un contratto che, quindi, va sottoscritto dall’impresa interessata. Quadro normativo da modificare? La preoccupazione del legislatore è stata quella di non coinvolgere il Ministero in operazioni commerciali, sottovalutando il fatto che la tendenza internazionale è, invece, proprio quella di realizzare accordi governo-governo col duplice vantaggio di ricondurre la cessione di armamenti alla politica internazionale e rimuovere dall’origine ogni rischio di inquinamento ad opera del sottobosco degli intermediari che operano anche su questo mercato (proteggendo l’industria fornitrice da possibili pressanti richieste da parte dello stesso cliente). Questa nuova esperienza richiama, di conseguenza, l’attenzione sull’opportunità di modificare il quadro normativo, allineando l’Italia ai paesi amici e alleati e rafforzando il valore politico delle esportazioni militari. Un ulteriore insegnamento è legato alla selezione delle reali possibili commesse acquisibili sul mercato internazionale. Né l’industria né il sistema-paese hanno le risorse per inseguire ogni potenziale vendita. Si devono compiere, con largo anticipo, precise scelte sulla base dei nostri interessi nazionali e di una valutazione obiettiva delle possibilità: la prossima riforma del Ministero della Difesa con la costituzione di una specifica Direzione Nazionale degli Armamenti e della Logistica offrirà la migliore occasione per impostare e gestire più efficacemente una strategia nazionale in questo settore, in stretto coordinamento con tutte le altre Amministrazioni coinvolte e la Presidenza del Consiglio. Michele Nones è consigliere scientifico dell’Istituto Affari Internazionali. |
domenica 12 giugno 2016
Egitto: il problema della comunicazione
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Insieme a lui, resta in carcere anche l’avvocato Malek Adly, ritenuto colpevole di aver incitato gli egiziani a criticare, con manifestazioni di strada, il dono con il quale presidente Abdel Fattah al-Sisi ha deciso di omaggiare la casa regnante saudita: ovvero i due isolotti del Mar Rosso di Tiran e Sanafir. Oltre alle accuse ufficiali del momento,in entrambi i casi pesa il fatto cheAdly e Abdallah siano due attivisti da anni invisi al regime di turno e ora ancora più ingombranti visto l’aiuto dato alla famiglia e ai legali di Giulio Regeni che cercano di fare luce sulla tragica morte del giovane ricercatore. Giornalisti in rivolta Questi eventi, arrivati alle nostre orecchie perché vicini a un caso a cui siamo più sensibili, sono in realtà la cartina di tornasole dell’ennesima ondata repressiva che sta attraversando l’Egitto di Al-Sisi e che nelle ultime settimane ha preso di mira soprattutto la libertà di stampa. A mostrarlo è stato, la settimana scorsa, l’arresto di Yehia Qalash, presidente del sindacato dei giornalisti. Gesto, quest’ultimo, che ha messo a nudo la battaglia tra ministero degli Interni e sindacato. Uno scontro che sta toccando un apice mai raggiunto prima nella storia dell’Egitto repubblicano. La miccia che ha aperto lo scontro con il sindacato dei giornalisti è stata il raid con il quale, il 1° maggio, la polizia ha fatto irruzione nella sede della corporazione per arrestare Mahmoud al-Sakka e Amr Badr. Questi giornalisti (entrambi fondatori, nel 2015, di Bidaia, il movimento - in fretta bandito - che da mesi chiedeva la ristrutturazione del ministero degli Interni e l’abolizione della severa legge sulle manifestazioni) avevano organizzato un sit-in di protesta contro le precedenti retate con le quali la polizia aveva cercato di azzittire quanti criticavano la cessione di due isolotti del Mar Rosso. Dopo questa inedita retata, unica lungo il Nilo,Qalash aveva indetto un’assemblea sindacale durante la quale sono state prese una serie di decisioni per portare avanti la protesta contro il ministero degli Interni, il vero obiettivo di quasi tutti i manifestanti egiziani che negli ultimi mesi hanno trovato il coraggio di tornare in strada. Ma ancora prima di combattere contro quello che è ritenuto il nemico esterno, i giornalisti devono fare i conti in casa propria. L’ala del sindacato più lealista al regime, quella che da mesi si limita a pubblicare o a leggere le veline del governo, ha infatti convocato un’altra assemblea per prendere le distanze “da quanti vogliono trasformare il sindacato in un partito politico”. Visto dai corridoi dei sindacati, lo scontro fratricida - ben evidente dalle diverse titolazioni dei media statali rispetto a quelle dei media privati che ora, dopo un paio di anni di allineamento, tornano a fare sentire la loro voce - sembra aver consegnato la vittoria all’ala rivoluzionaria. Ma potrebbe trattarsi di una vittoria di Pirro. A mostrarlo non è solo la fine fatta da Qalash, ma anche le dinamiche all’interno dell’ambiente mediatico egiziano. Lifting di regime Solo nelle ultime due settimane, si è assistito ad acquisizioni e fusioni di canali televisivi di tale importanza che si può parlare di un vero e proprio rimodellamento della mappa multimediale egiziana. Un restyling che sembra in realtà un lifting di regime. Il volto più rappresentativo di questa evoluzione è quello di Elham Sharshar, moglie di Habibel-Adly, ultimo ministro degli Interni dell’epoca di Hosni Mubarak e deus ex machina della repressione di regime di allora. La notizia dell’apertura di un nuovo giornale da parte di Sharshar è arrivata poche ore dopo quella - da confermare - secondo la quale el-Adly sarebbe pronto a riconciliarsi con il regime. Restando nella cerchia dei gattopardi, c’è un altro nome che in questi giorni ricompare sulla stampa egiziana. È quello di Makram Mohammed Ahmed, giornalista dichiaratamente pro-regime che in passato è stato ai vertici del sindacato. Secondo le voci che circolano, potrebbe essere lui a prendere il posto di Qalash. Il risveglio del sindacalismo Questa notizia - che solo il tempo potrà confermare - mostra che la battaglia interna al sindacato dei giornalisti è tutt’altro che sopita. Qualora vincessero i lealisti, veline, censura, e incensamento del regime tornerebbero a diventare non solo pane quotidiano degli operatori dell’informazione, ma anche pratiche istituzionali. E la stampa di corte racconterebbe solo di strette di mano, visite ufficiali, accordi commerciali. Qualora a spuntarla fossero invece le voci stonate, c’è da scommettere che queste proverebbero ad assumere la leadership della protesta sindacale che a inizio anno ha già visto insorgere l’ordine dei medici. Le sinergie tra questi due sindacati si sono già manifestate e non si può escludere che diventino contagiose. Non sarebbe la prima volta. Nel 2011, i giornalisti ci misero la testa, gli altri i numeri. E ora, dopo due anni e mezzo di apatia, le centinaia di sindacati nati dopo la rivoluzione sembrano pronti a rimboccarsi le maniche. Azzurra Meringolo è ricercatrice presso lo IAI e caporedattrice di Affarinternazionali. Coordinatrice scientifica di Arab Media Report. Potete seguirla sul suo blog e su twitter a @ragazzitahrir. |
martedì 7 giugno 2016
Prospettive per il Continente nero
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Mentre nel 2015 la maggior parte delle economie africane sono scese ai livelli di crescita del 2009, quella ruandese è diventata la quinta economia africana in rapida espansione grazie a politiche e investimenti diretti a sviluppare il settore dei servizi ed a trasformare il Paese in un punto di riferimento regionale per l’alta tecnologia. La crescente vulnerabilità dei Paesi africani a fluttuazioni del prezzo delle materie prime, svalutazioni monetarie, insostenibilità del debito e instabilità geopolitiche, sottolinea nuovamente l’urgenza di investimenti per la diversificazione economica e per uno sviluppo inclusivo. L’Africa subsahariana, bypassata dalle precedenti rivoluzioni industriali, si presta per molti aspetti a saltare sul carro delle più recenti innovazioni tecnologiche, ma per una crescita sostenibile, l’impatto dei cambiamenti climatici sul continente non può essere ignorato né considerato in isolamento. Africa e innovazione digitale Dopo Davos, i tre giorni a Kigali si sono concentrati sul tema della “quarta rivoluzione industriale”, questa volta per il futuro delle economie africane. Il termine, coniato dal Professore Klaus Schwab (fondatore e presidente del Fem) è apparso per la prima volta nel dicembre 2015 in Foreign Affairs e vede al centro dei meccanismi di produzione, competitività e consumo, strumenti quali l’intelligenza artificiale, la bio- e la nanotecnologia, e la fusione di tecnologie prima appartenenti alle sfere della fisica, del digitale e della biologia. L’Africa è in una posizione unica per trarre vantaggio dall’economia digitale: è giovane (il cosiddetto “dividendo demografico” potrebbe contribuire ad un incremento del Pil tra l’11 e il 15 percento nel periodo 2011-2030); meglio educata che in passato (l’alfabetizzazione è quasi ovunque al 70 percento); più ricca (il tasso di povertà estrema è calato dal 56 al 35 percento dal 1990); e vi è un rischio minore di contrarre Aids e malaria (tra il 2000 ed il 2012 la mortalità per malaria è calata del 50 percento). Un terzo della popolazione è in possesso di un telefono cellulare, i sistemi di moneta elettronica (e-mobile systems) sono in rapida espansione (si veda il successo di M-Pesa in Kenya), ed una rete di start-up ispirato alla Silicon Valley si sta velocemente sviluppando, con 200 centri d’innovazione già esistenti e finanziamenti in crescita letteralmente esponenziale (da 40 milioni di dollari nel 2012 a 414 milioni nel 2014). Siccità e crisi alimentare Per quanto promettente, questo scenario cela la fragilità dei progressi ottenuti. Non solo una vera e propria trasformazione economica non si è ancora realizzata, ma la crescita è dipendente dai settori (agricoltura e pesca) maggiormente vulnerabili agli impatti dei cambiamenti climatici (alluvioni e siccità, per esempio) ed il continente stesso è a livello globale il più esposto ed il meno preparato ad adattarsi. Il settore agricolo, che impiega il 70 percento della popolazione sub-sahariana e contribuisce ad un quarto del Pil, sarà il più colpito, con gravi ripercussioni per la sicurezza alimentare già sotto pressione demografica. Per il 2030, le più recenti stime della Banca mondiale in Africa e Asia prevedono una diminuzione dei raccolti del 5 percento, un incremento del 12 percento dei prezzi alimentari, ed una perdita tra il 40 fino all’80 percento dei terreni arabili (per il 2030/2040). È inoltre previsto un incremento del 5 percento nell’incidenza della malaria e del 10 percento della dissenteria. A queste, si sommano le perdite nel settore della pesca, del turismo, un aumento dei disastri naturali, del numero e della propagazione di virus (nel 2015, l’Ebola ha provocato nell’insieme una diminuzione del 12 percento del Pil per Guinea, Sierra Leone e Liberia), dei flussi migratori e delle instabilità politiche e sociali. L’impatto aggregato dei cambiamenti climatici sul Pil è dunque difficile da stimare, tanto che a seconda del modello usato (e del paese) i costi annuali in termini di Pil fino al 2030 variano dall’1,5 al 10 percento. Un futuro tridimensionale Per quanto sia mitigazione che adattamento dipendano da uno sviluppo economico “intelligente”, dall’impiego di tecnologie pulite a colture resilienti, il Fem ha discusso i cambiamenti climatici brevemente e fuori dall’agenda principale. Tuttavia, i cambiamenti climatici riducono la produttività, le possibilità di risparmio ed investimento ed inficiano la crescita economica nel breve e lungo periodo. Per essere sostenibile, la crescita non può più tener separate la dimensione economica, sociale ed ambientale. L’alternativa, è un futuro con 100 milioni di poveri in più tra Africa e Asia già nel 2030 Fonte dei dati: Banca Mondiale. Chiara Rogate si occupa di sviluppo energetico nel Dipartimento di Africa della Banca mondiale a Washington. | ||||||||
sabato 4 giugno 2016
Algeria: nuovi rapporti con la sponda nord
| Mediterraneo Energia, tavolo Algeria-Ue Lorenzo Colantoni 27/05/2016 |
L’iniziativa riapre il discorso sullo sfruttamento delle risorse di idrocarburi nel paese e il suo rapporto con l’Ue, in una situazione in cui però l’instabilità politica latente, un’organizzazione del settore non adeguata alla promozione di nuovi investimenti e la presenza di alcune rigidità del sistema algerino rischiano di impedire lo sfruttamento adeguato delle vastissime risorse. Problemi che potrebbero incrinare ulteriormente la già fragile situazione politica interna.
Algeria, potenza energetica in declino
Le potenzialità dell’Algeria sono estremamente significative: è il primo produttore di gas naturale in Africa, uno dei tre principali di petrolio. Secondo i dati dell’Oil and Gas Journal del 2016, le sue riserve di gas naturale sono le undicesime più grandi al mondo, le seconde in Africa dopo la Nigeria.
Le stime della Energy Information Administration, Eia, del 2013 mettono le riserve di shale gas addirittura al terzo posto a livello mondiale, dopo Argentina e Cina. Grazie alle sue risorse, alla posizione geografica e ai tre gasdotti che la collegano, due con la Spagna e uno con l’Italia tramite la Tunisia, l’Algeria ha un ruolo significativo per l’Europa, di cui è il secondo fornitore di gas e a cui esporta il 76% del suo greggio. Eppure, nonostante le potenzialità, la produzione di gas e petrolio è andata diminuendo negli ultimi anni.
Sonatrach e le difficoltà di attrarre gli investimenti
La difficoltà maggiore per l’Algeria sta nell’attrarre nuovi investimenti, sia per sfruttare le risorse esistenti, sia per proseguire l’esplorazione. È la stessa compagnia nazionale Sonatrach a sostenere che i due terzi del territorio algerino non siano stati esplorati del tutto o in maniera adeguata e i problemi non riguardano esclusivamente le diffuse proteste verso l’utilizzo delle risorse non convenzionali.
Nelle ultime aste per gli appalti per lo sfruttamento di gas e petrolio pochi sono stati i lotti assegnati: 4 su 31 nel 2014, mentre nel 2015 le aste sono state direttamente cancellate.
Le ragioni sono molteplici, ma soprattutto relative alle sfavorevoli condizioni imposte dal governo algerino alle compagnie straniere dopo la revisione dell’ultima legge sullo sfruttamento degli idrocarburi, del 2005, avvenuta l’anno successivo.
Al momento, Sonatrach deve possedere il 51% di qualsiasi nuovo progetto estrattivo, ma i costi sostenuti durante la fase di esplorazione sono interamente a carico dell’investitore privato. Regole che rendono gli investimenti in Algeria meno attraenti, soprattutto se si aggiunge i rischi della corruzione endemica alla stessa Sonatrach; lo scandalo legato alle tangenti del 2012 portò con sé anche Saipem, che nel 2013 perdette il 34% del proprio valore in borsa.
Il forum ha quindi ruotato principalmente intorno a questi problemi, vista anche la partecipazione tanto a livello istituzionale che privato, con oltre 170 imprese partecipanti agli incontri tra imprese locali ed europee (B2B). Se una nuova legge sugli idrocarburi sarebbe la soluzione preferibile, è forse però quella meno probabile, ed è più facile pensare a una serie di piccole riforme, come già fatto nel 2006, ma questa volta in senso positivo per gli investitori.
Il punto è quello di creare un business environment che permetta una maggiore attrazione degli investimenti tramite procedure amministrative più snelle, accordi migliori in termini di tassazione, superficie dei lotti e con una presenza statale inferiore al monolitico 51%.
L’energia e l’instabilità algerina
Un rinnovato sviluppo del settore degli idrocarburi in Algeria è fondamentale, anche per garantire quella stabilità che al paese sembra mancare in maniera crescente. Da una parte l’Algeria vede la domanda di energia crescere, con la generazione elettrica però ancora coperta per il 93% dal gas naturale nel 2013, secondo l’Eia.
Mentre la produzione diminuisce, l’aumento del consumo rischia di erodere la quantità di gas e petrolio disponibile, che rappresentano, secondo il Fondo monetario internazionale, il 95% delle esportazioni e il 25% di tutto il Pil del paese. Questo aggrava una situazione già colpita dai prezzi bassi del petrolio, con un punto percentuale di Pil in meno dal 2014 al 2015 e misure di austerità già prese nel dicembre 2015 dal governo algerino.
Il tutto in una situazione politica di estrema instabilità: sempre nel dicembre 2015, il New York Times riportava il vuoto di potere dovuto alle pessime condizioni di salute del presidente Abdelaziz Bouteflika e un presunto soft coup operato dall’entourage del presidente, provato dalle sostituzioni ai livelli top delle forze armate e dell’intelligence e alla stretta sulla libertà dei media, già fortemente compromessa.
Le violazioni ai diritti sono infatti diffuse: nel febbraio 2016 Euromed Rights, ong impegnata nella difesa dei diritti umani nell’area mediterranea, riportava le numerose violazioni alle libertà individuali, di associazione e di stampa in Algeria, come quelle relative alle proteste del luglio 2015 e quelle, più gravi e strutturali, che potrebbero derivare dalla prevista revisione della costituzione.
Un rinnovato sviluppo del settore energetico, in collaborazione con l’Ue, potrebbe contribuire con una crescita più solida allo stabilizzarsi della situazione politica, anche tramite le energie rinnovabili che potrebbero diminuire la pressione del consumo sulle risorse fossili. È questo il motivo per cui la Commissione ha destinato in occasione del Business Forum dieci milioni di euro per i due programmi algerini per le energie rinnovabili e per l’efficienza energetica (Pner e Pnee).
Il settore energetico, d’altronde, non ha che perdere dall’instabilità: nel marzo 2016, a seguito dell’attacco agli impianti di estrazione di gas rivendicati da Al Qaeda, BP e Statoil hanno dovuto ritirare i propri dipendenti dai due più grandi giacimenti di gas algerini. La prova di un pericoloso circolo vizioso tra energia, crescita e stabilità politica, che l’Algeria dovrà cercare di fermare.
Lorenzo Colantoni è Junior Fellow presso lo IAI –Twitter@colanlo.
Egitto: alla ricerca della sicurezza perduta
| Sicurezza negli aeroporti: le sfide Dopo Bruxelles, il disastro Egyptair Sofia Cecinini, Alessandro Marrone 27/05/2016 |
Come quanto accaduto all’aeroporto dii Bruxelles Zaventem due mesi fa, lo Charles-de-Gaulle è stato setacciato dalle autorità francesi alla ricerca di possibili indizi che siano in grado di dare una spiegazione alla catastrofe. Già nel mese scorso, l'Unione europea, Ue, e gli Stati membri avevano iniziato a discutere una serie di misure per far fronte alla minaccia terroristica verso gli aeroporti europei.
Le mosse dell’Ue
Diversi gli obiettivi più importanti fissati dal comunicato congiunto dei ministri della giustizia e degli interni dell'Ue riunitisi il 24 marzo. Si parte dall’attuazione della direttiva sul codice di prenotazione, Pnr, contenente tutte le informazioni riguardo ai passeggeri.
È previsto infatti che ogni Stato membro stabilisca una propria “Unità di informazione passeggeri”, Uip, per raccogliere i dati delle compagnie aeree e scambiarli reciprocamente nel minor tempo possibile. Tali dati dovranno essere conservati per un periodo di cinque anni.
Vi è poi il tema della condivisione delle informazioni tra le autorità e gli operatori dei trasporti in modo da adottare misure di attenuazione ove necessario. Altri obiettivi sono il completamento della legislazione in materia di lotta contro il terrorismo e l’attuazione di controlli sistematici delle frontiere esterne dell'area Schengen, portando avanti un'ulteriore cooperazione antiterrorismo tra l'Ue, la Turchia e i Paesi del Nord Africa, del Medio Oriente e dei Balcani occidentali.
I ministri riunitisi hanno poi deciso di sostenere il Gruppo contro-terrorismo, Ctg, e la creazione di una piattaforma dedicata allo scambio multilaterale di informazioni in tempo reale, prevedendo anche un più frequente ricorso a squadre investigative congiunte europee al fine di coordinare le indagini e raccogliere e scambiare prove.
Simili punti si trovano nel documento per contrastare le minacce “ibride” adottato dalla Commissione europea e dall'Alto Rappresentante il 6 aprile, in cui viene sottolineato anche che la cooperazione ed il coordinamento tra Nato e Ue è di fondamentale importanza.
Nuove sfide per l’Europa
Se fino ad oggi le procedure di controllo sono state volte ad evitare che i potenziali terroristi salissero a bordo dei velivoli, le esplosioni nelle sale delle partenze a Zaventem hanno reso evidente che le grandi aree pubbliche sono oggi vulnerabili ad attacchi.
L'Europa deve quindi fronteggiare la necessità di incrementare fortemente i livelli di sicurezza nei cosiddetti “soft target”, ovvero le aree comuni di passaggio. Da qui la necessità di introdurre monitoraggi più completi, anche delle aree meno frequentate dai viaggiatori, con telecamere e sistemi di rilevamento in grado di individuare l'introduzione nell'area di materiale pericoloso, così come l'aumento della presenza dei unità cinofile all'interno delle sale delle partenze.
L'efficacia di queste misure tuttavia è strettamente connessa alle capacità di prevenzione delle autorità nazionali e internazionali e alla loro interazione. Non a caso, si è molto discusso di errori da parte belga che hanno posto il Paese al centro di polemiche a livello internazionale.
Non è la prima volta che Bruxelles riceve critiche per la cattiva gestione delle indagini relative al terrorismo. Ad esempio, una volta catturato Salah Abdeslam, responsabile degli attacchi coordinati di Parigi del 13 novembre, la notizia diffusa dalle autorità belghe riguardo la collaborazione del terrorista con gli inquirenti potrebbe aver accelerato l’attuazione di nuovi attentati da parte dei jihadisti ancora in libertà. Probabilmente, se la notizia fosse stata mantenuta riservata, l’intelligence belga avrebbe potuto fare un utilizzo diverso delle informazioni ottenute per cercare di prevenire le mosse di altri terroristi.
Israele può essere un modello?
Una delle critiche più severe è venuta dall'ex Direttore di sicurezza dell'aeroporto di Tel Aviv considerato uno dei più sicuri al mondo, che ha affermato che un attacco del genere non sarebbe mai potuto accadere al suo Ben Gurion.
Sui media internazionali si è discusso se e come certe pratiche considerate da molti “troppo dure” possano contribuire a una sicurezza efficace. Ad esempio, in Israele i passeggeri vengono interrogati da agenti addestrati ancora prima di raggiungere il check-in. Questa attività, chiamata Profiling, può durare qualche minuto o un'ora intera, a seconda delle caratteristiche della persona che emergono durante il colloquio, con lo scopo di identificare individui potenzialmente pericolosi.
Basandosi sul presupposto che gli attacchi terroristici vengono compiuti da persone in grado di essere riconosciute e fermate, il “fattore umano” è considerato la chiave del modello di sicurezza israeliano. Tale approccio è completato da un monitoraggio totale da parte di telecamere anche delle aree dell'aeroporto meno frequentate dai viaggiatori, e da sistemi di rilevazione per individuare l'introduzione nell'area di materiali pericolosi.
Se può essere utile considerare tale modello di sicurezza i 73 milioni di passeggeri annui negli aeroporti europei - contro i 15 milioni di Ben-Gurion - rendono più difficile attuare le medesime misure anche in ambito Ue.
Non bisogna infine dimenticare che l'esigenza di migliorare la sicurezza negli aeroporti europei deve essere affiancata da un aumento immediato della condivisione di informazioni tra le autorità dei singoli Paesi membri, soprattutto tra i rispettivi servizi di intelligence nazionali, per evitare che la violenza jihadista riesca nuovamente a colpire il Vecchio Continente.
Sofia Cecinini è stagista presso l’area Sicurezza e Difesa dello IAI; Alessandro Marrone è responsabile di ricerca del Programma sicurezza e difesa dello IAI (Twitter @Alessandro__Ma).
venerdì 27 maggio 2016
Libia: i libici vogliono fare da soli
| Armi in Libia, eccezione alla regola Umberto Profazio 20/05/2016 |
Il tandem Roma-Washington
La conferenza ministeriale di Vienna del 16 maggio è stata il prodotto degli sforzi diplomatici di Stati Uniti e Italia. A prima vista, il tandem Roma-Washington sulla crisi libica, inaugurato lo scorso 13 dicembre con la Conferenza Internazionale di Roma sembra tenere.
Tra i risultati principali, oltre all’accordo di Skhirat del 17 dicembre sul governo di unità nazionale, vi è anche il trasferimento a Tripoli del Government of National Accord, Gna, guidato dall’uomo d’affari Fayez al-Serraj e l’emarginazione del General National Congres, Gnc, il parlamento di Tripoli guidato da Nuri Abusahmain a cui fa capo il Governo di Salvezza Nazionale del Premier Khalifa Ghweil.
Nonostante questi segnali positivi, sul terreno il bilancio risulta essere più magro. La più volte annunciata avventura militare nel Paese sembra sollevare numerosi dubbi e perplessità. Più spesso ipotizzata a fini addestrativi, l’opzione di una missione internazionale di sostegno e stabilizzazione risulta sempre meno appetibile. Se non sconfessata.
Apertamente, come nel caso dell’Italia, dove il governo ha deciso di puntare sulla strada diplomatica, lasciandosi aperta la possibilità di inviare soldati per la protezione della sola sede diplomatica. O implicitamente, come nel caso statunitense, dove risulta alquanto improbabile che il Presidente Barack Obama impegni gli Stati Uniti nella regione durante la delicata stagione elettorale. A garantire la sicurezza degli uffici delle Nazioni Unite a Tripoli sarà con molta probabilità un contingente proveniente dal Nepal.
Un’eccezione all’embargo di armi
Nell’impossibilità di intervenire direttamente in Libia, i principali attori interessati hanno concordato nel ridiscutere la questione dell’embargo. Di fronte alle richieste di al-Serraj, anch’egli presente nella capitale austriaca, gli Stati partecipanti hanno aperto all’ipotesi di armare il governo di unità nazionale per combattere più efficacemente lo Stato islamico.
Le modalità erano state approntate nei giorni precedenti. Il 10 maggio infatti il Gna aveva annunciato la creazione di una nuova forza militare, la Guardia Presidenziale. Basata a Tripoli, essa sarà composta da personale di polizia e esercito selezionato nelle diverse regioni libiche e servirà a garantire la sicurezza degli uffici, del personale, dei membri stessi del governo e delle infrastrutture considerate vitali.
L’ipotesi di un affievolimento delle sanzioni non è del tutto nuova. In passato era stato l’Egitto a richiederla con insistenza, al fine di armare Haftar e sostenere il Parlamento di Tobruk. Vi è inoltre da ricordare come l’embargo sia stato spesso violato: più recentemente dagli Emirati Arabi Uniti, come evidente dalle foto diffuse a fine aprile sulla consegna di pick-up e veicoli trasporto truppe alla Libyan National Army di Haftar.
Dal comunicato finale della conferenza di Vienna tuttavia emerge che a essere esentato dall’embargo sarà esclusivamente il Gna. La decisione sembra andare contro gli interessi dell’Egitto, che compare comunque tra i firmatari del comunicato finale di Vienna.
Tuttavia la recente visita di al-Serraj al Cairo durante un vertice della Lega Araba e il suo incontro con il Presidente al-Sisi potrebbe aver portato a nuovi sviluppi. Nell’occasione il Presidente egiziano si è espresso a supporto di al-Serraj e dell’esercito libico e pronto a cooperare nella lotta al terrorismo.
Assist allo Stato islamico
La situazione sul terreno continua infatti a essere confusa. Nonostante le sanzioni internazionali approvate contro i principali responsabili dello stallo politico, in Libia continuano a operare tre governi, ognuno con una propria agenda politica e militare, in particolare nell’ambito della lotta a Daesh. L’obiettivo per tutti è la riconquista di Sirte che garantirebbe non solo una indiscussa legittimità, ma anche notevoli vantaggi tattici.
Per tale motivo Haftar ha annunciato l’operazione al-Qurdabyia, che oltre a presentarlo come il salvatore della patria, gli garantirebbe una notevole penetrazione verso Tripoli. Consapevole del rischio, al-Serraj ha chiesto alle controparti libiche di sospendere ogni operazione militare contro Sirte, sollevando timori sul mancato coordinamento delle offensive militari, annunciate anche dal Premier Ghweil.
Della confusione ha naturalmente approfittato lo Stato islamico che ai primi di maggio si è mosso verso ovest, occupando Abugrein e minacciando da vicino Misurata. Mettendo a nudo al contempo il difficile momento di quelle che fino a poco tempo fa erano considerate le milizie più potenti del Paese e le fragili fondamenta del Gna.
Umberto Profazio è dottore di ricerca in Storia delle Relazioni Internazionali presso l’Università di Roma “Sapienza”, Maghreb Analyst per la NATO Defence College Foundation e Junior Researcher per il Centre for Geopolitics and Security in Realism Studies. Il suo primo e-book “Lo Stato Islamico: origini e sviluppi”, è edito da e-muse.
lunedì 16 maggio 2016
Costa d'Avorio: attacchi jihadisti
| Fonte c.e.s.i. GEOPOLITCAL n. 214. |
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mercoledì 11 maggio 2016
Libia: prospettive incerte per l'influenza italiana
| l futuro della Libia Se per caso vincesse Haftar Giuseppe Cucchi 09/05/2016 |
Innanzitutto perché eravamo presenti, al contrario di quanto è avvenuto altre volte. Poi perché, su sollecitazione del Presidente Obama, è passata la tesi italiana secondo cui le crisi in atto nel Mediterraneo e Medio Oriente hanno un’importanza pari a quelle che segnano il confronto con la Russia.
Infine perché, sul piano pratico, si è iniziato ad esaminare la possibilità di unificare le due azioni navali Nato in atto nel Mar Mediterraneo, estendendole all'intero bacino e modificandone la natura perché possano contribuire al contenimento della crescente marea di profughi diretti verso l'Europa. L'ipotesi è molto gradita all'Italia che, dopo la chiusura della rotta balcanica e nel moltiplicarsi di muri e divieti alle sue frontiere, teme di restare più o meno sola a fronteggiare l’esodo.
Per quel che riguarda la Libia è stato ribadito l’appoggio corale al Governo Sarraj, lodata la decisione delle Nazioni Unite di dislocare permanentemente a Tripoli il proprio inviato speciale, il tedesco Kobler, deploro il ritardo del Parlamento di Tobruk nel fornire pieno supporto al Governo di Unità Nazionale. Si è ribadito infine il ruolo di leadership assegnato all'Italia per ogni eventuale azione a sostegno di Sarraj e della stabilizzazione del paese.
Tra il dire e il fare…
Tutto bene, almeno sulla carta, posto che si accettino senza verifica alcuna le dichiarazioni ufficiali. Se invece si prova ad approfondire, ci si accorge di come in realtà dietro all’accordo di facciata si celino realtà molto diverse e negative.
Non tutti desiderano realmente che la Libia recuperi l'unità perduta, né condividono pienamente l’operazione politica delle Nazioni Unite, per cui l'Italia si sta spendendo con grande coerenza politica e che anche gli Stati Uniti hanno infine fatto propria.
Molti puntano invece su un’altra delle possibili ipotesi, vale a dire quella di una Cirenaica e di una Tripolitania sovrane, divise e indipendenti, sancendo la fine di quello stato unitario libico che l’Italia aveva creato durante il periodo coloniale e che i Senussi prima e Gheddafi poi erano riusciti a preservare.
Questa soluzione non dispiacerebbe né alla Francia né alla Gran Bretagna che, per ragioni diverse, non hanno mai completamente accettato prima la presenza dell'Italia in Libia, poi l'influenza politica che esercitavamo nell'area.
In questa epoca di rinazionalizzazione delle politiche estere delle medie potenze europee, ed in particolare di quelle che ancora rimasticano brandelli di politiche imperiali in terra africana, sembra tornare ai tempi andati in cui la Gran Bretagna contrabbandava dal Cairo armi per i ribelli di Omar Ben Moktar o a quando, dopo il secondo conflitto mondiale, il Generale Leclerc, carismatico chef de guerre della Francia Libera, tramava per sottrarre il Fezzan alla Libia a beneficio del Ciad. Un tentativo in cui finì col perdere la vita in un incidente aereo molto simile a quello che subì il Presidente dell’Eni, Mattei. Ed anche li c'era il petrolio di mezzo.
Pur non osando contrastare ufficialmente la linea favorevole al mantenimento dell'unità del paese, Londra e Parigi stanno da tempo sostenendo con vigore ed efficacia il Generale Khalifa Haftar ed il Parlamento di Tobruk che esercitano in questo momento una sovranità di fatto su più di un terzo del paese e si stanno progressivamente evidenziando come il maggiore ostacolo politico sulla strada dell'unità libica.
Nel far questo le medie potenze europee si associano a quella parte del mondo arabo, in particolare Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che sostiene l'Egitto nel suo tentativo di crearsi uno stato satellite in una Cirenaica ricca di petrolio e destinata, al termine della traiettoria, ad essere controllata da Haftar e dai suoi pretoriani per conto del Cairo .
Truppe speciali ed istruttori francesi ed inglesi sono presenti da tempo in questa parte del paese, mentre il Generale di Tobruk riceve un ininterrotto flusso di armamenti che dovrebbe, almeno nelle intenzioni dei suoi sponsor, metterlo in condizioni di marciare contro le roccaforti del'Isis e di acquisire saldamente il controllo della cosiddetta "mezzaluna petrolifera".
Vecchi riflessi e nuovi problemi
A ben guardare, la politica franco/inglese appare come la lineare continuazione dell'azione iniziata allorché i due paesi attaccarono Gheddafi, mascherando sotto giustificazioni di carattere umanitario la loro ambizione di giocare un ruolo predominante nel futuro del paese.
Se li si lascia fare, come sta ora avvenendo, la Libia appare destinata a cessare di esistere, andando incontro ad una spartizione. Si tratta di una soluzione che non è certo nell'interesse di un paese che ha vissuto unito per più di cento anni - cioè più o meno quanto la Finlandia e molto, molto di più di quanto sia successo ai baltici nel corso della loro intera storia - sviluppando un solido embrione di identità nazionale che tuttavia alcuni, per motivi interessati, stentano a riconoscere.
Oltre a danneggiare la Libia, una soluzione del contenzioso che non sia quella unitaria danneggerebbe anche l’Italia. Saremmo perdenti in primo luogo per come ci siamo spesi in favore di una riconciliazione nazionale e del governo Sarraj, giungendo ad accettare ufficialmente un ruolo guida per l'eventuale ricostruzione del paese.
In secondo luogo per una perdita rovinosa di influenza, che ci vedrebbe totalmente esclusi dalla Cirenaica e ridotti ad una presenza difficile in una Tripolitania molto frazionata e con i confini ancora tutti da definire, soprattutto se Haftar avrà successo nell'impadronirsi dei territori attualmente controllati dall'Isis.
Attuare una strategia vincente
Sun Tzu scrive che un buon generale non combatte mai le battaglie perse in partenza e certo l'Italia non può schierarsi apertamente e da sola contro Francia, Gran Bretagna e la metà che più conta del mondo arabo. Passando da Sun Tzu a Macchiavelli , non è questo il tempo di farsi lupi, ma piuttosto quello di farsi volpi, adottando una strategia simile a quella che scegliemmo allorché Gheddafi venne attaccato.
Allora ci unimmo alla guerra, ma nel fare ciò coinvolgemmo la Nato, internazionalizzando in tal modo al massimo il conflitto, coinvolgendo direttamente gli Stati Uniti e distruggendo quindi tutte le speranze di gestione autonoma della operazione e dei suoi esiti che potessero all'epoca nutrire Londra e Parigi. Adesso siamo più o meno nelle medesime condizioni , ed una riedizione efficace della stessa tattica appare per lo meno possibile , sia pure con molti punti interrogativi.
Gli Stati Uniti non amano l'idea di una spartizione della Libia. Il Presidente Obama ha chiaramente preso posizione a riguardo e c' è da sperare che il suo successore, chiunque esso sia, non decida di intraprendere una strada diversa nei primi mesi del suo mandato.
La Merkel è del medesimo parere. La divisione in due del paese danneggerebbe anche Berlino sul piano dell’immagine, e questo è un lusso che la Cancelliera, in calo di consensi, non si può permettere.
Ci sono poi le Nazioni Unite, che non vogliono il fallimento del loro tentativo di mediazione fra Tripoli e Tobruk, né assistere alla violazione del sacrosanto principio per cui le frontiere non debbono essere cambiate con la forza, unilateralmente. In tale ambito un ruolo di particolare efficacia potrebbe essere giocato dalla tradizionale riluttanza della Cina ad accettare simili operazioni.
Esiste quindi ancora ampio spazio per muoversi, ma gli eventi in corso dicono che bisognerà farlo in fretta. Sarebbe anche il momento dell'Unione europea che, almeno in teoria, disporrebbe di tutti gli strumenti necessari per condurre un’operazione così multiforme.
Tutti tranne uno: quella politica estera e di sicurezza comune di cui sempre più si sente la mancanza e la cui assenza permette lo scatenarsi del revival di nostalgie di potenza ottocentesche cui assistiamo in questo momento in Libia e che probabilmente, magari in altri cieli ed in occasioni diverse, continuerà ad inquinare i nostri orizzonti anche negli anni a venire.
Giuseppe Cucchi, Generale, è stato Rappresentante militare permanente presso la Nato e l’Ue e Consigliere militare del Presidente del Consiglio dei Ministri.
lunedì 2 maggio 2016
Libia: un pantano sempre più intricato
| Medio Oriente Libia, i tricolori bruciati dai seguaci di Haftar Umberto Profazio 05/05/2016 |
Il tricolore italiano è stato dato alle fiamme a Tobruk, Derna e Bengasi tra il 27 e il 30 aprile. Gli episodi sono successivi alle indiscrezioni di stampa sull’invio di 900 soldati italiani in Libia, su richiesta del nuovo governo di accordo nazionale, Gna. L’ipotesi è stata prontamente smentita dallo Stato Maggiore della Difesa, ma non ha impedito lo svolgersi delle manifestazioni.
Non è certo la prima volta che in Libia vengono registrate violente proteste anti-italiane: a soffiare sul fuoco sono in particolare gli elementi più radicali della società libica, memori della colonizzazione italiana nel secolo scorso.
Tuttavia, imputare alla difficile storia delle relazioni italo-libiche i recenti avvenimenti di Derna, Bengasi e Tobruk risulterebbe fuorviante. La vicenda è frutto dell’attuale crisi libica, complice una transizione perenne che non riesce a trovare uno sbocco conclusivo.
La difficile strada intrapresa a seguito dell’accordo di Skhirat del 17 dicembre scorso risulta ancora piena di ostacoli, il principale dei quali è senza dubbio Khalifa Haftar.
Le manovre di Haftar e l’ipoteca su Tobruk
In effetti, il minimo comune denominatore delle tre località dove si sono recentemente registrate le proteste sembra essere proprio il Generale. Bengasi è da circa due anni sotto assedio da parte di Haftar e del suo Esercito nazionale libico, Lna (a dispetto del nome, l’ennesima milizia che compone il frammentato panorama del Paese).
L’offensiva di Haftar a Bengasi contro i gli islamisti ha ottenuto nuovi rilevanti successi nelle scorse settimane, sebbene parte della città sfugga ancora al suo controllo.
Derna, prima roccaforte del cosiddetto “stato islamico” in Libia fino a giugno 2015, è stata recentemente bersagliata dall’aviazione del Lna. Scopo di Haftar sarebbe stato quello di rivendicare la vittoria contro il Califfato, nonostante i meriti principali della liberazione della città siano appannaggio del Consiglio della Shura della di Derna.
Apparentemente, le proteste anti-italiane di Derna erano indirizzate anche contro il Lna, accusato di bombardamenti indiscriminati sulla città.
D’altra parte, Tobruk è da mesi ostaggio di Haftar. La Camera dei Rappresentanti trasferitasi in questa città non è ancora riuscita a votare la fiducia al Gna presentato dal Premier Fayez al-Serraj, condizione necessaria per l’entrata in vigore del Libyan Political Agreement, Lpa.
A impedirlo sembra essere proprio Haftar, la cui nomina a Capo di Stato Maggiore dell’esercito approvata lo scorso anno dalla Camera di Tobruk è stata il principale successo della sua nuova avventura libica dopo l’esilio negli Stati Uniti. Un risultato messo a repentaglio proprio dal Lpa che all’art. 8 assegna le prerogative di nomina dei vertici dell’esercito libico al Gna.
Obiettivo Sirte
La costituzione del Gna e il suo trasferimento da Tunisi a Tripoli è stato un successo diplomatico, su cui ha puntato principalmente l’Italia. Non è un caso che il primo esponente straniero a congratularsi personalmente con al-Serraj sia stato il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni.
Ciononostante, come tutte le soluzioni diplomatiche, quella del Gna richiede tempo e pazienza, fattori non spesso in dotazione in scenari di crisi. Inoltre, anche qualora il governo di al-Serraj riuscisse a mettere progressivamente radici a Tripoli, liquidando ciò che resta del Congresso Generale Nazionale e del governo di Khalifa Ghweil, resterebbe ancora da colmare la distanza con Tobruk, sempre più prigioniera delle manovre di Haftar.
Quest'ultimo, appoggiato dall’Egitto e dagli Emirati Arabi Uniti, ha annunciato nei giorni scorsi un'operazione militare per liberare Sirte dallo stato islamico. Il nome in codice è al-Qurdabyia, località nelle vicinanze di Sirte famosa per la sconfitta delle truppe italiane nel 1915.
L'annuncio ha fortemente preoccupato il Gna, consapevole del rischio di uno scontro tra il Lna e le milizie di Misurata, anch'esse pronte a muovere contro Sirte. Al-Serraj si è pronunciato contro un’offensiva non coordinata su Sirte, ammonendo i principali protagonisti sul rischio di una guerra civile.
L’Egitto, la Libia e il caso Regeni
La cesura, anche storica, tra Tripolitania e Cirenaica è sapientemente coltivata non solo dai principali attori interni, ma anche dalle potenze regionali, consapevoli di poter (o dover) giocare un ruolo nella complessa partita libica.
Con l’Algeria paralizzata nella sua azione di governo a causa della sempre più evidente malattia del Presidente Abdelaziz Bouteflika, è l’Egitto a detenere la golden share della complessa partita libica. Il regime del Presidente Abdel Fattah al-Sisi possiede diversi asset nel Paese, il principale dei quali è il già menzionato Haftar.
Con il deterioramento dei rapporti italo-egiziani a seguito della tragica morte del ricercatore italiano Giulio Regeni e l’avvallo delle Nazioni Unite al Gna, nuove geometrie sembrano disegnarsi in Libia.
Una volta molto più vicina al parlamento di Tobruk (l'unico legittimamente riconosciuto dalla comunità internazionale negli scorsi mesi) che a quello di Tripoli, l'Italia ha deciso di scommettere sul Gna, proprio in coincidenza con le fase più concitate del caso Regeni.
L'arrivo di al-Serraj a Tripoli il 30 marzo scorso ha di poco preceduto la rottura dell'asse tra Roma e il Cairo, messa in piena luca dal richiamo dell'ambasciatore Maurizio Massari per consultazioni. L'evidente contrapposizione tra Roma e il Cairo aiuterebbe a spiegare in parte la vicenda delle bandiere italiane bruciate in piazza.
Più in generale, risulta molto improbabile che l’Egitto accetti una soluzione della crisi libica che non tuteli i suoi interessi, in particolare in Cirenaica e lungo i suoi confini occidentali.
Tuttavia, a preoccupare è ancora una volta il mancato coordinamento tra gli occidentali, gli europei in particolare. La posizione della Francia risulta infatti molto ambigua: nonostante le dichiarazioni di sostegno al Gna, Parigi sembra sempre più vicina alle posizioni egiziane, come dimostrato dalla recente visita del Presidente Francois Hollande al Cairo e dai suoi interessanti risvolti economico-commerciali.
A dispetto delle apparenza, il governo francese sembra sempre più indirizzato verso l’interventismo, comprensibile dopo i recenti attentati a Parigi, ma probabilmente controproducente nel lungo termine sia per l’unità libica che nel contesto della lotta al terrorismo internazionale.
Umberto Profazio è dottore di ricerca in Storia delle Relazioni Internazionali presso l’Università di Roma “Sapienza”, Maghreb Analyst per la NATO Defence College Foundation e Junior Researcher per il Centre for Geopolitics and Security in Realism Studies. Il suo primo e-book “Lo Stato Islamico: origini e sviluppi”, è edito da e-muse.
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