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Metodo di Ricerca ed analisi adottato


Il medoto di ricerca ed analisi adottato è riportato suwww.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com

Vds. post in data 30 dicembre 2009 seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità delloStato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento al medesimo blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

giovedì 28 maggio 2015

Africa: la storia della immigrazione

Corsi e ricorsi
Stranieri e profughi di oggi e di ieri
Giorgio Gomel
21/05/2015
 più piccolopiù grande
Le navi cariche di rifugiati e migranti che affondano oggi nel Mediterraneo nel tentativo di giungere alle sponde dell’Europa evocano assonanze emotive con vicende tragiche vissute dagli ebrei d’Europa 70-80 anni fa.

Ci ricordano gli ebrei fuggiaschi sul finire degli Anni ’30, che cercavano rifugio dalla furia antisemita, o le navi cariche di sopravvissuti al genocidio hitleriano, che nel 1946-‘47 varcavano il Mediterraneo dirette in Palestina e ne venivano respinte (e i profughi internati dagli inglesi in campi di prigionia, a Cipro o altrove).

Ricordiamo qualche dettaglio di quella storia dolorosa.

I profughi ebrei degli Anni Trenta
Contro l’esplodere della persecuzione antiebraica in Germania e l’inasprirsi nei paesi dell’Europa orientale (Ungheria, Polonia, Romania) di leggi e prassi antisemite, il mondo “civile” faticò a reagire. Ovunque gravava il pregiudizio antisemita, l’ostilità o l’indifferenza allo straniero.

“La barca è piena”, affermavano i governi e le opinioni pubbliche. Nel 1935 gli Stati Uniti ammisero circa 6 mila emigranti ebrei dall’Europa, l’Argentina circa 3 mila, il Brasile 2 mila. Più generosi furono i Paesi dell’Europa occidentale: la Francia circa 35 mila, il Belgio 25 mila, l’Olanda 20 mila.

In Palestina, sotto il mandato britannico, trovarono rifugio nel triennio 1933-‘35 circa 130.000 ebrei (vedi Walter Laqueur, A History of Zionism, New York, 1972).

Nel 1938 si svolse per impulso di Roosevelt una conferenza ad Evian (Francia) circa lo status dei rifugiati ebrei. Vi parteciparono oltre 30 Paesi. Ma il numero di profughi ammessi in quei Paesi restò molto limitato.

Nei documenti ufficiali della Conferenza si giustificò la decisione motivandola con la disoccupazione e le difficoltà economico-sociali nei Paesi riceventi, l’ordine pubblico, ecc.

Gli inglesi rifiutarono di discutere nella Conferenza di immigrazione ebraica verso la Palestina e nel 1939 pubblicarono il Libro Bianco, che, cedendo all’opposizione araba e ai timori di un consolidarsi del movimento sionista, limitava il numero di emigranti ebrei a 10 mila all’anno per cinque anni, per poi porvi fine.

Anche negli anni precedenti segnati dal crescere della violenza antiebraica in Europa il numero di immigrati ebrei ammessi dalle autorità britanniche andò decrescendo: furono 60 mila nel ’35, 30 mila nel ’36, 10 mila nel ’37, 13 mila nel ’38 e poco di più nel ’39.

Lo scaricabarile dei Governi
Rivelatore di quel clima è una risposta del segretario alle Colonie Mac Donald a un’interrogazione alla Camera dei Comuni dell’aprile 1939, così come riportata da Arthur Koestler (Ladri nella notte, Mondadori,1971, p. 242): “A 1220 immigranti clandestini è stato impedito lo sbarco in Palestina … Il 21 marzo 269 ebrei del piroscafo Assandu hanno ricevuto l’ordine di ripartire per Costanza, Romania, il loro porto di imbarco. A 710 ebrei di cui 698 tedeschi, è stato proibito di sbarcare dal piroscafo Astir e ordinato di tornare donde erano venuti. … Al segretario è stato chiesto se avendo i profughi ebrei atrocemente sofferto fossero stati rimpatriati … Il signor Mac Donald ha detto che essi sono stati rimandati ai rispettivi porti di imbarco. Allora l’interrogante: ai campi di concentramento forse? e MacDonald: La responsabilità ricade su coloro che sono responsabili di avere organizzato l’immigrazione clandestina…”.

Anche dopo lo scoppio del conflitto in Europa appena 20 mila ebrei trovarono asilo negli Stati Uniti per l’azione risoluta soprattutto dei volontari dell’Emergency Rescue Commitee nella Francia occupata (tra questi Varian Fry e Hannah Arendt).

Le ragioni di tale inerzia furono molteplici: l’antisemitismo, l’ideologia xenofoba e contraria all’immigrazione, il silenzio delle chiese cristiane, la stessa riluttanza degli organismi ebraici americani ad esercitare pressioni sul governo per il timore di esacerbare l’ostilità antisemita e perché era prioritaria fra i sionisti la battaglia per la futura creazione di uno stato ebraico (vedi David Wyman, The abandonment of the Jews: America and the Holocaust, New York, 1984).

Due le vicende più note dalla memorialistica di quegli anni: lo Struma e il St. Louis.

Le storie a triste fine dello Struma e del St. Louis
In Romania masse di ebrei, fuggendo all’assassinio di massa organizzato dallo stato e dalle milizie fasciste delle Guardie di Ferro, cercavano di varcare il mar Nero verso la Turchia e di lì la Palestina. Molte navi affondarono.

Lo Struma salpò da Costanza nel dicembre ’41 con circa 800 persone. Giunto a Istanbul, stante il rifiuto del governo britannico di concedere visti di entrata in Palestina, fu costretto dopo un’attesa di 70 giorni nel porto turco a ripartire verso il Mar Nero dove fu affondato da un siluro, la cui identità non fu mai individuata con certezza. Un solo passeggero trovò scampo.

Il St. Louis salpò nel maggio ’39 dalla Germania con un carico di 900 ebrei tedeschi diretti a Cuba. Giunto all’Avana, dopo mille peripezie ed estenuanti trattative fra il governo cubano e l’American Joint Distribution Committee, fu costretto a lasciare Cuba e a ritornare in Europa. Alcuni dei profughi furono accolti in Olanda, Belgio, Francia e Gran Bretagna. Altri rimpatriati a forza nella Germania hitleriana.

La questione dell’immigrazione oggi verso l’Europa dai paesi del Medio Oriente e dell’Africa travagliati dalle guerre e dalla miseria è assai complicata.

Le soluzioni non sono semplici, fra gli estremi dell’utopismo della “buona volontà” e della stupidità xenofoba. Ma la storia ebraica della prima metà del ‘900 può essere di utile pedagogia rispetto all’egoismo e all’indifferenza.

Giorgio Gomel, economista, è membro del Comitato direttivo di Jcall, un’associazione di ebrei europei impegnata nel sostenere una soluzione “a due stati” del conflitto israelo-palestinese (www.jcall.eu).
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3077#sthash.gMerpUBs.dpuf

giovedì 30 aprile 2015

Marocco: tra innovazione e repressione

errorismo e jihadismo
Marocco, l'eccezionalità da riconquistare
Simone Olmati
27/04/2015
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A lungo considerato impermeabile alla penetrazione jihadista, anche il Marocco sta attuando nuove misure di sicurezza. Senza riforme sociali e maggiori diritti, tuttavia, il compito del governo potrebbe rivelarsi più arduo del previsto.

Dopo l'attentato di Tunisi, anche il Marocco sta rafforzando i dispositivi di sicurezza. Il nuovo Bureau central des investigations judiciaires (Bcij), fondato il 20 marzo a Salé e considerato l'“Fbi marocchino”, ha già smantellato una presunta cellula affiliata al sedicente Stato Islamico e operante in tutto il Paese.

L’entità della minaccia e la prontezza della risposta
Il Bcij ha inoltre diffuso i dati riguardanti il rischio terrorismo in Marocco: 132 strutture smantellate, 2720 persone arrestate, 119 attentati, 7 sequestri e 109 omicidi sventati tra il 2002 e il 2015.

A preoccupare di più il governo, sono gli oltre 1300 foreign fighters, tra cui 185 donne, che avrebbero lasciato il Paese per raggiungere il fronte siriano e che potrebbero fare ritorno in patria ben addestrati. D'altra parte non sarebbe la prima volta che il Marocco si trova ad affrontare il fenomeno del “terrorismo di ritorno”.

Considerando l'elevato numero di combattenti marocchini operativi in Siria, i meccanismi di reclutamento sembrano funzionare più che bene. In particolare, il gruppo Shamal Islam - fondato dall'ex detenuto nella prigione di Guantànamo Brahim Benchekroune (alias Ibrahim binShakran) - ha accolto molti miliziani, affiancandoli principalmente alle operazioni di Jahbat al Nusra.

Secondo i dati del Bcij, un nutrito gruppo di circa 500 unità sta combattendo anche nelle fila dello Stato Islamico.

Così come per la Tunisia, anche per il Marocco il primo impattodella presenza jihadista nel Paese si avrebbe sul turismo, una risorsa importante che per Rabat rappresenta tra l'8 e il 10% del Pil. Il governo ha adottato repentinamente misure straordinarie per contrastare il fenomeno e rassicurare visitatori e investitori stranieri.

Nonostante la lotta al terrorismo transfrontaliero nel Sahel sia spesso complicata da confini vasti e permeabili e da relazioni non idilliache tra i Paesi della regione, l'uccisione del francese Hervé Gourdel nella vicina Algeria ha dato una spinta fondamentale all'esecutivo per l'adozione di nuove misure interne e un maggiore attivismo sul piano internazionale.

In particolare, il ministero dell'Interno ha varato nei mesi scorsi il dispositivo “Hadar” (vigilanza), un sistema di sorveglianza integrata dei siti sensibili - quali gli aeroporti - che si aggiunge alle attività di controllo da parte delle Forze armate e della gendarmeria reale e alla riforma del sistema della giustizia.

La Camera ha approvato a gennaio un progetto di legge per contrastare la penetrazione jihadista. Il testo prevede il potenziamento delle pene e delle competenze dei tribunali in materia, con particolare severità per quanto riguarda i cittadini che abbiano effettuato una qualche forma di addestramento militare all'estero, reclutato combattenti o aderito a gruppi terroristici.

Il Regno impensierito dal salafismo marocchino
Sfiorato appena dalle Primavere arabe, il Makhzen ha sempre adottato nei confronti dei movimenti radicali religiosi politiche ambivalenti fatte di repressione, cooptazione e tolleranza, a seconda delle necessità storiche.

Negli Anni Settanta, l'Arabia Saudita investì le ingenti risorse economiche derivanti dallo shock petrolifero nel finanziamento di istituti confessionali di scuola wahhabita in tutto il mondo arabo, Marocco compreso.

La diffusione di un sentimento conservatore, seppur di matrice religiosa, rispondeva alla necessità di arginare i movimenti progressisti dell'epoca. È in questa fase che si è radicato il salafismo marocchino, che oggi impensierisce il Regno.

In questo ambiente sono emersi predicatori quali Mohamed Fizazi, condannato a 30 anni di prigione per responsabilità ideologica sugli attentati di Casablanca del 2003, poi liberato otto anni dopo.

Nell'ultimo decennio, che con gli attentati suicidi di Casablanca e Marrakech ha segnato la fine dell'“eccezionalismo marocchino”, il Regno ha dato un nuovo giro di vite sui movimenti radicali. Una repressione che ha finito per colpire, però, anche numerosi attivisti secondo Amnesty International.

Riforme e giri di vite
A ben vedere, il tema delle riforme è strettamente legato a quello della diffusione del radicalismo religioso e del reclutamento di combattenti stranieri. Molto spesso, infatti, sono i giovani delle periferie degradate dei grandi centri urbani ad arruolarsi per il fronte siriano non avendo valide alternative di vita e di reddito.

Dopo molte promesse disattese e una discussa riforma costituzionale seguita alle proteste del 2011, un nuovo patto sociale con i cittadini basato su pochi e chiari punti come il contrasto della disoccupazione, l'accesso ai servizi di base, la tutela dei diritti fondamentali e la riorganizzazione del welfare, potrebbe costituire un valido argine alla strumentalizzazione del dissenso da parte di quei movimenti radicali che non solo cavalcano il malcontento, ma si pongono contro il regno stesso non riconoscendo né l'autorità religiosa di re Mohammed VI, né la legittimità politica del governo.

Ora, è altamente improbabile che Abu Bakr al Baghdadi sia per il Marocco il nuovo Ukba ibn Nafi, il condottiero arabo che cavalcò fino all'Oceano Atlantico non avendo più nulla, se non il mare, a fermare la sua avanzata verso Ovest.

Tuttavia, per non essere di nuovo un terreno di conquista califfale, Rabat dovrebbe innanzitutto iniziare ad affrontare il tema delle riforme sociali senza cedere alla deriva securitaria e, in secondo luogo, dovrebbe risolvere le proprie problematiche interne puntando sulle risorse di cui dispone e su una società civile variegata, ma animata in larga parte da istanze democratiche.

L'obiettivo è quello di riconquistare e mantenere quell'eccezionalità che per lungo tempo ha costituito per il Marocco uno dei suoi tratti distintivi.

Simone Olmati è laureato in relazioni internazionali. Ha lavorato per il Ministero degli Esteri in Marocco e collabora con la rivista di geopolitica Limes, per la quale scrive in particolare di Tunisia (@SimoneOlmati).

lunedì 27 aprile 2015

Tunisia. Aspetti Militari. I Parte

Il Military Balance, The annual assessment of global military capabilities and defence economics, per il 2014, dedica al Medio Oriente e al Nord Africa il Capitolo VII; gli argomenti trattati riguardano sopratutto La Siria, la Libia e 'Iran e l'Algeria; una finestra è dedicata all'Egitto. Per la Tunisia pochi accenni; ma rimane evidente che questo paese deve fare molta attenzione in quanto i suoi stati limitrofi, la Libia soprattutto rappresenta un focolaio di destabilizzazione molto grande. Interessante il dato che l'Algeria, dal maggio 2013, ha messo a fuoco la difesa del confine con la creazione di 20 zone di difesa in cui sono stati stanziati oltre 60.000 uomini, nella evidente ipotesi prospettica che i disordini in Libia non vengano contenuti e frenati dalla Tunisia.
Nel rappresentare il Paese sotto gli spetti militari, si scrive

Small and relatively poorly equipped by regional standard, Tunisia’armed forces are reliant on conscripts, and mach of the equipment across the three services is out dated and, in some cases, approaching obsolescence. In teerns of internarl security, the military, role is limited as the National Guard, arguably better-trained and designed to act as a counterbalance to the armed forces, takes the lead on domestic stability. Nonetheless, the army was integral to the Jasine Revolution of January- February 2011 as it refused to fire on protesters and verbally leant its support to te demonstratons. The military was also utlised during the Lybian uprising in 2011 , with the army and air force able to patrol the borders relatively successfully and the navy competently dealing with migrant flows and search-and-rescue operation  in Tunian waters. Tunisia’s armed forces were well-suited to these  constabulary roles, with more traditional military roles, such as high-tempo war fighting , largely beyond their current capabilities. Military modernization programmes may be undermined by the 2011 revolution. As such the country will most probably continue to rely on surplus stockes of US. French and Italian equipment fot its arsenal"

Marzo 2015. (studentiecultori2009@libero.it)


lunedì 13 aprile 2015

Libia: da stato fallito alla confusione permanente

Modello Somalia
Libia: le radici dell’anarchia
Gabriele Natalizia
11/04/2015
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A quattro anni dalla risoluzione Onu 1973 e dalla missioneUnified Protector, il disordine in Libia è ancora centrale nell’agenda politica italiana e internazionale e la sua attualità nel dibattito pubblico è stata rilanciata dall’ingresso in scena dell’Isis.

A differenza di altre crisi internazionali, qui non sono in gioco solo il prestigio di Roma o la sua esposizione economica. Il dilagare dell’anarchia rappresenta una minaccia diretta alla sicurezza nazionale italiana, tanto da costringere il governo a riflettere su ogni opzione valida se la situazione dovesse precipitare.

Ma quali sono state le condizioni che hanno reso possibile questa deriva? E quali scenari erano ipotizzabili nel 2011?

La riammissione della Libia nella comunità internazionale
La fine della Guerra Fredda impose al regime di Gheddafi un ripensamento strategico dei suoi rapporti con l’Occidente. Il riavvicinamento passò per l’ammissione della responsabilità oggettiva nella strage di Lockerbie e il risarcimento alle famiglie delle vittime (2003), la ripresa delle relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, la rimozione dalla lista degli Stati canaglia e la collaborazione nella guerra globale al terrorismo (2004) e la disapplicazione dell’Iran-Libya Sanctions Act (2006).

Parallelamente si sviluppò una nuova distensione con l’Italia. Berlusconi e Gheddafi raggiunsero un intesa (2003), confermata successivamente da Prodi, sul risarcimento dei danni coloniali, che sarebbe stato perfezionato con la costruzione di un’autostrada tra Tripoli a Bengasi.

L’emblema della distensione fu il Western Libyan Gas Project, per cui l’Eni e la Lnoc realizzarono il gasdotto sottomarino Green stream (2004). Si giunse così al Trattato di Bengasi (2008), che come effetto indiretto, tra il 2009 e il 2011, determinò la riduzione del 99% del flusso di clandestini verso la Penisola.

Alla fine del primo decennio degli Anni 2000 l’interesse dell’Italia non era la rivoluzione dello status quo, per quanto non ottimale, ma la preservazione di un ordine favorevole ai suoi interessi e un passaggio dei poteri a Saif al Islam Gheddafi, considerato il volto moderato del regime.

Il mutamento delle condizioni politiche e la missione internazionale
L’attenuamento del disordine in Iraq, il progressivo ritiro della forza multinazionale e la riduzione della minaccia di al Qaeda diminuirono l’importanza politica della Libia. Al contrario, l’instabilità del Medio Oriente e il rally delle risorse energetiche ne accrebbero il ruolo economico, rafforzando la posizione dell’Italia.

L’azzeramento della situazione in Libia non fu in discussione fino al perdurare di tre condizioni ostative: a) il credito dei governi italiani con l’amministrazione Bush per l’appoggio alle missioni in Afghanistan e Iraq; b) il profondo impegno degli Stati Uniti in tutte le aree di crisi del globo; c) l’assenza di presupposti che giustificassero l’ingerenza delle potenze esterne.

Nel 2011 queste condizioni sono venute meno per quattro fattori che hanno trasformato le proteste di piazza in una guerra civile internazionalizzata:
a) la discontinuità dell’amministrazione Obama con la politica estera del suo predecessore e con la rete di crediti/debiti ad essa collegata;
b) lo spostamento della sua attenzione dal Grande Medio Oriente al quadrante Asia-Pacifico;
c) la scelta americana di affidarsi agli alleati nelle regioni non vitali per l’interesse nazionale;
d) la risoluzione 1973 (marzo 2011) che istituì una zona d’interdizione al volo per tutelare l’incolumità della popolazione civile libica.

La Francia e la Gran Bretagna spinsero per un’interpretazione ampia della risoluzione, che si tradusse nell’intervento militare di cui furono inizialmente alla testa. Il loro obiettivo non ufficiale era riempire il vuoto politico generato dalla rinuncia degli Stati Uniti al ruolo di “nazione necessaria” in Nord Africa e ridisegnare i rapporti di forza nel settore energetico libico.

Questi obiettivi internazionali si coniugavano con alcune necessità interne. Sarkozy era alla ricerca di un successo internazionale che lo avrebbe rafforzato nella corsa per l’Eliseo del 2012, mentre Cameron auspicava un effetto ‘mobilitazione nazionale’ per sopperire al crollo dei consensi.

L’inefficacia delle prime incursioni aeree, tuttavia, impose l’unificazione delle operazioni militari sotto l’egida Nato, cui aderì anche l’Italia. La scelta interventista fu dettata dalla duplice necessità di partecipare alla ridefinizione degli equilibri interni alla Libia a conflitto terminato e di evitare una campagna di delegittimazione internazionale.

Già all’indomani della rivolta in Cirenaica i più importanti organi europei di stampa pubblicarono alcuni articoli scandalistici sulle relazioni tra Roma e Tripoli, tra cui "Forget the elephants" su Le Monde Diplomatique (11 marzo) e "Italy’s shame in Libya" su The Economist (25 febbraio).

Gli scenari politici nel 2011
I contorni della guerra civile erano tanto indefiniti da rendere verosimili una serie di scenari e rischi profondamente diversi:
1) una guerra civile prolungata (modello Somalia), che avrebbe causato la presenza davanti alle coste italiane di uno Stato fallito diviso in più entità autonome e il verificarsi di esodi apocalittici, emergenze sanitarie, terrorismo e contrabbando di armi;
2) il fallimento strisciante della Libia (modello Libano), determinato dalla presenza di alcune porzioni di territorio fuori dal controllo del governo centrale, le cui derive più estreme sarebbero state evitate solo dall’intervento di forze internazionali, i cui costi maggiori sarebbero spettati all’Italia;
3) la vittoria dei lealisti (modello Algeria), per cui Gheddafi, o i suoi eredi politici, avrebbero messo in atto una serie di ritorsioni contro il “tradimento” italiano;
4) la vittoria dei ribelli (modello Iraq), che avrebbe causato l’emergere di una classe politica di matrice islamista e la revisione degli accordi politici ed economici siglati dal precedente regime.

Lo scenario che sembra delinearsi oggi è quello del “modello Somalia” e rappresenta la conferma di come gli interventi umanitari a basso costo, senza la fase truppe sul terreno, producono conseguenze di gran lunga peggiori di quelle che vogliono evitare.

Gabriele Natalizia è Ricercatore di Scienza politica, dell’Università Link Campus di Roma.

giovedì 9 aprile 2015

Somalia: verso la costruzione di un Stato

Africa
Somalia in cerca di pace e stabilità 
Rossella Marangio
31/03/2015
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Pace e stabilità sono da lungo tempo le priorità che la comunità internazionale ha identificato per la Somalia. L'obiettivo è primario soprattutto per un paese che da decenni è ostaggio di un conflitto che ha significativamente contribuito a qualificarlo come “stato fallito” a partire da quando, negli anni novanta, i primi interventi internazionali sono miseramente falliti.

Le elezioni del 2012 e l’approvazione del New Deal Compact nel 2013 hanno rilanciato il processo di pace e soprattutto la ricostruzione del paese,due processi che sono strettamente interconnessi.

Il 2015 sarà un anno cruciale per il processo di pace e ricostruzione con l’approvazione della nuova Costituzione, prevista per fine anno, ed i preparativi per le elezioni del 2016. Tuttavia, in tale contesto, sono ancora numerose le insidie che minacciano la risoluzione della questione somala.

Sicurezza ed estremismo
Garantire la sicurezza nel paese costituisce uno dei punti cardine nel processo di stabilizzazione somalo. Il principale ostacolo verso il pieno raggiungimento di tale obiettivo è sicuramente Al-Shabaab, un gruppo terroristico affiliato ad Al-Qaeda che, pur essendo stato costretto ad indietreggiare a partire dal 2013, continua ad effettuare attacchi mirati contro le istituzioni somale ed i loro sostenitori internazionali.

Gli attacchi condotti tra il 2013 e l’inizio del 2015 in Kenya, nei confronti nella missione dell’Unione Africana, Amisom, e di alcuni hotel dove membri delle istituzioni e della polizia somala erano riuniti, dimostrano che la politica del gruppo terroristico è volta a delegittimare le istituzioni somale e a colpire chi le sostiene.

Eppure, rispetto ad altri gruppi terroristici, Al-Shabaab si caratterizza per la sua capacità di aderire ed utilizzare a proprio favore le caratteristiche della società somala, in primis le relazioni intra ed inter claniche. Il gruppo, infatti, ha dimostrato di sapersi ben adattare alla mutevolezza delle alleanze claniche, e di creare consenso grazie alla peculiarità di unire rivendicazioni nazionalistiche all’ideologia religiosa tipica del salafismo.

Nel tentativo di sconfiggere Al-Shabaab, la comunità internazionale si è principalmente concentrata sull’approccio militare, ma la battaglia che potrebbe davvero permettere di interrompere la scia di violenza sembra doversi combattere anche sul piano sociale, economico e politico, e ciò sia all’interno sia all’esterno del paese.

Tale battaglia potrà essere vinta solo offrendo ai somali delle reali alternative in termini economici, e favorendo l’implementazione di processi politici che siano inclusivi, capitalizzino le peculiarità della tradizione somala e che non vengano percepiti come contrastanti con i tratti culturali e religiosi propri del popolo somalo.

In tale ottica va anche letto il contributo militare di Kenya ed Etiopia ad Amisom. Se è infatti indubbio che la loro partecipazione ha permesso di infliggere dei duri colpi ad Al-Shabaab sul piano militare, non si dovrebbe dimenticare che i due paesi sono lontani dall’essere neutrali rispetto all’evoluzione del conflitto somalo.

Nello specifico, questioni territoriali irrisolte e considerazioni legate alla composizione culturale e religiosa dei due paesi potrebbero allargare, anziché ridurre, il consenso per Al-Shabaab, come baluardo dell’Islam e della cultura somala.

Inoltre, Al-Shabaab non è l’unica minaccia alla sicurezza del paese. La mancata inclusione dei caratteristici mutamenti di alleanze claniche nel processo politico del paese rappresenta un nodo cruciale, da affrontare con estrema attenzione se si vuole spezzare la spirale di violenza che ha mantenuto il paese in conflitto finora.

Sottovalutare questo aspetto significherebbe mettere un’ipoteca inestinguibile sul processo di pace e sul futuro del paese come dimostrano le difficoltà nella creazione di un’amministrazione nello Juba e gli scontri nello Shabelle meridionale e nel Gedo del 2014.

Costruire uno stato federale inclusivo
La questione del federalismo somalo è un’altra sfida fondamentale del processo di stabilizzazione come delineato dal Compact approvato nel 2013.

Il Somali Compact Progress Report, presentato nel novembre 2014 al Forum di Copenhagen tra i partner internazionali e presieduto dalle Nazioni Unite e dal presidente del governo somalo, registra dei progressi nel dialogo tra il governo federale e le amministrazioni decentrate, in particolare la ripresa dei rapporti con il Puntland, interrotti nel 2013, e il dialogo con l’amministrazione ad-interim dello Juba.

Tuttavia, rimane irrisolta la questione dell’amministrazione delle regioni centrali, per cui il processo di formazione amministrativa sembra soffrire enormemente delle divisioni tra clan.

Inoltre, la questione del Somaliland, il quale beneficia di uno statuto particolare anche riguardo all’implementazione del Compact, pone dei seri interrogativi riguardo al suo ruolo all’interno della Somalia federale.

Inevitabilmente, il Somaliland potrebbe fungere da precedente ed alimentare ulteriormente le spinte autonomiste delle varie regioni da costituirsi in stati federati con una conseguente incertezza circa la ripartizione delle competenze all’interno dello stato federale, da approvarsi con la Costituzione a fine del 2015.

Tuttavia, una spinta positiva è da registrarsi grazie all’approvazione da parte di governo e parlamento della Commissione per i confini ed il federalismo, incaricata di valutare i confini degli stati (già esistenti o nascenti) e risolvere eventuali dispute territoriali.

Ancora una volta l’efficacia di tale misura dovrà essere valutata in base alla sua capacità di costituirsi come processo inclusivo, poiché nel precario equilibrio istituzionale somalo ignorare anche solo una delle voci potrebbe determinare innumerevoli passi indietro.

Rossella Marangio è dottoranda in Relazioni Internazionali nel programma ‘Politica, Diritti Umani e Sostenibilità” della Scuola Superiore Sant’Anna, Pisa. Precedentemente ha lavorato come assistente accademico al Collegio d’Europa ed ha svolto tirocini presso il Seae e la Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’Ue. Ha una Laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l’Università di Trieste ed un Master in Studi Europei Interdisciplinari presso il Collegio d’Europa.

martedì 31 marzo 2015

Tunisia: dopo la grande tragedia

Dopo il Bardo
Tunisia, sicurezza e democrazia questioni irrisolte
Roberto Aliboni
26/03/2015
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L’attacco al museo del Bardo ha attirato i riflettori sulla Tunisia, ma durante la transizione la sicurezza non ha mai cessato di essere un problema in questo paese.

A misura che il partito islamista, sotto la guida di Rachid Ghannouchi, veniva costretto a scegliere un percorso moderato dagli eventi (come l’estromissione dal governo dei Fratelli Mussulmani per mano dei militari egiziani), le ali e frange non moderate dell’islamismo tunisino, nel partito e fuori, si sono estremizzate e si sono sempre più organizzate come un movimento politico di opposizione violenta.

Per un lungo periodo, il partito islamista Ennahda, allora al governo, condusse una politica di tolleranza verso le sue frange estreme, del tipo “compagni che sbagliano”, nella fiducia di convincerli a pazientare nell’attesa che il livello di consapevolezza sociale si adeguasse alle finalità di islamizzazione del partito.

Questo, assieme al deterioramento delle condizioni socio-economiche del paese, è stato uno dei grandi errori che ha tolto il potere ad Ennahda e favorito l’ascesa di Essebsi e dei secolaristi di NidaaTounes al governo.

Da compagni che sbagliano ad al-qaidisti e jihadisti
Oggi ogni legame fra Ennahda e l’estremismo di Ansar al-Sharia è caduto. Nel frattempo, però, un movimento estremista agli inizi limitato si è ingrossato, diffuso e radicalizzato soprattutto a causa dell’influenza crescente del contesto regionale.

Dal 2011 ad oggi, i giovani islamisti tunisini, via via delusi dal “parlamentarismo” di Ennahda e Ghannouchi sono emigrati a combattere nella Mezzaluna Fertile, prima in Siria con l’ala al-qaidista di Jabath al-Nousra e altre organizzazioni salafite, poi con lo Stato Islamico di al-Baghdadi in Iraq e Siria. Esistono varie valutazioni dei combattenti tunisini all’estero, siano essi propriamente jihadisti o meno: dai 3000 ai 4000. Di questi, alla fine del 2014, si valutava che 400 circa fossero tornati.

Accanto ai reduci del jihadismo regionale militante, il movimento di ribellione interna non ha cessato di ingrossarsi, specialmente nel sud del paese e nella regione di Kasserine, al confine con l’Algeria, in virtù delle influenze e delle interazioni con il movimento jihadista saheliano, in particolare AQIM, Al-Qaida nel Maghreb.

Poco riportati dai media, gli scontri con le forze dell’ordine sono ormai endemici. Numerose le vittime fra la polizia di stato. Un ultimo scontro si è svolto pochi giorni prima dell’attacco al museo del Bardo, che gli ha dato la risonanza internazionale che generalmente questa guerra lontana non riesce ad avere.

L’attacco al Museo un salto qualitativo
L’attacco al museo del Bardo segna un ulteriore progresso dell’estremismo tunisino sotto l’influenza del contesto regionale: l’attacco è sicuramente collegato al diffondersi dell’influenza diretta e indiretta dello Stato Islamico nel Nord Africa: dal Sinai, alla Libia, ora alla Tunisia.

Questo salto qualitativo non avviene come un’estensione diretta delle forze dello Stato Islamico, bensì come risultato del suo prestigio e de suo successo. Bastano alcuni emissari, che trovano in loco dei reduci e una massa di giovani attirati daI prestigio, dalle armi e dagli altri mezzi che lo Stato Islamico riesce a mettere a disposizione delle reclute e dal soldo che distribuisce.

Di fronte a questi sviluppi la compagine civile e politica della Tunisia, come hanno dimostrato le reazioni all’attacco del museo del Bardo, è destinata a mostrarsi di gran lunga più compatta e consistente di quella di altri paesi arabi e sarà, da sola, un argine potente al fanatismo dei jihadisti e al loro uso spregiudicato del terrore.

Tuttavia, da un lato, l’escalation del fanatismo islamista in Tunisia e la sua maggiore integrazione nel contesto regionale non varrà certo a facilitare la difficile fase di transizione alla democrazia che si è inaugurata con le elezioni e la nomina del governo di HabibEssid.

Dall’altro, l’avanzata del jihadismo in Tunisia preannuncia una sua avanzata in Algeria ed, eventualmente, una sua penetrazione in Marocco. Perciò, un accrescimento oggettivo dei rischi di tracimazione dell’instabilità in Europa, in particolare in nell’Europa del Sud.

Le incognite dell’impatto politico ed economico
Il governo Essid, formato poche settimane fa, è basato su una coalizione fra i secolaristi di Nidaa Tounes e gli islamisti di Ennahda. I media internazionali hanno considerato questa coalizione come un successo della democrazia tunisina e una garanzia per il suo consolidamento.

Tuttavia, la coalizione ha dato luogo a forti tensioni sia all’interno di Nidaa Tounes, dove non pochi membri non riescono ad accettare anche la sola idea di una convivenza con gli islamisti, e, per la medesima ragione, all’interno di Ennahda.

Inoltre, la situazione economica, fortemente deteriorata, è destinata a creare difficoltà e tensioni che una coalizione politica già attraversata da dissensi di fondo potrebbe non essere capace di sostenere. Perciò, l’eruzione dell’estremismo jihadista e del terrorismo potrebbe ancora di più indebolire il governo e rendere la Tunisia incapace a fare fronte alla difficile congiuntura.

I paesi occidentali, in particolare l’Ue e i paesi del Sud Europa, dovrebbero compiere uno sforzo di sostegno solido e lungimirante: occorre moltiplicare gli aiuti alla crescita economica ma anche fornire addestramento e mezzi alle forze di polizia e agli eserciti.

In Italia, ci si concentra sulla Libia, ma in realtà è ormai l’insieme del Nord Africa a costituire il problema vicino su cui il nostro paese dovrebbe concentrarsi.

Roberto Aliboni è consigliere scientifico dello IAI.


venerdì 20 marzo 2015

Egitto: interconnesisoni di matrice religiosa

Egitto
Copti e salafiti, un matrimonio di interesse
Marco Di Donato
16/03/2015
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Salafiti e copti insieme.Può sembrare una contraddizione di termini, ma non lo è. Almeno secondo la nuova legge elettorale egiziana che obbliga ogni partito a inserire nelle proprie liste elettorali una quota riservata ai cristiani copti e alle donne.

Anche se il 1̊ marzo la Corte Costituzionale ha bocciato la legge, mandando per aria le parlamentari alle porte, quanti si sono messi al lavoro per emendare il regolamento elettorale non toccheranno questo articolo.

Donne e cristiani nella politica egiziana
Sembrano passati secoli da quando, nel 2011. Yasser Burhami, uno dei più importanti leader salafiti di tutto il paese peraltro strettamente legato ad Al-Nour, aveva dichiarato dalle colonne del quotidiano Al-Ahram che “noi saremo disponibili a valutare la presenza di un copto come presidente del paese, quando Israele farà lo stesso con un musulmano”.

Dichiarazione che si traduceva in una palese negazione dei diritti politici di una parte (corposa, pur minoritaria) della cittadinanza egiziana.

Eppure, il 29 gennaio 2015, proprio la pagina Facebook ufficiale di Al-Nour, il maggiore partito salafita di tutto l’Egitto, pubblicava una immagine del copto El Serafy che esprimeva la sua candidature nelle fila di Al-Nour e la sua volontà di collaborare su questioni religiose nell’interesse dei copti.

Dichiarazioni che facevano seguito a quelle di un importante esponente del partito salafita, Ashraf Thabit, il quale si diceva sicuro di come “la presenza di copti e donne nelle liste di Al-Nour non rappresenterà un problema”. Eppure a guardare il sito della Da’wa Salafiyya di Alessandria, organizzazione di cui Al-Nour è braccio politico, qualche incognita rimane.

Un articolo di Ahmad Shahhat del 12 febbraio 2015 ci informa di come la Da’wa Salafiyya ritenga che gli uomini e le donne debbano avere ruoli diversi e a tal proposito riporta non poche citazioni dal Corano e alcuni hadith dell’epoca del Profeta Muhammad.

Questo perché, lo sottolinea chiaramente l’autore dell’articolo, Al-Nour è un partito islamico che fa chiaramente riferimento alla Shari’a la cui identità va preservata “specialmente dopo il fallimento dei Fratelli Musulmani”.

La partecipazione di donne e copti è una inclusione sub condicione, ossia non libera, non rispettosa delle single specificità, ma che anzi tale specificità tende a inglobare in un contesto ben definito: islamico appunto.

Del resto, e qui si chiude l’articolo, “è noto che la vita dei cristiani all’ombra dell’Islam sia ben più sicura che sotto il controllo dei monaci della Chiesa”, specificando che il decadimento morale dell’Europa (c’è riferimento alle vignette satiriche sulle donne velate ed alla religion islamica insultata in televisione) sia ormai inarrestabile decline poiché schiava dei suoi “modelli corrotti”.

Pragmatismo di Al-Nour
La mossa inclusiva di Al-Nour sembra dunque essere primariamente improntata su un calcolo politico, primariamente legata all’obbligo, dunque non alla volontà, di includere all’interno dei propri ranghi esponenti di fede cristiana.

Si tratta di una mossa pragmatica, laddove la propria ideologia viene piegata alla prassi legislativa che impone la presenza di cristiani nelle fila del partito salafita.

Così come pragmatica, quando non opportunistica, viene considerate all’interno del mondo copto la decisione di alcuni esponenti politici cristiani di iscriversi nelle liste salafite.

Islamisti egiziani
Da qualunque prospettiva lo si osservi, tanto quella cristiana quanto quella islamica, il connubio fra Al-Nour e i copti sembra solo un matrimonio di interesse destinato a finire nel momento in cui la legge non dovesse più obbligare la forzata convivenza.

Critiche in merito sono giunte anche da altri partiti di matrice islamica, come il partito di ispirazione sufi El-Nasr che ha chiesto a più riprese che Al-Nour esca da questo atteggiamento ambiguo e renda chiara ed evidente la sua posizione in merito alla partecipazione dei cristiani alla vita politica della nazione.

Un’ambiguità in un certo senso inevitabile poiché espressione delle due anime di Al-Nour: da un lato braccio politico di una istituzione come la Da’wa Salafiyya che ha una sua agenda sociale e religiosa ben definita, dall’altro partito egiziano a pieno titolo inserito in un processo di transizione e interazione e connivenze con un potere che del dialogo interreligioso sta facendo un suo punto di forza.

Non solo. In Al-Nour emerge sempre più la volontà di proporsi come partito islamista di riferimento dopo la “scomparsa” ufficiale dei Fratelli Musulmani e in tal senso un allargamento, per quanto forzato e limitato, dei propri orizzonti politici sembra, seppur complesso, fatalmente inevitabile.

Marco Di Donato è Dottore di Ricerca in Scienze Politiche e presidente del Centro Italiano di Studi sull'Islam Politico (CISIP).

Egitto: la collaborazione con l'Italia

Egitto
Shopping italiano a Sharm el-Sheikh
Azzurra Meringolo
18/03/2015
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Si è parlato di Libia, del sedicente “stato islamico” e pure di Salah, il Messi d’Egitto che sta facendo sognare la Fiorentina tanto a cuore a Matteo Renzi.

Il summit di Sharm el-Sheikh è stato però soprattutto l’occasione nella quale il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha messo in mostra tutti i progetti di crescita economica nei quali vuole coinvolgere investitori provenienti da ogni angolo del mondo.

Poco importa se a pagare questi imprenditori non sarà nei fatti l’Egitto, ma i generosi stati del Golfo che tengono in vita la precaria economia di un paese dipendente dalla generosità delle petromonarchie.

Nella tre giorni che si è conclusa il 15 marzo, in prima linea ci sono stati anche il nostro premier e una trentina di nostre imprese, visto che l’Italia è il terzo partner commerciale dell’Egitto, il primo tra gli europei.

Fincantierri e il raddoppio del Canale di Suez
Nel nord si scommette sul turismo, cercando di replicare nella striscia di costa che si avvicina alla Libia la storia di successo dei resort di Sharm el-Sheikh che porta la firma del made in Italy.

Nel sud scende in campo il gruppo D’Appolonia, che ha deciso di diventare protagonista del triangolo minerario Qena-Safaga-Quseir. In ballo c’è un piano di sviluppo da 1,7 miliardi di dollari per la creazione di un hub industriale, logistico e portuale.

Nel Sinai, i nostri investimenti si concentrano tutti sul Canale di Suez, che ad agosto ha annunciato di voler ampliare il tratto di navigazione a senso unico alternato, grazie a un progetto di parziale raddoppio dell’ampiezza di questa strategica autostrada del mare.

Per ridurre il tempo di percorrenza delle navi da 18 a 11 ore è scesa in campo Fincantieri, che già a febbraio aveva sondato il terreno, partecipando alla missione organizzata dal nostro governo nel paese delle piramidi.

Sempre Fincantieri è pronta ad operare a Socna per la realizzazione di una piattaforma petrolifera il cui valore stimato si attesta sugli 800 milioni di dollari.

Eni e investimenti energetici
Alla voce gas e petrolio si affianca però soprattutto un nome, quello di Eni. A mostrarlo è la firma, a latere del summit di Sharm, di un piano di investimenti di circa 5 miliardi di dollari per lo sviluppo, in quattro anni, di 200 milioni di barili di petrolio e 37 miliardi di metri cubi di gas.

In cambio, il cane a sei zampe rappresentato da Claudio De Scalzi chiede che il Cairo si impegni a pagare regolarmente e costantemente. Questo anche per assorbire quel miliardo di dollari di debito maturato negli ultimi anni.

A investire su nuove fonti di energia green sono invece l’italiana MegaCell - che ha firmato un contratto con Misr Asset Management per lo sviluppo di pannelli solari - e Italgen (Italcementi), la quale ha iniziato la costruzione di un impianto eolico che raggiungerà i 320 MW.

Tutto ciò aiuterà l’ex generale Al-Sisi a realizzare il sogno che ha in mente per l’Egitto del 2020: un paese dove il 20% dell’energia proviene da fonti rinnovabili.

Ansaldo e l’altavelocità egiziana
L’altro grande progetto sul tavolo è stato quello relativo alla creazione di una linea ferroviaria ad alta velocità di 1200 km che colleghi Alessandria ad Assuan, passando per il Cairo.

L’Egitto deve farsi prestare almeno 10 milioni di euro per realizzare questo progetto, ma Ansaldo è già pronto a lavorarci. Del resto, questa azienda si è già mobilitata per l’ammodernamento della centrale elettrica del 6 ottobre, la città satellite del Cairo. Se tutto filasse liscio, dovrebbe anche arrivare a un’intesa simile per la centrale El-Seyyuf di Alessandria.

Intesa Sanpaolo - che ormai 9 anni fa ha acquisito Bank of Alexandria - auspica invece la creazione di un fondo centrale di garanzia per le piccole e medie imprese egiziane, sul modello di quello italiano.

Nel piano di rilancio dell’economia egiziana, l’Italia, molto attiva anche nel settore della cooperazione, prevede la conclusione di ulteriori accordi per un valore di 2,5 miliardi di dollari. Ad anticiparli è stato il viceministro per lo sviluppo economico Carlo Calenda che, secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, ha chiesto al Cairo di riattivare il gasdotto dell’Alto Sinai, danneggiato dai jihadisti, ma essenziale per il cementificio del Gruppo Caltagirone.

Grazie a questo summit, Sharm el-Sheik è tornata sotto i riflettori di quanti guardano all’Egitto con speranza, in primis chi, come Renzi, ha scommesso sul nuovo regime e sul ruolo stabilizzatore che Al-Sisi può giocare nella regione, immaginando che nei prossimi anni il paese si trasformi in una realtà stabile e in crescita, in perfetta sintonia con la pace e i confort dei resort del Sinai.

Gli attentanti a bassa intensità che hanno segnato la vigilia del summit e che da mesi tengono impegnato l’esercito - soprattutto in questa penisola al confine con la Striscia di Gaza - mostrano però una strada ancora tutta in salita. A confermarlo è stato anche il rinvio delle elezioni parlamentari previste per marzo.

Per evitare di perdere credibilità, il regime dovrà ora darsi nuove scadenze che non stonino troppo con la retorica del rispetto delle tempistiche della road map che ha accompagnato Al-Sisi in tutti i suoi incontri internazionali.

Azzurra Meringolo è ricercatrice presso lo IAI e caporedattrice di Affarinternazionali. Coordinatrice scientifica di Arab Media Report. Potete seguirla sul suo blog e su twitter a @ragazzitahrir.

lunedì 16 marzo 2015

Egitto: alleati più stabili per l'Occidente

Medio Oriente
Egitto, rivoluzione religiosa ad usum delphini
Paola Caridi
12/03/2015
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Il fronte dei tradizionali alleati dei paesi occidentali in terra araba si è definitivamente rinsaldato e lo ha fatto sotto l’ombrello dell’Islam.

Come se il Secondo Risveglio arabo si fosse condensato in una tempesta inattesa, dura, ma alla fine governata dai soliti abili nocchieri. I pilastri della pluridecennale strategia economica e geopolitica euro-americana nell’area.

Egitto e Arabia Saudita si riprendono il ruolo che era stato messo in forse nel 2011 e rispondono alle richieste pressanti dell’opinione pubblica statunitense ed europea, proponendo una riforma religiosa che blocchi l’estremismo. E dunque il terrorismo definito islamico.

Islam riformato
Da tempo, sia da Ryadh che soprattutto dal Cairo, sono stati lanciati messaggi preoccupanti e allo stesso tempo rassicuranti: la minaccia dell’autoproclamatosi “stato islamico” non è da sottovalutare ed è per questo che occorre incidere sull’educazione, sulla lettura dei sacri testi, sui programmi scolastici per evitare che i giovani vengano sviati e spinti verso l’estremismo.

Islam e sicurezza, in sostanza, debbono camminare assieme: anzi, è l’islam “riformato” che bloccherà il terrorismo, secondo una vulgata ormai diffusa.

Una lettura ripetuta anche - e non sembra un caso - in una conferenza di tre giorni della Lega Mondiale Musulmana tenutasi dal 22 febbraio alla Mecca, sotto l’egida della famiglia reale saudita. Protagonisti, appunto, studiosi e reali sauditi, assieme a Ahmed al-Tayeb, il grand imam della moschea di Al-Azhar al Cairo, la più prestigiosa istituzione culturale della tradizione sunnita.

Al-Sisi il nuovo Lutero?
Ora, la questione sta proprio nella “riforma” o nella “rivoluzione” religiosa che sarebbe già in corso nella regione araba, guidata da colui che è stato già definito come il Martin Lutero dell’Islam, il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi.

Un uomo che, in se stesso, dovrebbe mettere assieme due ruoli: il campione di un Islam moderato, pio e non violento, e allo stesso tempo il difensore in armi della civiltà contro lo “stato islamico”. Il Corano in una mano, e la spada nell’altra, stavolta - però - al servizio della civiltà.

È questa la realtà? Può Al-Sisi rappresentare veramente una riforma nell’interpretazione dei sacri testi tale da tagliare l’erba sotto i piedi del radicalismo retrivo del Califfato? I dubbi ci sono e non sono pochi.

Robert Springborg, uno dei più importanti studiosi dell'Egitto contemporaneo, aveva già anticipato nel maggio del 2014 quale sarebbe stato il nodo della presidenza di Abdel Fattah al-Sisi: il modo in cui avrebbe utilizzato la religione. "Al-Sisi si appoggerà molto di più sull'islam per legittimare il suo regime autocratico - scriveva Springborg in un articolo comparso su Foreign Affairs -, più di quanto abbia fatto credere agli osservatori egiziani e stranieri".

Così è stato. Al-Sisi ha subito indicato la cifra politica del regime egiziano (ri)nato con il coup del 3 luglio 2013, laddove il controllo del consenso e del conformismo religioso è parte integrante della strategia che ridisegna e consolida il sistema istituzionale ed economico di questo ultimo capitolo della repubblica egiziana.

Sulla scia dei presidenti che lo hanno preceduto, anche Al-Sisi ha infatti di nuovo contenuto Al-Azhar entro i limiti definiti già ai tempi di Gamal Abdel Nasser. È ancora oggi lo Stato a decidere chi guida Al-Azhar, ma artefice principale del rinnovato peso del centro sunnita nel periodo postrivoluzionario è proprio Al Tayyeb.

Al-Azhar e la nazionalizzazione dell’Islam
Abile nel conservare ad Al-Azhar l'abito della terzietà e nel controllare le spinte interne differenti dal suo sostanziale centrismo, Al-Tayyeb è stato sin da subito uno dei grandi sostenitori di Al-Sisi e ha consolidato Al-Azhar come lo strumento principe per la "nazionalizzazione" dell'Islam.

Di questa nazionalizzazione fanno parte diverse azioni intraprese da Al-Azhar e dagli organismi competenti dentro la macchina burocratica, prima fra tutte la stretta sugli imam, per rendere capillare il controllo della predicazione e diminuire il peso della Fratellanza musulmana.

Si tratta, in fondo, di una strategia che è tradizionale, nella storia repubblicana dell'Egitto. Il cambiamento sta, semmai, nella religiosità di Al-Sisi.

Proveniente da uno dei quartieri più importanti del Cairo, dal punto di vista della religiosità popolare, Al Sisi è portatore di un islam conservatore, più che moderato. E, molto di più dei suoi predecessori, non separa Cesare da Dio. Al contrario, intende dare a Cesare una funzione di guida - si passi il termine - teologica, che serva il raggiungimento di due obiettivi.

Uno interno, e cioè il controllo del consenso al regime attraverso l'incensamento della religiosità conservatrice della maggioranza silenziosa. Uno esterno: la costruzione dell'immagine di Al-Sisi come del Martin Lutero dell'islam sunnita.

Già sostenuta dalla macchina mediatica dei settori di destra statunitensi ed europei, questa idea serve a un paese che si attrezza a essere non solo l'avamposto contro l’autoproclamatosi “stato islamico” e i radicalismi violenti e armati, ma anche il difensore di una stabilità finanziata dalle potenze regionali del Golfo. Proprio quelle potenze regionali in cui vige una lettura tradizionalista, conservatrice e antiprogressista dell’Islam.

Paola Caridi è analista e scrittrice, autrice di “Gerusalemme senza Dio. Ritratto di una città crudele” (Feltrinelli 2013)
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venerdì 13 marzo 2015

Egitto: manca il potere legislativo

Sentenza della Corte del Cairo
Elezioni rinviate, Egitto ancora senza Parlamento
Azzurra Meringolo
07/03/2015
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Da due anni privo di Parlamento, l’Egitto rischia di restare senza potere legislativo ancora per un po’. Le elezioni che avrebbero dovuto eleggere il Parlamento, previste per marzo, sono infatti destinate a slittare.

Questo è quanto ha confermato la Corte amministrativa del Cairo, con una decisione che non lascia presagire strade alternative.

Definendo come incostituzionale l’articolo 3 della legge sulla divisione delle circoscrizioni, la Corte ha di fatto bocciato il regolamento elettorale che doveva essere usato per il terzo e ultimo passaggio della road map indicata nel luglio 2013 dai militari, dopo la deposizione del presidente islamista Mohammed Morsi.

Tempi incerti sul rinvio
Impegnandosi a rispettare le sentenze della Corte, la commissione elettorale, che già da mesi era al lavoro per organizzare le imminenti elezioni, si è pubblicamente impegnata a obbedire alla magistratura, mostrandosi pronta a riprendere in mano in calendario per decidere una nuova data.

Analoga la posizione del presidente Abdel Fattah al-Sisi, che in un comunicato ha però premuto il piede sull’acceleratore, chiedendo al governo di apportare gli emendamenti necessari nel giro di massimo un mese.

Su queste tempistiche restano però dubbi. Basteranno trenta giorni per mettere la pezza a un testo che è stato attaccato sin dalla sua genesi o serviranno - come si vocifera - almeno sei mesi?

Quando lo scorso anno la legge era stata approvata per decreto, numerose voci vi si erano opposte, puntando il dito soprattutto contro il sistema di ditribuzione dei seggi. Queste critiche erano confluite in tre ricorsi presentati davanti alla Corte costituzionale.

Il primo metteva in dubbio la costituzionalità della legge sui diritti politici, il secondo quella del regolamento per le elezioni parlamentari e l’ultimo - l’unico accolto dalla Corte - si concentrava sulla legge che definiva le circoscrizioni.

Così come è scritta, la norma bocciata non garantirebbe infatti agli elettori delle diverse circoscrizioni un’equa rappresentanza: è l’aspetto che ha messo la legge in contraddizione con l’articolo 102 della Costituzione, posto a tutela di questo basilare principio.

Il potere legislativo nelle mani di Al-Sisi
L’Egitto dovrà quindi aspettare un altro po’ prima di eleggere il suo organo legislativo, praticamente inesistente dal gennaio 2011.

Dopo la caduta di Hosni Mubarak, il Consiglio Supremo delle Forze Armate decise infatti di sciogliere il Parlamento.

Una nuova assemblea è stato poi eletta tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012, ma nel giugno del 2012 la Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale il regolamento elettorale con il quale si erano svolte le elezioni parlamentari, dissolvendo di fatto la Camera bassa e lasciando a quella Alta il compito di redigere un nuovo testo.

Da allora in Egitto a legiferare è stato esclusivamente il potere esecutivo, che si è servito dello strumento del decreto per arrivare anche alla stesura della nuova legge elettorale. A firmarla è stato Adly Al-Mansour, il presidente ad interim che ha traghettato l’Egitto nelle mani di Al-Sisi.

Come ben dimostrato da un progetto di monitoraggio del Tahrir Institute for Middle East Policy, da quando è diventato capo dello Stato, l’ex generale esercita non solo il potere esecutivo - come previsto dal suo mandato - ma anche quello legislativo, che è ancora formalmente nella mani di nessuno.

Questo spinge alcuni analisti a guardare con sospetto anche la recente sentenza sul rinvio delle consultazioni. Posticipando ulteriormente il giorno in cui Al-Sisi dovrà confrontarsi con il potere dell’Assemblea legislativa, la magistratura finirebbe per fare il gioco del presidente.

Se da una parte è però chiaro che la sentenza della Corte non pone limiti precisi al ruolo di Al-Sisi, dall’altra è anche evidente che il pronunciamento della Corte rischia di mettere i bastoni tra le ruote al progetto di lifting cosmetico che da mesi il “nuovo” regime porta avanti, facendo il possibile per mostrare al mondo intero il suo volto democratico.

Il rispetto delle tempistiche della road map è stato infatti un pilastro della retorica che ha accompagnato Al-Sisi in tutti i suoi incontri internazionali, l’amo che il presidente ha più volte gettato per convincere molti leader occidentali a partecipare all’imminente conferenza di Sharm El-Sheikh per la ripresa economica dell’Egitto.

Per evitare di perdere credibilità, il regime dirà ora che il rispetto della sentenza di domenica da parte delle autorità in carica mostra che la magistratura egiziana è un potere realmente indipendente - cosa molto discutibile visti i continui verdetti che colpiscono l’opposizione al “nuovo” regime militare.

Retorica a parte, nei fatti il risultato non cambia. Se prima della sentenza di domenica il rischio era la creazione di un Parlamento acquiescente che si limitava a timbrare e avallare le decisioni del raìs, ora che nessun legislativo sarà eletto continuerà a mancare un formale contrappeso all’esecutivo.

Corsi e ricorsi storici nella giurisprudenza egiziana
Nulla di nuovo, se si osserva la sentenza in un’ottica storica. Questa è infatti in linea con il corso seguito dalla giurisprudenza egiziana.

Pur con tempistiche molto più dilatate, già nel 1987 la Corte Costituzionale aveva sciolto con motivazioni simili il Parlamento eletto nel 1984, e nel 1990 quello insediatosi nel 1987.

Lasciando ampi margini discrezionali al presidente della Repubblica per sciogliere il Parlamento, anche l’ultima Costituzione segue questo sentiero. I costituenti che hanno redatto l’ultimo testo hanno infatti fatto il possibile per mantenere in piedi un sistema politico che, sin dagli anni ’50, si basa sulla supremazia del presidente. Ieri come oggi, le redini del potere politico sono nelle sue mani.

Visti nel loro complesso, gli eventi più recenti immortalano un Egitto privo di una genuina volontà politica per realizzare i cambiamenti auspicati da più parti. Un paese dove manca un progetto reale per intraprendere le riforme che sarebbero necessarie per evitare un semplice ritorno al passato.

Azzurra Meringolo è ricercatrice presso lo IAI e caporedattrice di Affarinternazionali. Coordinatrice scientifica di Arab Media Report. Potete seguirla sul suo blog e su twitter a @ragazzitahrir.
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lunedì 2 marzo 2015

Libia: la pressione dei Paesi del Golfo

Medio Oriente
Guerra per procura egiziana in Libia
Azzurra Meringolo
26/02/2015
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Niente da fare. Neanche il Marocco riuscirà a ospitare l’ennesimo disperato tentativo di dialogo nazionale sponsorizzato dalle Nazioni Unite.

Il parlamento di Tobruk - l’assemblea libica riconosciuta dalla comunità internazionale, ma non dal Congresso Generale Nazionale (Cgn) di Tripoli - ha infatti annunciato che boicotterà i tavoli negoziali.

Se le due tutt’altro che compatte fazioni interne alla Libia non riescono a discutere una eventuale soluzione politica della crisi, neanche gli attori esterni implicati nella faccenda concordano nel pensare che la creazione di un governo di unità nazionale sia la prima condizione necessaria - anche se magari non sufficiente - per evitare che la Libia cada nel baratro della somalizzazione.

Soluzione politica per Algeria, Tunisia, Turchia e Qatar
A sostenere l’opzione politica sono in primis Algeria e Tunisia. Soprattutto la prima vuole infatti contenere l’interventismo dei paesi del Golfo, pronti ad affiancarsi all’Egitto in una guerra per procura. Non tutti sono di questo avviso, però. Il Qatar, da anni il battitore libero della regione, sembra infatti più allineato alla Turchia.

Del resto, sono anni che Doha e Ankara fanno coppia fissa quando si tratta di sostenere e difendere quell’Islam politico che in Libia è rappresentato dal Cgn di Tripoli.

Secondo alcune fonti, piuttosto che intervenire militarmente a sostegno della loro fazione preferita, entrambe le capitali sarebbero pronte ad appoggiare un accordo politico. Questa mossa non è piaciuta alle autorità di Tobruk, che hanno deciso di negare alle società turche la possibilità di operare in Libia.

Tandem Haftar-Al Sisi
I più interventisti sembrano Egitto ed Emirati Arabi Uniti, già accusati, lo scorso agosto, di aver lavorato di sponda per condurre raid aerei nei dintorni di Tripoli. Anche se entrambi hanno negato quanto sostenuto da funzionari statunitensi, bombardamenti simili sono stati segnalati anche nelle settimane successive.

La settimana scorsa, il Cairo - che non ha mai smesso di dare assistenza militare alle autorità di Tobruk - è infine uscito allo scoperto. Con un intervento armato - prima aereo e poi terrestre -, l’Egitto ha reso pubblica una volta per tutte la guerra per procura che combatte in Libia da almeno un anno.

Già a inizio 2014, infatti, si parlava di elementi dei servizi segreti egiziani in Cirenaica, dettaglio che faceva capire che il presidente egiziano Abdel Fattah Al-Sisi avrebbe potuto trovare nella parte orientale della Libia lo scenario dove mostrare i suoi muscoli.

Del resto erano mesi che, non disdegnando l’opzione di un’annessione della Libia orientale, l’Egitto continuava a inviare poche ma costanti armi a Khalifa Haftar, il generale libico a capo delle milizie anti-islamiste.

Coordinandosi con lui, il “nuovo” regime egiziano ha così esteso oltre i suoi confini la guerra ai suoi più acerrimi nemici interni, quei Fratelli Musulmani che nell’estate 2013 sono forzatamente usciti di scena, grazie all’intervento dell’esercito egiziano.

Interventismo egiziano
Dopo aver sollecitato - invano- al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite un’azione militare, il Cairo ha chiesto di eliminare l’embargo contro le forniture di armi a qualsiasi soggetto libico per permettere alle autorità di Tobruk di armarsi ulteriormente. Anche questa proposta è però rimasta tale.

Anche se il video dei 21 copti egiziani giustiziati dalle forze dell’autoproclamatosi “stato islamico” hanno servito ad Al-Sisi il casus belli per l’intervento armato in Cirenaica, resta ora da vedere fino a che punto si estenderà la sua campagna di Libia.

Sul fronte internazionale, l’attivismo di Al-Sisi potrebbe dare al presidente egiziano un ruolo ancora più centrale nella lotta internazionale contro il “califfato”, aiutandolo a ergersi come il Martin Lutero arabo che combatte il fanatismo religioso ora alla ribalta.

Sul fronte interno,vendicando il sangue egiziano, Al-Sisi potrebbe poi guadagnare consenso in un momento cruciale del suo mandato, quando la sua agenda politica rischia di essere messa in stallo dalle sempre più diffuse critiche di violazione dei diritti umani.

Ma a queste opportunità politiche si affiancano delle sfide. L’interventismo egiziano mette a nudo anzitutto le principali spine nel fianco del governo del Cairo: il Sinai e il confine libico, zone porose che continuano a minacciare la sicurezza nazionale.

L’Egitto, infine, non sembra in grado, da solo, di ricostruire il puzzle libico, evitando il collasso dell’ex patria di Gheddafi. L’interventismo di Al-Sisi sembra un passo più lungo della gamba destinato a fallire. In tal caso, le ripercussioni lungo il Nilo e dentro i ranghi militari non sarebbero poche.

Azzurra Meringolo è ricercatrice presso lo IAI e caporedattrice di Affarinternazionali. Coordinatrice scientifica di Arab Media Report. Potete seguirla sul suo blog e su twitter a @ragazzitahrir.
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lunedì 23 febbraio 2015

Libia: le fonti energetiche a rischio

Libia
L’avanzata del Califfo e il futuro energetico libico 
Nicolò Sartori
17/02/2015
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Oltre ai gravi rischi per la sicurezza del continente europeo e dell’Italia, l’avanzata dell’auto proclamatosi “stato islamico” in Libia rischia di avere forti ripercussioni sul destino dei nostri approvvigionamenti energetici.

I crescenti attacchi alle infrastrutture energetiche libiche potrebbero mettere a serio repentaglio la capacità della Noc, la compagnia energetica nazionale, di mantenere gli attuali livelli di produzione ed esportazione di idrocarburi tornati a livelli accettabili sul finire del 2014, dopo gli alti e bassi determinati dall’instabilità politica interna degli ultimi anni.

Partnership strategica tra Libia e Italia 
La Libia è un partner energetico chiave per l’Italia. Nonostante le turbolenze politiche, infatti, nel 2014 è stata il terzo fornitore di gas del nostro paese insieme all’Algeria, alle spalle solo di Russia e Norvegia.

Il paese nordafricano ha esportato 6,5 miliardi metri cubi (Bcm) di gas, facendo registrare un incremento del 14% rispetto all’anno precedente. Il gas libico, trasportato attraverso il gasdotto sottomarino Greenstream, contribuisce a circa il 12% delle importazioni italiane.

Nel settore del petrolio, nel 2014 Tripoli si è piazzata al sesto posto tra i fornitori dell’Italia, alle spalle di Russia, Azerbaijan, Arabia Saudita, Iraq e Kazakistan.

Nei primi dieci mesi dell’anno ha esportato verso il nostro paese due milioni di tonnellate di greggio - in calo rispetto agli anni precedenti a causa di una progressiva contrazione dei consumi italiani - ma comunque garantendo circa il 5% delle importazioni petrolifere totali.

Si tratta di un’incidenza minore rispetto al settore del gas naturale, determinata dal fatto che il portfolio degli esportatori di greggio è ben più ampio e diversificato.

Non soltanto il sistema socio-economico nazionale è dipendente dagli approvvigionamenti libici per il suo regolare funzionamento, ma anche il campione energetico italiano, Eni, ha forti interessi industriali nel paese nordafricano.

Operando in loco dal 1959, Eni è storicamente la maggiore compagnia internazionale operativa nel paese. Nonostante l’instabilità geopolitica, la Libia continua a rappresentare la prima fonte di idrocarburi della società italiana con 76mila barili di greggio e 9 Bcm annui di gas naturale (dati 2013).

Energia sotto attacco
Con l’avanzata dello “stato islamico” aumentano i rischi per l’integrità delle installazioni energetiche libiche, nel mirino dei combattenti sin dall’inizio del conflitto nel 2011. In questo contesto, negli ultimi anni la produzione di idrocarburi del paese nordafricano è oscillata in modo significativo in virtù dell’evoluzione delle ostilità tra le milizie schierate sul campo.

A gennaio, l’output petrolifero libico è crollato nuovamente dopo che, verso la fine del 2014, la produzione si era attestata attorno al milione di barili al giorno.

L’incremento rispetto ai mesi precedenti è stato determinato dalla ripresa delle attività nel giacimento di El-Sharara, a lungo bloccato per far fronte ai danni ai siti di stoccaggio della raffineria di Zawiya, causati dai combattimenti.

La recente esplosione di un oleodotto nei pressi del grande giacimento di El-Sarir, causata probabilmente dall’avanzata dei militanti dello “stato islamico” ha determinato non soltanto la riduzione della produzione del giacimento e la sospensione del flusso di greggio verso il terminal di Hariga, ma ha anche spinto i vertici della Noc ad annunciare il possibile blocco delle attività di esplorazione e produzione in tutti i pozzi del paese.

Qualche giorno prima, le milizie del Califfo avevano provato a far saltare una conduttura nel giacimento di Bahi nella Libia centrale, senza tuttavia causare gravi danni.

Se è vero che l’offensiva dello “stato islamico” potrebbe determinare un blocco totale del settore energetico libico, non è da escludere che le milizie possano cercare di mantenere operativi i giacimenti qualora dovessero cadere sotto il loro controllo.

Il modello adottato in Iraq, infatti, mostra come produzione ed esportazione di greggio siano funzionali al mantenimento/espansione del potere dello “stato islamico” sul territorio.

Se l’avanzata del Califfo sulla costa mediterranea del paese dovesse proseguire, garantendo il controllo sui principali terminal di esportazione, il greggio libico potrebbe addirittura raggiungere i mercati internazionali alla ricerca di acquirenti senza scrupoli pronti ad acquistarlo.

Caos libico e mercati energetici globali
Nonostante la gravità della situazione, l’impatto del caos libico sui mercati energetici globali potrebbe essere tutto sommato limitato. Malgrado la perdurante instabilità, la crescita della produzione non-convenzionale statunitense, il rallentamento dei consumi in Cina e l’incapacità dell’Opec di definire una strategia per ridurre la produzione totale hanno determinato una riduzione dei prezzi del 50% da giugno a oggi.

Le tensioni nel paese nordafricano potrebbero determinare un leggero rialzo dei prezzi, ma la sicurezza degli approvvigionamenti non sembra essere oggi in pericolo a causa di un eccesso di offerta sui mercati internazionali.

Per l’Italia la situazione potrebbe rivelarsi più critica, soprattutto nel settore del gas naturale. Alla luce del conflitto in Ucraina e dei costanti rischi di sospensione per il transito del gas russo, le forniture provenienti dalla Libia giocano oggi un ruolo fondamentale nell’assicurare la nostra sicurezza energetica.

Sebbene la situazione non sia ancora giunta a livelli drammatici, anche perché l’inverno è nella sua fase conclusiva e le importazioni dall’Algeria possono essere comunque incrementate senza maggiori difficoltà, l’avanzata dei jihadisti aggiunge ulteriore incertezza al destino dei nostri approvvigionamenti energetici.

Nicolò Sartori è responsabile di ricerca del Programma Energia dello IAI (Twitter: @_nsartori).
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sabato 21 febbraio 2015

Libia: che fare di fronte ad uno stato fallito

Medio Oriente
Intervento in Libia, i pro e i contro
Natalino Ronzitti
12/02/2015
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La Libia si trova ormai da tempo in una situazione di anarchia. È quello che in diritto internazionale viene qualificato come uno stato fallito (failed state). Il governo di Tobruk, che è generalmente riconosciuto come il governo legittimo dalla comunità internazionale, controlla ben poco.

Le milizie la fanno da padrone, ingenerando insicurezza negli operatori stranieri, tanto che la produzione di petrolio è calata vertiginosamente. Vendite illegali di petrolio e traffici di armi aggravano la situazione, divenuta ancora più pericolosa con la proclamazione di un califfato islamico a Derna.

C’è il rischio di una nuova Somalia a due passi dalle nostre coste, con tutto quello che ne può seguire per la minaccia terroristica. Il paventato dissolvimento della Libia con la nascita di due o più stati indipendenti non si è finora realizzato poiché le tribù e le bande armate non sono riuscite a organizzarsi in un modello statale, almeno secondo i canoni classici della comunità internazionale.

Eubam e Unsmil
I rimedi tentati dalle istituzioni internazionali non hanno finora avuto successo. A parte l’European Union Border Assistance Mission (Eubam), missione civile dell’Unione europea (Ue), le speranze maggiori sono riposte nell’opera delle Nazioni unite che agiscono mediante l’UN Support Mission in Libya (Unsmil). Si tratta di una missione non armata, di natura politica, volta a favorire il dialogo tra le varie componenti del mosaico libico che si sono incontrate recentemente a Ginevra.

L’Unsmil, il cui mandato è stato più volte rinnovato dal Consiglio di sicurezza (Cds), opera sotto l’egida del Segretario Generale dell’Onu e del suo rappresentante speciale, Bernardino Leon. Non si tratta quindi di una missione di peace-keeping con il dispiegamento di una forza armata sul terreno.

L’Italia, attraverso le parole del suo Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, Paolo Gentiloni e del Vice-Ministro Lapo Pistelli, ha dichiarato il suo appoggio a Leon e si è resa disponibile a un intervento militare, ma solo sotto l’egida Onu, escludendo ogni intervento unilaterale.

In questa sede si indicano le opzioni ammissibili sotto il profilo del diritto internazionale e conformi alla nostra Costituzione.

Legittima difesa
Un attacco missilistico o di un gruppo terroristico provenienti dalla costa libica sul nostro territorio non è da escludere. In tal caso l’Italia avrebbe il diritto di reagire in legittima difesa, senza dover chiedere autorizzazione del Cds.

Ormai è riconosciuto che la legittima difesa può essere esercitata non solo nei confronti di uno stato, ma anche di un attore non statale. La reazione potrebbe essere messa in atto dopo che l’attacco armato sia stato sferrato, ma anche nell’imminenza dello stesso, ad es. se fonti di intelligence dovessero accertare che i missili puntati verso l’Italia sono pronti a partire.

Gli alleati potrebbero intervenire a fianco dell’Italia, che avrebbe il diritto di invocare l’art. 5 della Nato, ma anche l’art. 47 del Trattato Ue (troppo spesso si dimentica che, secondo tale disposizione, in caso di aggressione i partner europei sono obbligati a fornire all’aggredito aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso).

L’azione in legittima difesa può durare per tutto il tempo necessario e comportare una presenza armata in territorio libico.

Missione di Peace-Enforcement 
Di regola il peace-enforcement richiede l’autorizzazione del Cds. Esso comporterebbe uno stabile dispaccio di una forza multinazionale in territorio libico, con il compito di pacificare il territorio e ricostruirne il tessuto istituzionale. Tale forza potrebbe operare sotto l’egida del Segretario Generale dell’Onu, ma anche sotto comando di uno stato.

L’Italia sarebbe il candidato più naturale. Si potrebbe però avere anche una missione congiunta Ue-Unione africana. Le difficoltà consistono nell’ottenere l’assenso di tutti i membri permanenti del Cds. La Russia, scottata dall’intervento Nato del 2011, difficilmente si pronuncerebbe a favore e quasi sicuramente opporrebbe il veto.

Coalizione di volenterosi
Si tratterebbe di un’operazione senza cappello Onu e quindi indigeribile per Gentiloni. Entrare in territorio altrui senza il consenso dello stato territoriale e senza l’autorizzazione del Cds è illegittimo, anche se vi sono fautori dell’intervento umanitario (tra cui non è da annoverare il sottoscritto).

L’ancora di salvataggio (o se si vuole la foglia di fico) potrebbe essere costituita dal Governo di Tobruk, quantunque non si tratti di un governo effettivamente rappresentativo. Come dimostra l’esperienza (Kosovo, Iraq 2003), una risoluzione a posteriori del Cds potrebbe legittimare il fatto compiuto, sempre che Russia (e Cina) non si oppongano).

Missione di peace-keeping
A differenza del peace-enforcement, il peace-keeping ha come scopo il mantenimento della pace, senza prendere posizione tra le fazioni in lotta e la forza di pace non è autorizzata ad usare la forza, tranne a protezione dei suoi membri.

Forse il peace-keeping potrebbe ottenere il consenso (o la non opposizione) della Russia, qualora fosse ancorato a un chiaro mandato. Sennonché la situazione libica richiede l’“imposizione” della pace, non il “mantenimento” di una pace inesistente! Molto dipenderà dall’iniziativa di Leon e dall’esito delle trattative politiche, al cui successo potrebbe essere condizionato il successivo invio di una forza di peace-keeping.

Trattato italo-libico del 2008 
Un’eventuale azione militare italiana deve fare i conti con il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione del 2008. Esso contiene un paio di disposizioni che ribadiscono il divieto della minaccia e dell’uso della forza (art. 3) e stabiliscono il divieto di compiere atti ostili in partenza dai rispettivi territori (art. 4).

Le due disposizioni furono superate con disinvoltura durante l’intervento del 2011. Esse non impedirebbero un intervento in legittima difesa o sotto l’egida delle Nazioni unite. Il solo dubbio potrebbe essere sollevato in relazione a un’azione armata non in legittima difesa e non autorizzata dall’Onu. Ma è sempre in vigore (o quantomeno sospeso) il Trattato del 2008? Questione complessa che non è qui possibile esaminare.

In conclusione, il diritto internazionale offre sulla carta un ampio ventaglio di possibilità per un intervento in Libia a protezione dei nostri interessi. Ovviamente però, la legittimità internazionale deve essere coniugata con l’opportunità politica e la disponibilità economica. E queste sono un’altra cosa!

Natalino Ronzitti è professore emerito di Diritto internazionale (Luiss Guido Carli) e Consigliere scientifico dello IAI.
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venerdì 13 febbraio 2015

Egitto: una normalita pesante

Medio Oriente
Egitto, verso un Parlamento che sa di usato
Azzurra Meringolo
09/02/2015
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Delle 45 formazioni che si erano presentate alle elezioni del 2011 - le prime realmente democratiche nella storia egiziana - nessuna potrebbe essere in grado di assumere un ruolo rilevante. All’orizzonte delle parlamentari previste entro marzo s’intravedono diversi schieramenti di ex mubarakiani pronti a tornare alla ribalta.

Anche se del partito dell’ex dittatore non resta che un palazzo bruciato che si affaccia sul Nilo, da mesi i gattopardi del vecchio regime si stanno muovendo per accaparrarsi una poltrona nel nuovo parlamento.

Legge elettorale che marginalizza i partiti 
La legge elettorale che governerà le prossime votazioni - ultima tappa della road map iniziata dopo la deposizione del presidente islamista Mohammed Mursi nel luglio 2013 - spiana infatti la strada al loro ritorno.

A emanare la legge, sbloccando l’impasse durata mesi, è stato l’ex presidente ad interim Adly Al-Mansour - l’uomo ai quali i militari hanno affidato la guida del paese prima che le presidenziali di giugno lo traghettassero nelle mani di Abdel Fattah Al-Sisi.

Il punto più controverso del nuovo regolamento elettorale passato per decreto è quello relativo alla distribuzione dei seggi del nuovo Parlamento, il primo monocamerale dopo l’abrogazione del Maglis Al-Shura (la camera alta). D’ora in poi i parlamentari saranno 567: 59 in più rispetto al Parlamento eletto nel 2011. Di questi: 120 saranno assegnati in base alle liste e 27 verranno scelti dal presidente della repubblica. I candidati indipendenti si spartiranno i rimanenti 420 seggi.

A opporsi a questa legge sono stati in primis i partiti nati dopo la rivoluzione che temono di essere messi ai margini da un regolamento che svantaggia i partiti, favorendo i candidati con più disponibilità economiche e influenza anche a livello tribale.

La marginalizzazione dei partiti è del resto evidente. Lo stesso presidente Al-Sisi ha deciso, a differenza di Mubarak, di non creare nessuna formazione politica che lo sostenga. Ciononostante, già tre coalizioni si schierate a suo sostegno. Ai loro vertici si trovano uomini che non nascondono i loro legami con il vecchio dittatore.

Fulul che si organizzano
Il primo è Kamal Al-Ganzouri, ex primo ministro di governi mubarakiani che ha ora creato il Fronte Egiziano, uno schieramento che riunisce forze secolari che si oppongono al ritorno in Parlamento della Fratellanza Musulmana, il movimento islamista che vinse le parlamentari del 2011, ma che nel luglio 2013 è stato costretto dai militari alla clandestinità.

Al fianco di Ganzouri c’è Ahmed Shafiq, l’ultimo premier dell’epoca mubarakiana, arrivato secondo alle presidenziali del 2012. Per l’opinione pubblica egiziana, Shafiq è il fulul per eccellenza, il più evidente rimasuglio del vecchio regime.

Il secondo fronte pro Sisi è l’Indipendence Current, un insieme di partiti low-profile nati durante l’epoca mubarakiana, ora unitisi sotto l’ombrello di Ahmed Al-Fadali. A completare il quadro c’è la coalizione dei vecchi militari in pensione del Toghether Long Live Egypt, un’alleanza guidata da Medhat Al-Haddad.

Secondo indiscrezioni, anche Ahmed Ezz - il tycoon rilasciato su cauzione dopo tre anni di carcere per riciclaggio e guadagni illeciti - starebbe cercando di riunire vecchi membri del Partito nazional democratico di Mubarak in un nuovo movimento. Questa voce non è stata però ancora confermata.

Tra coloro che hanno tentato di creare una coalizione in grado di imporsi alle parlamentari c’è anche Amr Moussa, ex segretario generale della Lega araba e presidente dell’Assemblea costituente che ha redatto il testo del 2014.

La sua Alliance of the Egyptian Nation - che comprende anche Ghad, Tagammu e Wafd - non mira direttamente a sostenere Al-Sisi, quanto piuttosto a creare un Parlamento capace di trainare il presidente verso una stagione di riforme. Gli incidenti di percorso attraverso i quali è passata la formazione di questa alleanza mostra però l’esistenza di differenze irriconciliabili tra i diversi partiti liberali egiziani, da sempre scettici sulla figura di Moussa.

Sabahi, l’anti-Sisi
L’unico schieramento che cerca realmente di opporsi all’attuale regime, presentandosi come erede della rivoluzione del 2011, è la Progressive Alliance guidata da Hamdeen Sabahi, storico nasseriano che ha sfidato Al-Sisi alle ultime presidenziali raccogliendo, come previsto, solo poche briciole. Questa alleanza - che marca la differenza tra forze civili e militari - comprende i socialisti di Adbel Ghaffar Shukr, Misra Al-Hurrya di Amr Hamzawy, Al-Karama, Al-Dostrour e il Justice party.

Anche se molti di questi partiti continuano a essere accusati dai media - statali e privati - di sostenere l’agenda della Fratellanza Musulmana, attualmente appaiono come l’unica fragile opposizione contro lo strapotere militare. Non a caso, proprio questa alleanza si è opposta alla legge elettorale approvata a dicembre, minacciando di boicottare le prossime elezioni se i seggi assegnati attraverso la lista non diventeranno almeno 180.

Anche se è ancora presto per dire se queste minacce si trasformeranno in realtà e se è possibile immaginare un’evoluzione delle alleanze, non è prematuro immaginare un nuovo Parlamento formato da candidati tradizionali di un regime che pur avendo perso la testa è ancora radicato nel paese. Un legislativo acquiescente che riducendo la possibilità dei piccoli partiti di farsi sentire ridimensioni l’influenza della già fragile opposizione, spostando l’equilibrio politico ancora di più verso il presidente.

Nei corridoi politici che circondano il Parlamento egiziano si annusa giù odore di vecchio.

Azzurra Meringolo è ricercatrice presso lo IAI e caporedattrice di Affarinternazionali. Coordinatrice scientifica di Arab Media Report. Potete seguirla sul suo blog e su twitter a @ragazzitahrir.
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