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Metodo di Ricerca ed analisi adottato


Il medoto di ricerca ed analisi adottato è riportato suwww.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com

Vds. post in data 30 dicembre 2009 seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità delloStato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento al medesimo blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

mercoledì 14 ottobre 2015

Libia: verso una soluzione?

Medio Oriente
Il fattore Hiftar sulla crisi libica
Roberto Aliboni
07/10/2015
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In Libia il generale Khalifa Hiftar ha fatto fermare due volte il premier Abdallaal-Thinni all’aeroporto di Labraq (Beida) costringendolo a scendere dall’aereo e impedendogli di partire. Non si sa perché. Non è la prima volta che il capo del governo di Tobruk subisce le costrizioni del comandante supremo della Forza Nazionale Libica.

All’inizio di febbraio di quest’anno, mentre il negoziatore Onu Bernardino Léon conduceva a Ginevra i colloqui che avrebbero fatto emergere l’ala moderata di Misurata, Hiftar impedì ad al-Thinni di recarsi a Bengasi per una sua visita ufficiale alla popolazione, con la scusa che non era stato autorizzato dal capo delle Forze Armate, che in Libia non è il capo del governo bensì il presidente della Camera.

Questo dà un’idea di quale ipoteca sovrasta la possibile evoluzione di una soluzione politica nel paese ora che Léon è uscito di scena.

L’accordo raggiunto da Léon
Come è stato detto in un precedente articolo, Léon è uscito lasciando alle parti un bozza di accordo: i rappresentanti dovrebbero riunirsi e intendersi su chi concretamente deve ricoprire le massime cariche esecutive del Governo di Concordia Nazionale.

Una volta accordatisi, dovrebbero votare o respingere il testo. I tempi sono stretti perché la Camera dei Rappresentanti scade alla fine di ottobre. Ciò che più rileva, tuttavia, è che, anche laddove si trovasse un consenso sui nomi, non c’è intesa da parte dei rappresentanti di Tripoli su aspetti fondamentali della bozza come il ruolo del “Senato” e, soprattutto, su Hiftar, in odio non solo a Tripoli ma anche fra molti dei rappresentanti di Tobruk.

Visti i comportamenti non precisamente costituzionali di Hiftar in Cirenaica e al tempo stesso il suo furioso sforzo in corso di sgombrare gli islamisti da Bengasi per sbandierare la vittoria militare sotto il naso degli islamisti di Tripoli (e vanificare quindi ogni possibilità di intesa politica) il dissenso su Hiftar non è un ostacolo secondario. Il rischio è che la situazione trascenda e invece che alla vigilia di un accordo ci si potrebbe trovare in un rinnovato contesto di aspro scontro.

Autorevoli commenti (Frederic Wherey sul New York Times e Karim Mezran su Atlantic Council) accennano a Hiftar come il possibile ritorno di un altro “Gheddafi”, in sostanza di un altro uomo forte.

Se ciò accadesse, sarebbe in Cirenaica. Ha ragione Mezran a evocare a questo proposito l’attuazione del lungamente paventato scenario di una partizione della Libia: almeno in una prima fase, non potrebbe essere l’uomo forte dell’intera Libia ma della Cirenaica sì - dove del resto ha molti alleati - e come tale riceverebbe subito l’appoggio del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi.

In realtà, la diplomazia egiziana di recente si è messa a sostenere l’accordo proposto da Léon. Tuttavia, di fronte a un pronunciamento di Hiftar in Cirenaica non sarebbe certo il Cairo a preoccuparsene, data la sua posizione generale circa gli islamisti e la rilevanza che ha la Cirenaica per la sicurezza dell’Egitto.

Se la Russia intervenisse in Libia
Mezran evoca anche la possibilità di un intervento russo a favore di Hiftar e contro Isis e islamisti. Le affinità e le motivazioni non mancano di certo. Si può ritenere che i russi sono adesso impegnatissimi in Siria (oltre che in Ucraina), ma in fondo basterebbe loro di inviare pochi uomini e qualche aereo per mettere anche sulla Libia il loro cappello.

Si può anche obiettare che un tale allargamento dell’impegno russo nel mondo arabo comprometterebbe i difficili ma insistenti tentativi che la diplomazia di Putin sta compiendo per allargare le relazioni russe nella regione anche ai sunniti.

Hiftar, ostacolo alla pacificazione
Le implicazioni regionali e internazionali di Hiftar come “rais” della Libia sarebbero comunque forti. Uno dei motivi per cui la mediazione di Léon non ha ottenuto un successo più saldo sta nel fatto che i paesi occidentali hanno appoggiato la mediazione Onu, ma non hanno fatto nulla per togliere di mezzo un fattore, come Hiftar, che ha costituito sulla strada di quella mediazione e continua a costituire oggi un ostacolo di prima grandezza versola pacificazione della Libia.

Quello che gli occidentali non hanno fatto finora, c’è forse modo di farlo adesso, perché la catena di sviluppi immaginata da Mezran (la presa del potere assoluto in Cirenaica, il ritorno di fiamma della guerra civile in Libia, e un possibile intervento dei russi) può apparire così poco plausibile in realtà, ma non è così improbabile.

Se questi sviluppi si verificassero, non sarebbe molto positivo per l’Occidente, che con gli eventi in Siria dopo l’intervento russo appare molto smarrito e non sa che pesci pigliare.

Meglio rendere in qualche modo innocuo Hiftar perché, anche al di là dei possibili sviluppi di cui abbiamo appena parlato, è gran tempo che lo si doveva fare e farlo ora sarebbe particolarmente utile.

Roberto Aliboni è consigliere scientifico dello IAI.
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venerdì 9 ottobre 2015

Africa: nuvo atteggiamento dell'Italia

Cooperazione internazionale
Cooperazione italiana, è giunta l’ora della ribalta
Emilio Ciarlo
02/10/2015
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Il discorso di Matteo Renzi davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, in occasione peraltro dell’approvazione dei nuovi 17 Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile, è stato emblematico della nuova cifra della cooperazione italiana come chiave politica di posizionamento dell’Italia nella comunità internazionale.

L’obiettivo del futuro della cooperazione internazionale è infatti andare oltre l’aiuto per essere ancora più efficaci e raggiungere l’obiettivo dello sviluppo e della promozione umana.

Non si tratta di sottovalutare quanto bisogno di sostegno e assistenza materiale vi sia ancora in molti Paesi, ma di far evolvere le Agenzie nazionali e internazionali di cooperazione, così da adeguarle al nuovo scenario economico e geopolitico che abbiamo dinanzi.

Meno i paesi poveri, ma più i fragili
Abbiamo di fronte un nuovo panorama di Paesi emergenti in cui si riducono quelli poverissimi (scesi secondo la Banca Mondiale da oltre 60 a 34) ma aumentano i “paesi fragili” (36 secondo l’Ocse), il cui sviluppo economico è azzoppato da conflitti, debolezze istituzionali, insufficienze delle reti sociali e imprenditoriali.

Si calcola un gap di infrastrutture per il quale sarebbero necessari 8oo miliardi di dollari l’anno in Asia e quasi 100 miliardi in Africa. Uno scenario in cui si studiano nuovi strumenti di intervento: la finanza sociale per lo sviluppo, il ricorso intensivo e diffuso all’information technology, il contributo del privato e l’insistenza sul trasferimento di know how industriale.

Su tutto, la consapevolezza che i temi della povertà e della sostenibilità si affronteranno con scelte politiche di fondo (dalla tracciabilità dei “minerali da conflitto” alle regole del commercio internazionale) e non semplicemente con il trasferimento di denaro e aiuto.

Ecco perché il dibattito sulla cooperazione deve essere affrontato toccando temi nuovi, coinvolgendo nuove professionalità, con un approccio più agile e trasversale rispetto a quello fino ad ora adottato in questo campo.

Riforma della cooperazione italiana
Non c’è riunione, vertice o incontro in cui il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, non citi la riforma della nostra cooperazione con orgoglio e non indichi con ambizione il traguardo storico di “indossare entro il 2017 la maglietta numero 4” tra i donatori nel club esclusivo del G7. Parliamo di circa un miliardo e mezzo di dollari di nuove risorse da destinare alla cooperazione.

Soldi ben spesi per il Governo non solo perché aiuteranno la stabilizzazione di aree di conflitto, lo sradicamento della povertà e il contrasto al cambiamento climatico, riducendo così la pressione migratoria, ma anche perché garantiranno un ritorno politico per il Paese, per il suo standing internazionale e, non ultimo, stimoleranno una forma di “internazionalizzazione per lo sviluppo” necessaria alle nostre imprese.

Parlando all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Renzi è partito dall’orgogliosa rivendicazione dell’impegno del Paese per salvare migliaia di vite umane nel Mediterraneo e dallo sforzo di convincere l’Europa a una politica solidale e aperta verso il dramma dei profughi, per spaziare al tema dello sviluppo sostenibile in agenda a dicembre a Parigi, alla sostegno alla moratoria contro la pena di morte fino alla rivendicazione dell’obiettivo di divenire donatore virtuoso nell’aiuto allo sviluppo.

Il tutto con il disegno strategico di ridefinire lo standing internazionale del Paese a partire da queste battaglie e in vista della elezione in Consiglio di Sicurezza del prossimo anno dove ce la dovremmo vedere con Svezia e Olanda, Paesi maestri nell’utilizzare questo tipo di strumenti di “soft power”.

Nuova Agenzia italiana per la cooperazione
In questo nuovo contesto internazionale ma anche sulla scorta di questo inedito impulso politico volto a rafforzare il protagonismo internazionale dell’Italia, saranno importanti i primi passi della neonata Agenzia italiana per la cooperazione, un attore chiave della riforma, all’incrocio tra Farnesina, Palazzo Chigi, il tessuto prezioso della solidarietà internazionale e il mondo del profit responsabile.

Un’Agenzia che deve essere moderna, digitale, trasparente e innovativa, mantenere un rapporto più che virtuoso tra volume di aiuti gestiti e costi, deve diventare partner di Cassa Depositi e Prestiti sui temi della finanza per lo sviluppo e della partnership con il privato ma deve anche essere capace di ridare risorse ai progetti della società civile, della cooperazione popolare e di quella territoriale.

È ora di far uscire la cooperazione dall’angolo in cui per anni l’abbiamo relegata, di riconoscerle il ruolo politico centrale che deve avere nella nostra politica estera, un politica estera che si sta trasformandosi in “global politics”, non più limitata alle grandi trattative internazionali e ai consueti incontri bilaterali ma sempre più giocata trasversalmente su tutti i temi (dall’ambiente all’immigrazione, dalla lotta alla povertà ai trattati commerciali) e in cui proprio la cooperazione allo sviluppo potrà giocare un ruolo centrale come strumento di “soft power” per il Paese e chiave per un contributo positivo dell’Italia nel costruire un mondo più sostenibile, equo e sicuro.

Questi i temi e le prospettive che “Tomorrowland - Una strategia per la nuova cooperazione italiana”, l’e-book di Emilio Ciarlo appena uscito per le edizioni Palinsesto!

Emilio Ciarlo è consigliere del Viceministro degli esteri; esperto di relazioni internazionali si occupa soprattutto di nuova cooperazione, Europa, Mediterraneo (Twitter: @satricum).
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martedì 29 settembre 2015

Libia: una soluzione ancora lontana

Mediazione senza accordo
Libia: Léon exit, che cosa accadrà?
Roberto Aliboni
23/09/2015
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Il 20 settembre, è scaduto il mandato dell’ambasciatore Bernardino Léon come inviato speciale del segretario generale dell’Onu per la Libia. Dovrebbe esserci un nuovo inviato. Si è parlato di un diplomatico austriaco. Non sarà un’eredità facile. È anzi un’eredità assai rischiosa.

Nessun accordo è emerso da una mediazione che è durata un anno, con varie cadute e infaticabilmente di nuovo e ancora resuscitata da Léon. Nel congedarsi l’ambasciatore ha lasciato alle parti la bozza di accordo più avanzata che gli è stato possibile redigere.

Ancora una volta ha sottolineato la necessità di un governo di accordo nazionale, come quello della sua bozza, e ha esortato i libici, adottandola, a non perdere l’ultimo treno.

Ma la realtà è che esistono in Libia e soprattutto fuori della Libia forze che non accettano l’accordo e forze che l’accordo lo vorrebbero ma non hanno voluto o potuto contrastare le forze ad esso ostili nella regione.

L’interferenza degli attori regionali è e rimane un forte ostacolo. I governi occidentali hanno appoggiato la mediazione, ma non hanno impedito o limitato l’interferenza in Libia di alleati ed amici, come l’Arabia Saudita, la Turchia e l’Egitto, allo scopo di assicurarsi nella regione altri interessi e obiettivi, evidentemente ritenuti più importanti.

Perché e dove l’accordo è mancato?
Gli islamisti-rivoluzionari di Tripoli non accettano due significativi provvedimenti approvati dalla Camera dei Rappresentanti di Tobruk: la nomina del generale Hiftar come comandante supremo delle forze armate e la cancellazione della legge di epurazione istituita dagli islamisti-rivoluzionari alla fine del 2013 (indubbiamente due delle cause maggiori della guerra civile).

Inoltre, non accettano di dissolvere il loro parlamento nel Senato di nomina nelle linee di quanto suggerito da Léon, per superare in qualche modo l’antinomia creatasi con la guerra civile fra la Camera dei Rappresentanti, eletta nel giugno 2014, e il Congresso nazionale generale, arbitrariamente riesumato da quelli che le elezioni non le avevano vinte (una controversia questa che sembra echeggiare quella attualmente in corso in Italia).

Su questi punti non c’è una contrapposizione netta fra le due fazioni. Al contrario, ci sono notevoli dissensi interni e raccordi trasversali. Questo anche perché la mediazione di Léon - che in questo ha compiuto il suo capolavoro - ha fatto affiorare la spinta unitaria e democratica della società civile libica.

Questa società di fatto costituisce oggi una maggioranza, che però non ha una sua leadership (un problema comune a tutte le rivoluzioni arabe del 2011) e non riesce a superare quindi gli interessi conservatori delle rispettive forze militari e dei leader politici ad esse legati.

La prospettiva nazionale è un rischio mortale per le milizie islamiste-rivoluzionarie e per le forze di Hiftar. Le milizie hanno già ucciso una volta la transizione libica per i loro interessi. In pratica, si apprestano a farlo una seconda volta.

Le prospettive di un Governo di Accordo nazionale
Un Governo di Accordo Nazionale, come quello evocato nella bozza dell’Onu, ha comunque la sua base e potrebbe nascere da una scissione trasversale delle fazioni, lasciando fuori i militari e i politici faziosi.

Questi però attaccherebbero il nuovo governo rilanciando una nuova guerra civile. Perché il Governo di Accordo nazionale possa affrontare e superare la sua transizione ci dovrebbe essere un forte sostegno, anche militare, della società internazionale: sarebbe normale aspettarselo da parte di quella occidentale.

Ma di questo manca l’appetito, come dicono gli anglosassoni. La prova diplomatica data nel corso della mediazione di Léon, inoltre, non augura bene. Infine, è evidente che, malgrado l’allarme per il sedicente Sato islamico in Libia, gli occidentali (e i russi) sono concentrati sulla Mezzaluna Fertile, la Siria e l’Iraq.

Di fronte poi agli sviluppi della mobilità dei siriani, degli iracheni e degli afghani, finora affollati in Turchia, in Giordania e in Libano, e ora in movimento verso l’Europa, riaprendo la rotta dei Balcani, anche i flussi in arrivo più o meno imperterriti dall’Africa e dal Medio Oriente attraverso il Mediterraneo e l’Italia sembrano diventati minori.

Diplomazia e migrazioni, il ruolo dell’Occidente
Dunque che cosa accadrà? È probabile che la mediazione Onu ricomincerà con un nuovo inviato, ma difficilmente potrà riprendere la linea di Léon - come lui ha suggerito nella sua ultima conferenza stampa a Skhirat.

Potrebbe invece puntare ad aggregare le forze della pace contro i signori della guerra e i loro procuratori politici, come si è appena accennato. Ma in questo caso non potrà esimersi dal trovare e fomentare le forze esterne decise a contribuire militarmente e politicamente all’impresa, tenendo a bada i forti interessi (specialmente nella regione) che invece non sono favorevoli a questo corso. Non è un compito facile, anzi è decisamente difficile.

Per farlo, l’Onu ha bisogno di un deciso e coraggioso appoggio dei governi. I governi europei avrebbero un forte e specifico interesse a sostenere l’Onu in questa strategia.

Se dovessimo giudicare dalla situazione di oggi, questo appoggio europeo è però improbabile, anche se quello che sta accadendo con l’esodo ormai generalizzato dei rifugiati potrebbe fare il miracolo di risvegliare gli europei.

Altrimenti è plausibile che si crei in Libia un’area di confitti endemici e di continuate tracimazioni, nei cui confronti qualsiasi gestione risulterà tanto costosa quanto poco produttiva.

Roberto Aliboni è consigliere scientifico dello IAI.
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mercoledì 23 settembre 2015

Egitto: una svolta nel settore energetico

EGITTO: SCOPERTO UN ENORME GIACIMENTO PETROLIFERO

La Italiana ENI  ha scoperto al largo delle coste egiziane un giacimento petrolifero che presenta un potenziale di risorse fino a 850 miliardi di metri cubi di gas /5,5 miliardi di barili olio equivalenti)in una estensione di circa 100 chilometri quadrati. Si tratta della più grande scoperta di gas effettuata in Egitto e nel Mediterraneo e può diventare una delle maggiori scoperte a livello mondiale. Le esigenze dell’Egitto in termini di energia saranno soddisfatte per decenni. L’ENI ha effettuato il ritrovamento nella zona di esplorazione  denominata Zohr rientrante nell’accordo siglato nel gennaio 2014  con il Ministero del petrolio egiziano e con la Egyptian Natural Gas Holding Company EGAS a seguito di una gara internazionale. Il pozzo Zohr IX attraverso il quale è stata effettuata la coperta è situato a 1450 metri di profondità nel blocco di Shorouk. L’Egitto, che aveva accordi per importare gas naturale e petrolio dalla Russia e dall’Algeria con la messa in produzione del gas di Zohr diventerà autonomo e libererà gas aggiuntivo per l’importazione in altri paesi.


Massimo Coltrinari

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giovedì 17 settembre 2015

Somalia: attacchi a AMISON

se.

somalia 184

Lo scorso 31 agosto un commando di al-Shabaab, gruppo terroristico somalo affiliato ad al-Qaeda, ha attaccato la base militare di Janale (50 km a sud di Mogadiscio), causando la morte di 50 soldati ugandesi parte del contingente di AMISOM (African Union Mission in Somalia). L’elevata sofisticazione dell’attacco, caratterizzata dall’uso combinato di un attentatore suicida e di un nutrito gruppo di miliziani, ha dimostrato che, nonostante le perdite umane e territoriali degli ultimi due anni, il movimento jihadista somalo appare ben lungi dall’essere sconfitto e continua a rappresentare una seria minaccia alla stabilizzazione della Somalia e alla sicurezza di tutta la regione. Infatti, nonostante il contingente dell’Unione Africana e il Governo di Mogadiscio controllino, non senza difficoltà, i principali centri urbani del Paese, le aree rurali e numerosi villaggi sono tutt’ora amministrati dai miliziani di al-Shabaab. 
Negli ultimi tre mesi il gruppo jihadista è tornato a colpire con maggiore frequenza e durezza sia gli avamposti e le truppe di AMISOM sia le istituzioni ed alcune personalità influenti del panorama politico somalo. Una simile ripresa della attività su larga scala è probabilmente dettata dalla necessità, da parte del nuovo emiro del gruppo Ahmed Omar, di rafforzare la propria leadership dopo la morte del suo predecessore Ahmed Abdi Godane, dimostrando al contempo la vitalità e la forza di al-Shabaab. 
Il bisogno di rafforzare il proprio ruolo di comando e l’esigenza di sottolineare la perduranza del fronte jihadista somalo e di tutto il Corno d’Africa, potrebbero tradursi in un prossimo aumento degli attacchi nella regione, sia contro obbiettivi militari che contro obbiettivi civili, inclusi cittadini stranieri.

Somalia

Fonte. C.E.S.I Vk 184

sabato 5 settembre 2015

Libia: per la Comunità Internazionale è tempo di agire

Inazione internazionale
Libia: aspettando l’accordo come Godot o agire
Giuseppe Cucchi
28/08/2015
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Nella primavera del 1944 l'Unione Sovietica, esasperata dalla lunga, e sino a quel momento vana, attesa dell'apertura di un secondo fronte alleato in Europa che allentasse la pressione esercitata dalla Germania verso Est, scriveva su uno degli organi di stampa di regime "Ci sono due strade per un simile intervento.

La prima è quella naturale che prevede la discesa dall'alto dei cieli dell'Arcangelo Michele con la sua spada fiammeggiante. La seconda è quella sovrannaturale, che troverebbe espressione in uno sbarco di forze Usa e del Commonwealth nei Paesi Bassi o nel Nord della Francia".

Una valutazione surreale che però, fatti i dovuti adeguamenti, ben si adatta anche a quanto sta avvenendo in questo momento in area libica, dando con precisione l'idea di quale sia stato sino ad ora in questa crisi il comportamento di alcuni Paesi che dovrebbero essere fra i più grandi del mondo.

Paesi che, posti di fronte ad un incendio che divampa alle porte di casa, sono capaci soltanto di lanciarsi in sterili esortazioni, perennemente basate sulla speranza che alla fine sia qualcun altro ad impegnarsi, pagando di tasca propria ogni eventuale conto e rischiando di sporcarsi le mani in ciò che la lunga inerzia internazionale ha permesso divenisse un terribile pantano di lotta fra fazioni.

La lezione della ex Jugoslavia
Certo, la ricerca di una soluzione negoziale è auspicabile in ogni crisi, qualsiasi siano la sua entità e le sue dimensioni. Altrettanto certo è il fatto che eventuali canali di dialogo fra le parti debbano essere mantenuti aperti anche nei momenti in cui le armi fanno sentire con maggiore intensità la loro voce.

Nel contempo però è irenicamente assurdo sperare che tutti i contenziosi possano trovare una accettabile soluzione intorno ad un tavolo di trattative.

Se ci si lascia guidare da questa idea si rischia di non concludere nulla e di ritrovarsi domani con una crisi ancora da risolvere ma approfondita e peggiorata dal trascorrere del tempo. E non si tratta della peggiore delle possibili ipotesi, considerato come il volere raggiungere un accordo a tutti i costi possa magari indurre le parti a concordare su tregue o paci talmente insostenibili da portare in sé i germi di future, peggiori catastrofi.

In particolare, come tra l'altro in tempi relativamente recenti ci hanno tragicamente dimostrato le guerre della dissoluzione jugoslava, ogni crisi ha un suo preciso momento di culmine superato il quale il bilancio di sangue versato è divenuto tanto pesante, e gli odi reciproci così profondi, che diviene inutile sperare che le parti possano accettare di aprire un dialogo e condurlo avanti, più o meno autonomamente, sino ad un accordo.

Il dialogo, se dialogo ci sarà, potrà soltanto essere imposto dall'esterno, da altri protagonisti più forti, disposti ad impegnarsi in prima persona per costringere, sorvegliare, garantire.

È il ruolo che nella catastrofe jugoslava hanno svolto gli Stati Uniti, riuscendo a tirarsi dietro sotto le bandiere della Nato anche buona parte di una Unione europea (Ue) i cui sforzi si erano limitati sino a quel momento a sagge esortazioni alla ragione, tanto ripetute quanto vane.

Interventi diplomatici internazionali ‘leggeri’
Nella crisi libica siamo ancora palesemente a quel medesimo stadio, nonostante il fatto che la situazione sull’altra sponda del Mediterraneo divenga di giorno in giorno più complicata e pericolosa, con l'Isis che potrebbe a breve scadenza dilagare a macchia d'olio da Sirte e che già ora costella di focolai di infezione tutti i paesi vicini, primo fra tutti l'Egitto.

Di fronte a simili dati di fatto che cosa possiamo mettere sul tavolo? Una iniziativa delle Nazioni Unite, affidata oltretutto non a una personalità di spicco che potrebbe conferirle l'adeguato peso politico ma ad un diplomatico spagnolo bravo quanto si vuole ma estremamente leggero sul piano della considerazione internazionale.

Non c'è così da stupirsi se l'esercizio diplomatico ha finito col trasformarsi in una ripetitiva e sterile partita di ping-pong fra il governo di Tobruk e quello di Tripoli, impegnati a rimpallarsi in eterno accuse e responsabilità.

Alla mediazione delle Nazioni Unite s’è aggiunta di recente "l'esortazione" alle parti promossa dal ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni. Iniziativa certamente lodevole - cui hanno subito aderito alcuni fra i maggiori protagonisti della scena internazionale, ben contenti di avere trovato il modo di poter dire domani "Ho tentato di fare qualcosa!" -, ma che rischia di essere completamente inutile se non verrà integrata a breve scadenza da misure concrete e decisive.

Così come essa è ora, l'iniziativa ricorda infatti soltanto l'esortazione che San Filippo Neri rivolgeva ai bambini del suo oratorio: "Buoni, state buoni … se potete!". No, questi bambini libici sono bambini che per il momento proprio non possono stare buoni!

Che cosa possiamo fare? Alternative
Ritorna quindi, insistente e sino ad ora pressoché totalmente inevasa, la domanda "Che cosa possiamo fare"? E soprattutto che cosa può fare l'Italia, un Paese che è in prima fila per ciò che riguarda gli elementi di danno e di rischio connessi alla crisi, ma che nel contempo assolutamente non dispone della forza necessaria a farvi fronte da sola?

Al di là della tentazione di far tintinnare le sciabole, che sempre più spesso si individua nell'ambito di alcuni settori della nostra politica e dei nostri mass media, da ogni equilibrata valutazione emerge infatti con impressionante chiarezza come un eventuale nostro sforzo in senso militare potrebbe concretizzarsi al massimo nell'invio in area di una forza composta da un totale di 10/15 mila uomini: 15 nel caso in cui lo sforzo dovesse essere di breve durata, 10 se esso fosse destinato a prolungarsi nel medio e lungo termine.

Una disponibilità tanto esigua di forze rende indispensabile per l'azione la costituzione di una qualsiasi forza multinazionale di dimensioni adeguate. Il che significa muoversi sotto una delle tre bandiere possibili, vale a dire in primo luogo quella delle Nazioni unite, poi quella della Nato ed infine quella della Ue.

Non possedendo né la leadership degli americani né la disinvoltura neo colonialista della Francia non possiamo infatti pensare a ‘coalitions of the willings’ cui possano associarsi, sollecitati da una nostra iniziativa, altri Paesi dell'area mediterranea dotati, essi sì, di forze militari di entità sufficiente a configurare una forza di peacekeeping credibile. Il riferimento è chiaramente all'Egitto e alla Algeria, minacciati quanto noi e per molti aspetti più di noi dalla crisi libica.

Non subordinare l’azione al consenso libico
Perché esista domani una forza di peacekeeping - anzi per essere precisi di peaceenforcing! - destinata ad operare nel Paese occorre però che sin da oggi qualcuno inizi a proporne la costituzione nelle sedi dovute, chiarendo tra l'altro che essa dovrebbe comunque essere messa in piedi indipendentemente da quell'assenso congiunto dei due governi di Tobruk e di Tripoli, entrambi per molti versi illegittimi, che potrebbe in futuro venire o più probabilmente non venire.

È tempo quindi che l’Italia inizi a muoversi in quella direzione, cercando magari di dare forza alla sua voce con il tentativo di imporre la sicurezza europea come un unicum inscindibile che renda impossibile separare ciò che avviene in questo momento a nord est, in Ucraina ed ovunque i nostri interessi contrastino con quelli russi, con quanto sta succedendo a sud, dall'altro lato di quel mare Mediterraneo che in questo particolare periodo storico unisce ed accomuna molto più di quanto non separi.

A corollario e a premessa, come più volte già indicato in sedi autorevoli ma mai realizzato, occorrerebbe cercare di tagliare i cordoni finanziari che ancora alimentano le fazioni in lotta permettendo loro di perpetuare gli scontri.

Tagliare i cordoni finanziari
Una operazione quanto mai difficile, che da un lato richiederebbe adeguate pressioni politiche sui vari sponsor dei combattenti, un elenco molto lungo che coinvolge buona parte del mondo arabo, e non soltanto di quello.

D'altro canto, invece, su scala nazionale, bisognerebbe costringere l'Eni a cercare altrove fornitori sostitutivi della aliquota di idrocarburi per cui ancora dipendiamo dalle forniture della Libia, interrompendo così oltre al flusso di petrolio e gas verso l’Italia, anche quel continuo flusso di valuta che dall'Italia raggiunge la Banca centrale libica, organismo preposto a smistarlo poi in maniera equilibrata fra tutte le parti in lotta.

Un flusso la cui esistenza fa sì che gli italiani possano essere annoverati non solo fra le maggiori vittime, ma altresì fra i maggiori responsabili del perdurare di questa crisi.

Per quanto grandi possano apparire le difficoltà, bisogna quindi tentare di agire, essendo pronti se necessario ad adottare soluzioni imperfette e pericolose e sapendo che spesso bisognerà scegliere il male minore e turarsi eventualmente il naso accettando se indispensabile alleati per molti versi discutibili.

Il tutto nella piena consapevolezza del fatto che il tempo gioca contro di noi e ci obbligherà quindi, qualora decidessimo di impegnarci, ad adottare tutta una serie di quelle "decisioni sul tamburo" che le grandi democrazie hanno sempre difficoltà a concepire ed accettare.

Ci sono soluzioni alternative? Sì, forse quella di attendere anche noi la discesa dal cielo di un Arcangelo Michele armato di spada fiammeggiante e disposto a risolvere tutti i nostri problemi!

Giuseppe Cucchi, Generale, è stato Rappresentante militare permanente presso la Nato e l’Ue e Consigliere militare del Presidente del Consiglio dei Ministri.
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mercoledì 2 settembre 2015

Egitto: il canale di Suez potenziato

EGITTO:  I DATI SUL CANALE DI SUEZ

Il 25 luglio u.s. il nuovo canale di uez è stato aperto alla navigazione dopo i lavori di raddoppio parziali avviati l’anno scorso. . Sono stati completati i lavori di dragaggio lungo i 35 chilometri del nuovo canale che affianca il vecchio all’altezza di Ismailia . Il progetto aveva un bilancio di 8,2 miliardi di dollari .. Una volta completati i lavori delle aree accessorie l’Egitto prevede un aumento dei ricavi del 259% incrementado il passaggio giornaliero dagli attuali 49  navi a 97.

Massimo Coltrinari

mercoledì 19 agosto 2015

Ciad: le attività di Boko Haran

’onere del terrorismo
Onu inquieta per Boko Haram sul lago Ciad
Elvio Rotondo
13/08/2015
 più piccolopiù grande
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha recentemente espresso, nel corso di una riunione formale, la propria preoccupazione per la continua minaccia alla pace internazionale e alla sicurezza da parte del gruppo terroristico Boko Haram nell’area del Bacino del lago Ciad.

Il Consiglio di Sicurezza, pur riconoscendo i progressi compiuti contro Boko Haram a seguito di sforzi militari regionali comuni negli ultimi mesi, incoraggia una maggiore cooperazione regionale al fine di stroncare il gruppo terroristico, fermamente condannato per le sue continue violenze, le violazioni dei diritti umani e i rapimenti di massa compiuti nel bacino del lago Ciad.

Il Consiglio, riconoscendo l'onere economico che grava sui paesi interessati dagli attacchi di Boko Haram e accogliendo il continuo impegno degli Stati membri e dei partner internazionali che partecipano al sostegno della Multinational Joint Task Force (Mnjtf), ha invitato la comunità e i donatori internazionali a sostenerne, in particolare, la capacità operativa.

A tal proposito, l'African Union Commission (Auc) si propone di organizzare una conferenza dei donatori a sostegno degli sforzi degli Stati del bacino del lago Ciad e il Benin.

Violenze incessanti e crescenti
La violenza nel nord della Nigeria, come in tutta l’area del Lago Ciad, non accenna a diminuire e ne sono dimostrazione gli ultimi attentati avvenuti nella metà del mese di luglio nelle città di Gombe e Damaturu, che hanno causato l’uccisione di più di 60 persone.

A determinare la morte di vittime innocenti sarebbero stati alcuni ordigni esplosivi fatti deflagrare nelle vicinanze di luoghi di culto nella città di Damaturu e in un mercato cittadino due giorni prima nella città di Gombe. Lunedì 27 luglio, il gruppo avrebbe ucciso e poi decapitato una ventina di pescatori ciadiani che stavano pescando nel lago Ciad nei pressi del villaggio di Baga.

L’area di maggiore preoccupazione è quella a ridosso del lago Ciad (con quasi 1,9 milioni di sfollati) che vede coinvolti diversi paesi tra cui la parte nord orientale della Nigeria (che rispetto al sud del paese è sottosviluppata, malgovernata e islamica), Camerun, Niger, Ciad e Benin.

A preoccupare, oltre al processo d’inaridimento del lago, che interessa circa 30 milioni di persone che vi abitano, sono purtroppo anche le penetrazioni terroristiche che da anni continuano a mietere vittime. Un fenomeno che da sola la Nigeria fatica a controllare, senza l’aiuto dei paesi frontalieri del bacino del lago che condividono il problema.

Malgrado il grosso impegno assunto da questi paesi e l’aiuto di altre organizzazioni internazionali, il gruppo terroristico Boko Haram continua a seminare terrore e a controllare buona parte del nord della Nigeria e le zone confinanti.

I lavori degli esperti
Alcuni mesi fa e precisamente nel mese di febbraio, si erano incontrati diversi esperti di alcune organizzazioni locali ed internazionali allo scopo di redigere la bozza del documento operativo della Mnjtf, forza regionale composta da Camerun, Nigeria, Ciad, Niger e Benin per combattere le minacce terroristiche del gruppo Boko Haram.

Esperti della Commissione del Bacino del lago del Ciad (Camerun, Ciad, Niger e Nigeria più il Benin), l’Unione africana (Au), l’Ecowas, l’Onu, rappresentanti della Ue e altre organizzazioni hanno partecipato all’incontro rendendo nota la bozza del documento, Concept of Operations (Conops), della Mnltf.

La Bozza, secondo un comunicato stampa, prevede la creazione di un ambiente sicuro e protetto nelle zone interessate dalle attività di Boko Haram e altri gruppi terroristici, allo scopo di:

- ridurre in modo significativo la violenza e gli abusi contro i civili nel pieno rispetto del diritto internazionale;
- facilitare l'attuazione di programmi di stabilizzazione complessiva da parte degli Stati membri del “Bacino del lago Ciad” e Benin nelle aree colpite, tra cui il pieno ripristino del potere statale e il ritorno degli sfollati e dei rifugiati;
- agevolare, nel limite delle sue capacità, le operazioni umanitarie e la fornitura di assistenza alle popolazioni colpite.

Il 12 giugno la Nigeria e i suoi vicini alleati hanno deciso che a guidare la nuova Task Force sarebbe stata proprio la Nigeria contro il nemico numero uno, Boko Haram. Un segnale del neo eletto presidente nigeriano Buhari, con il preciso intento di dare un duro colpo all’organizzazione terroristica islamica.

La forza sarà composta da 8.700 uomini e la leadership sarà della Nigeria con a capo il generale Iliya Abbah, la posizione di Vice Comandante verrà ricoperta da un ufficiale del Camerun, mentre nel primo anno la posizione di Capo di Stato Maggiore sarà assegnata ad un ufficiale ciadiano.

Se la forza agirà con armi, equipaggiamento adeguato e la determinazione che merita sarà un brutto colpo per i terroristi ma, ad un progetto del genere dovrà seguire un approccio politico diverso dal passato e soprattutto di sviluppo per le aree interessate per impedire al gruppo di Boko Haram di continuare a sfruttare il malcontento della popolazione, soprattutto di quella giovane.

Elvio Rotondo è Country Analyst de “Il Nodo di Gordio”.
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giovedì 13 agosto 2015

Mediterraneo senza padrone

Mare non più Nostrum
Il Mediterraneo senza potenza egemone
Giuseppe Cucchi
28/07/2015
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Il Mare Nostrum ha un passato di feroci conflitti per il predominio, sin dalle lotte triangolari tra Greci, Fenici ed Etruschi. Questi ultimi vennero eliminati dai Siracusani con la battaglia navale di Cuma, nel 474 a.C., un po’ come sei anni prima, a Salamina, la lega panellenica aveva liquidato il tentativo di penetrazione persiano.

Furono poi i romani che misero fine all’egemonia marittima fenicia, distruggendo Cartagine, conquistarono la Grecia e portarono ad unità strategica il bacino, con un monopolio che, tra Roma e Bisanzio, durerà circa ottocento anni.

Un passato tra unità e divisione
Lo rompe, nel VII-VIII secolo, l’impetuosa avanzata dell'Islam. Per Henri Pirenne è una divisione, destinata a durare più di mille anni, che spiega il regresso economico dell’alto medioevo. Per Fernand Braudel invece, pur nel suo frazionamento fra due civiltà contrapposte, il Mediterraneo mantiene la sua prevalente funzione di ponte, di collegamento, attraverso cui le parti si scambiano uomini, merci, contatti e soprattutto idee.

Finita l’era dei grandi imperi mediterranei, a vantaggio di quelli oceanici, sin dalle guerre napoleoniche diviene assoluto il predominio nel bacino della Royal Navy, che trasforma in pratica il Mediterraneo in un mare inglese, che assicura, da Gibilterra a Suez, la continuità delle comunicazioni imperiali.

Provarono un paio di volte, prima Napoleone e poi (si parva licet componere magna) Erwin Rommel a interrompere quel collegamento in Egitto, senza riuscirci. Naturalmente molte altre marine operavano nel Mediterraneo, ma il dominio strategico restava saldamente britannico, almeno sino alla spedizione anglo-francese a Suez, nel 1956, quando si prende ufficialmente atto che il bacino ha un nuovo egemone, gli Stati Uniti.

Questi ultimi sono più elastici e sfumati, anche perché il loro avversario è la grande potenza continentale sovietica, e operano quindi essenzialmente sotto la bandiera dell'Alleanza Atlantica, riuscendo comunque a mantenere fuori dal bacino le forze di Mosca.

Il dilemma attuale
Ma cosa è oggi il Mediterraneo? E cosa dobbiamo attenderci da un futuro che appare così pregno di radicali cambiamenti da rischiare di configurare i prossimi anni a venire più come una fase rivoluzionaria della storia della umanità che come un periodo di rapida evoluzione, certo rischiosa ma tutto sommato controllabile?

Ci stiamo avviando verso un periodo di rinnovata separazione delle sponde del Mare Nostrum che ricorderà, almeno per analogia, la contrapposizione fra Maometto e Carlomagno descritta da Pirenne? Oppure il Mediterraneo ritornerà a quella prevalente funzione di ponte fra culture diverse su cui Braudel concentrava la propria attenzione? E chi controllerà il bacino? Una sola potenza o superpotenza? Un oligopolio di protagonisti? Un condominio in cui agiscano di comune accordo tutti gli Stati rivieraschi?

Nel tentare di definire questo ancora incerto futuro tre punti sembrano però già acquisiti sin da ora.

Gli Stati Uniti si defilano un poco
Il primo è il deciso calo d'interesse per il bacino da parte di Stati Uniti che appaiono intenzionati a concentrare verso altre aree del mondo la loro potenza residua. Il disimpegno di Washington è stato fino ad ora molto limitato, considerato come una flotta Usa sia ancora ancorata a Gaeta e come nell'Italia, che domina geograficamente entrambi i bacini del Mare Nostrum, la presenza militare americana sia cresciuta e non calata - caso unico in Europa - dopo la fine della guerra fredda.

Il Presidente Obama ha però già abbondantemente chiarito come la sua nuova linea strategica non preveda più un impegno in prima fila degli Stati Uniti nell'area, ma lasci invece agli alleati il compito di operare da gendarmi regionali.

Si trattava forse di una buona intenzione, ma la via dell'inferno è spesso lastricata di buone intenzioni. Il primo frutto della nuova strategia statunitense è stata quell'immediata rinascita delle ambizioni neo colonialiste francesi e britanniche che ha rapidamente condotto al disastro libico.

Arrivano altre potenze
Il secondo punto, diretta conseguenza del disimpegno statunitense, è il progressivo affacciarsi nel bacino di altre potenze che un tempo gli erano estranee. La prima è la Russia che con il recupero della Crimea ha consolidato la sua presenza navale in Mar Nero e che ora tende, come si diceva un tempo, "a sfociare nelle acque calde". Mosca ha già una sua base navale a Tartous, in Siria, ed accordi particolari con Cipro. La difficile situazione della Grecia nell’Ue potrebbe offrire a Mosca altre opportunità.

In pari tempo anche la Cina si sta scoprendo potenza navale e, almeno parzialmente, potenza navale mediterranea, se non altro per la necessità di proteggere gli investimenti fatti nella cosiddetta area del "Mediterraneo allargato".

Non dimentichiamoci di come, all'inizio della crisi libica, Pechino abbia dovuto evacuare per via navale dal paese a rischio ben 26.500 suoi concittadini, e lo abbia fatto brillantemente. Così adesso la Cina ha più o meno acquistato il porto del Pireo, tratta per insediarsi in quello di Taranto, partecipa alle azioni anti pirateria che si svolgono in Oceano Indiano, partecipa con la Russia a manovre navali congiunte nel Mediterraneo Orientale e semina propri reparti militari nelle azioni di pace dell'Onu che si svolgono intorno al bacino. Una politica che potrebbe ricordare quella del pre-deployment delle unità americane di un tempo.

Il grande progetto della "Silk road, Silk belt" che dovrebbe condurre a migliorare sostanzialmente i collegamenti commerciali, terrestri e navali, fra l'Asia e l'Europa nei prossimi dieci, venti anni, comporterà una presenza cinese nel Mediterraneo notevolmente accresciuta rispetto a quella attuale.

È previsto infatti che la Silk road navale, partita dalla Cina, entri nel Mare Nostrum da un Canale di Suez di cui l'Egitto sta già raddoppiando la portata e termini nei porti dell'Adriatico, rinnovando in maniera simbolica lo storico collegamento fra Xi’An e Venezia.

Gli arabi sono in mezzo al guado
Il terzo punto da seguire con estrema attenzione è il fermento della sponde arabe del nostro bacino, travagliate dalla affannosa ricerca di un nuovo equilibrio interno delle differenti componenti dell'ecumene islamico nonché dall'insorgere di tentazioni estremistiche così forti che al momento attuale appaiono estremamente difficili non solo da sopprimere ma addirittura da contenere.

Tanto più poi che tutti coloro che si candidano ad esercitare ruoli di leadership locale non appaiono, almeno sino a questo momento, disponibili a pagare il prezzo in oro ed in sangue indispensabile per imporre la propria leadership.

Pirenne o Braudel?
In definitiva si va dunque verso un oligopolio navale destinato a controllare sempre di più le acque del bacino mediterraneo, sullo sfondo del progressivo attenuarsi di una presenza americana che tenderà a farsi più debole, a meno di inversioni di tendenza che per il momento appaiono molto improbabili.

Permarrà inoltre anche una condizione di forte instabilità delle sponde arabe destinata a durare ancora per parecchi anni , e quindi a lasciare sostanzialmente ancora aperto ad entrambe le possibili soluzioni il quesito di Braudel e di Pirenne.

Da chiedersi poi, in conclusione, se vi sarà un ruolo anche per l'Unione Europea in questo scenario e di quale ruolo si tratterà. Ma prima è forse meglio chiedersi di che Unione Europea si tratta!

Giuseppe Cucchi, Generale, è stato Rappresentante militare permanente presso la Nato e l’Ue e Consigliere militare del Presidente del Consiglio dei Ministri.
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lunedì 3 agosto 2015

Egitto: la Fratellanza disegna il suo futuro

Nuovi leader, vecchio corso
Egitto: Fratellanza fra repressione e divisioni
Azzurra Meringolo
02/08/2015
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È sempre più tagliente il conflitto interno a quel che resta della Fratellanza Musulmana egiziana. Tenuto segreto il più possibile per non scalfire l’immagine di una Confraternita già in crisi a causa degli attacchi esterni, dopo che il battibecco tra alcuni suoi leader è andato in onda sugli schermi delle televisioni egiziane, lo scontro è divenuto di dominio pubblico.

Tra Turchia e Qatar, ma le redini al Cairo
Dalla deposizione, nel luglio 2013, del presidente islamista Mohammed Mursi, la Fratellanza si è confrontata con ingenti perdite, dovute soprattutto a defezioni obbligate dal confronto con quel “nuovo regime” che nel dicembre 2013 l’ha definita un’organizzazione terroristica, confinandola nuovamente alla clandestinità.

A causa del congelamento dei beni di più di mille organizzazioni caritatevoli accusate di essere affiliate agli estremisti islamici, la Fratellanza non è neanche riuscita a portare avanti quelle attività sociali che hanno di solito un grande impatto sulla popolazione.

Le retate, gli arresti di massa, le condanne a morte imposte a molti dei suoi membri hanno poi sconvolto l’organizzazione della sua leadership.

La Confraternita non ha però rinunciato alla sua lotta. Per portarla avanti alcuni membri sfuggiti alla morsa della giustizia egiziana hanno trovato rifugio in Turchia e Qatar da dove cercano di coordinare la loro resistenza. I Fratelli rimasti al Cairo vogliono però tenere le redini del movimento.

Largo ai giovani
Per ricostruire la sua struttura, la Fratellanza ha dovuto confrontarsi con quanto avvenuto sul territorio egiziano, in primis la necessità di agire nuovamente clandestinamente, dovendo tenere quotidianamente conto delle mosse delle forze di sicurezza egiziane.

La riorganizzazione della leadership è passata attraverso un processo di consultazione interno che ha portato all’elezione, nel febbraio 2014, di una commissione per la gestione della crisi.

Anche se Mohammed Badie - guida suprema del movimento, condannato a morte - è stato confermato leader spirituale, i militanti hanno eletto anche il vertice di quella che chiamano la commissione della gestione della crisi. Questo è coadiuvato da un segretario incaricato di supervisionare le questioni prettamente organizzative e da un ufficio per gestire gli affari esteri della Fratellanza.

Secondo Georges Fahmy, ricercatore egiziano presso il Carniegie di Beirut, con queste nuove elezioni si sarebbe sostituito il 65% della leadership. Il 90% di queste new entry sarebbero giovani, ovvero quei quarantenni che solo tre anni fa la vecchia leadership considerava troppo freschi per far parte dell’esecutivo del movimento.

Ritorno alla violenza, ma limitata 
Questo cambiamento nelle fila di testa riecheggia anche sulla tattica politica della Confratenita. Ritenendo fallimentare la gestione dei loro predecessori, i giovani non si starebbero facendo scrupoli a tornare alla lotta armata, caratteristica della Fratellanza dei primi decenni.

La nuova leadership sembra aver optato per un ricorso limitato alla violenza: usarla per operazioni che mirano a colpire il regime, ma non nei confronti di civili.

Basta leggere la cronaca di cui sono pieni i quotidiani egiziani per capire le conseguenze di questo nuovo approccio. Non sono pochi i militanti che hanno iniziato - per ora solo a titolo personale - a prendere di mira vetture e uffici della polizia, causando incidenti che rischiano di alienare quella significativa parte della popolazione che nell’estate del 2013 ha mostrato un forte scontento nei confronti della Fratellanza, chiedendone l’uscita di scena.

Leadership e base popolare
Seguendo quei mezzi di informazione che dallo scorso maggio hanno dato ampio spazio al botta e risposta tra le diverse fazioni della Confraternita, si apprende che lo scontro interno alla Fratellanza va ben oltre il dilemma sul ricorso alla violenza, espandendosi anche sul rapporto che deve esistere tra la leadership e la base popolare del movimento.

Una buona percentuale dei nuovi dirigenti ritiene che il processo decisionale debba essere più democratico e che le scelte non devono più essere imposte dai vertici sulla base. Anzi dovrebbero essere i consigli dei militanti a guidare la leadership.

Anche se i media egiziani continuano a trasmettere immagini e filmati che mostrano quanto tagliente sia lo scontro interno alla Fratellanza, è difficile pensare che questo spettacolo andrà avanti ancora a lungo.

Entrambe le fazioni temono infatti che mostrandosi parte di una Confraternita non coesa possano perdere credito. È quindi probabile che il tono dello scontro, almeno quello pubblico, si abbassi. Ma nei loro incontri clandestini, i Fratelli Musulmani continueranno a bisticciare.

Del resto, nessuna delle opzioni attualmente in tavola sembra perfetta per il futuro della Confraternita. Il dilemma è quello tra un ritorno alla disciplina piramidale del passato e la decentralizzazione inaugurata dalla nuova gestione.

Mentre quest’ultima rischia di rallentare e indebolire il processo decisionale, la prima opzione potrebbe portare a un progressivo allontanamento di quei giovani che ora si accontentano di ricorrere alla violenza limitata, ma che presto potrebbero anche essere pronti ad arruolarsi in quei movimenti estremisti che stanno sconvolgendo il Medio Oriente.

Azzurra Meringolo è ricercatrice dello IAI. Coordinatrice scientifica di Arab Media Report. Potete seguirla sul suo blog e su twitter a @ragazzitahrir.
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venerdì 31 luglio 2015

Libia: tracciato un percorso per la ricostruzione dello Stato

L’Onu e l’accordo ‘zoppo’
Libia: un arduo percorso dopo Skhirat
Roberto Aliboni
26/07/2015
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L’11 luglio, le delegazioni libiche presenti a Skhirat (Marocco) hanno siglato la quinta versione di Léon per un accordo di concordia nazionale. L’accordo non è stato accettato dagli irriducibili della coalizione “Alba della Libia”, la coalizione che siede a Tripoli.

Nel corso dei primi sei mesi di quest’anno, “Alba” si è frantumata. Via via che gli ultimi round del negoziato lasciavano emergere l’accordo, i duri e gli irriducibili hanno costituito al posto di “Alba” un “Fronte della Fermezza” di milizie con un buon seguito nel Congresso Nazionale Generale (Cng) - la delegazione che non è andata a Skhirat e non ha firmato l’accordo.

Le istituzioni internazionalmente riconosciute di Tobruk hanno firmato, in particolare la Camera dei Rappresentanti (CdR). Tuttavia, dietro la firma appare in piena evidenza la spaccatura in merito alla presenza e al ruolo del generale Hiftar: circa la metà dei Rappresentanti non lo ha mai voluto e non lo vuole come capo supremo dell’Esercito Nazionale Libico.

Questi rappresentanti e altre forze, anche in seno allo stesso Esercito, aspettano che l’accordo di Skhirat entri in vigore per fare fuori il generale.

Il percorso che l’accordo prefigura
L’accordo - in sostanza una “road map” - prevede ora l’inizio di una seconda fase negoziale nel cui ambito dovranno essere regolati dettagli cruciali: la nomina del presidente e la formazione del Consiglio di Presidenza (che deciderà all’unanimità); la nomina dei membri del nuovo Alto Consiglio di Stato (una sorta di Senato con poteri consultivi - e forse alcuni poteri decisionali negli adempimenti politici maggiori - destinato a cooptare nelle istituzioni i membri del Cng di “Alba” fermo restando il legittimo ruolo di legislatoredella CdR); il governatore della banca centrale; il presidente della compagnia petrolifera di stato (Noc).

Infine, il Consiglio di Presidenza dovrà procedere allo scioglimento delle milizie e alla ricostituzione della catena di comando: è in questa prospettiva che i nemici trasversali di Hiftar prefigurano l’estromissione di Hiftar e dei suoi accoliti.

Dunque, la mediazione dell’Onu ha raggiunto il risultato di enucleare e poi aggregare al centro le forze moderate del paese, interessate e pronte al compromesso, ma - ciò facendo - ha altresì messo ai margini i loro bracci armati e consegnato la guida della transizione a delle forze politiche inermi, esposte alle prevedibili reazioni dei duri di destra e di sinistra. Né Hiftar né i comandanti delusi di “Alba” sono dei Cincinnati.

È evidente l’estrema fragilità di quello che in sé e per sé è un grande successo negoziale. Come oggi ovunque nella regione, i militari prevaricano ogni sviluppo civile e democratico, riproponendo un deplorevole corso storico nel Medio Oriente contemporaneo.

Come consolidare questo successo della diplomazia e proteggerlo dai rischi di violenze e colpi di mano che stanno appena dietro l’angolo, sia nelle vesti dei militari di Tobruk sia in quelle dei vari comandanti di Tripoli e dei loro patroni politici interni ed esterni?

Estrema fragilità del processo negoziale
Innanzitutto, il negoziato continua, sempre sotto la guida di Bernardino Léon (e della diplomazia americana ed europea che fin qui lo ha sostenuto con forza e competenza).

Léon molto saggiamente ha lasciato la porta aperta a tutti coloro che non hanno firmato a Skhirat, senza porre preclusioni di sorta ad islamisti e comandanti. Si ha ragione di credere che non pochi odierni oppositori finiranno per saltare sul carro di Skhirat: ovunque nel paese i sostenitori della guerra sono sempre più isolati. La previsione, perciò, è che l’accordo vada a consolidarsi.

In questa fase ulteriore del negoziato sarà molto importante il ruolo che sapranno svolgere i membri della comunità internazionale. Essi dovranno saper mettere bene in chiaro sia la loro volontà di aiutare la Libia a ricostruirsi come comunità democratica sia la loro intenzione di astenersi da ogni interferenza politica nei loro interventi a favore di questa ricostruzione.

L’opinione pubblica e le elite della Libia sono estremamente sensibili sul punto dell’interferenza ed il rischio è che qualunque benintenzionata azione dall’esterno sia subito affondata da qualsiasi gratuita accusa di asservimento ad interessi e cospirazioni di potenze straniere.

Il ruolo della Comunità internazionale
Ciò pone un grave problema per quanto riguarda l’aiuto di cui hanno invece estremo bisogno le inermi forze centriste destinate a governare la Libia sulla base degli accordi in corso.

L’emergente governo libico ha bisogno come minimo di forze internazionali destinate a sorvegliare i cessate-il-fuoco e le intese di sicurezza che il Consiglio di Presidenza è chiamato dagli accordi di Skhirat a mettere in pratica.

Più in generale ha bisogno di forze internazionali destinate a proteggere le istituzioni, le grandi infrastrutture e le missioni diplomatiche (una forza di cui è difficile per ora sapere se deve essere di semplice “peace keeping” o di “enforcement”).

È difficile dire quali Paesi potrebbero inviare queste forze: ci sono ovvii inconvenienti per quanto riguarda i Paesi occidentali, ma ce ne sono anche per quanto riguarda i paesi arabi e quelli africani. Tutti sono destinati a confrontarsi con una situazione estremamente volatile sul piano della sicurezza e impervia su quello politico.

Difficile da organizzare, l’intervento dell’Onu può essere facilmente complicato dalle interferenze in atto. La diplomazia occidentale - a prescindere dall’invio di forze di pace - dovrebbe premere sui suoi alleati arabi e africani - soprattutto sui primi - affinché non interferiscano.

Il Qatar alla fine di giugno ha emesso una chiara dichiarazione con la quale si è tirato fuori dal patrocinio che ha esercitato negli ultimi anni a favore delle forze di “Alba”e degli islamisti.

Nelle ultime battute del negoziato, la Turchia sembra essersi ugualmente tenuta da parte. L’Egitto continua invece a perseguire la sua forte interferenza a favore di Tobruk e soprattutto di Hiftar. È giunto il momento di riportare il Cairo alla ragione.

‘Astensioni’ e sanzioni
Infine, è anche giunto il momento di erogare le dovute sanzioni personali ai “cattivi” leader che si oppongono all’accordo e già agiscono come suoi “spoilers”.

La Reuters riportava il 20 luglio che l’Ue sta considerando una lista alla cui testa si trovano Abdulrahman Suweihli, un irriducibile di Misurata (in netta controtendenza con la sua stessa città), e Salah Badi, un noto “comandante” islamista. Sulla lista ci sarebbero anche Hiftar e il suo capo dell’aviazione, Jaroushi.

Sembrano mancare invece altri nomi di indomiti guerrafondai ed estremisti, come Nuri Bu Sahmein, il leader del Blocco dei Martiri e presidente del Cng. Avrà l’Ue il coraggio di farlo? Non è la prima volta che considera delle liste, ma finora nessuna decisione è stata presa. Una lista, convergente con quella Ue circola anche a livello del Consiglio di Sicurezza. Anche qui è arrivato il momento di agire.

Le misure che la crisi libica richiede per essere condotta a buon fine mostrano non poche volte l’esistenza di contraddizioni rispetto agli interessi di sicurezza dei Paesi della comunità internazionale chiamati a metterle in atto.

Abbiamo già evocato il caso dell’Egitto, ma anche la coalizione anti-Is, gli Usa, la Francia e l’Italia hanno degli interessi e delle urgenze che potrebbero portarli a forzature o strumentalizzazioni nell’interpretazione e nell’esecuzione di dette misure.

La pressione della lotta al sedicente Stato islamico, la necessità di proteggere gli interessi italiani e francesi in Egitto e nel Sahel, l’urgenza posta dall’emigrazione clandestina potrebbero indurre questi paesi e l’Ue a interventi in Libia - come il piano di lotta militare ai trafficanti - che a conti fatti si rivelerebbero dannosi alla nuova transizione democratica libica e, perciò, nel medio-lungo periodo, anche agli interessi nazionali che s’intende proteggere o promuovere.

Francia, Usa, Egitto e Italia hanno mezzi e motivazioni per intervenire e sostenere la società libica a uscire dalla sua crisi: ci si aspetta che lo facciano ma con la pazienza e la lungimiranza necessarie a non essere troppo influenzati dalle loro urgenze nazionali.

Roberto Aliboni è consigliere scientifico dello IAI.
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giovedì 30 luglio 2015

Eritrea: finalmente l'ONU si pronuncia

Diritti dell’uomo
In Eritrea, l’Onu mette in luce le ombre
Francesco Celentano
18/07/2015
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La commissione d’inchiesta sull’Eritrea ha presentato al Consiglio dell’Onu per i diritti umani il rapporto derivante da oltre un anno di analisi della situazione nel Paese africano: 484 pagine che sono state rese pubbliche il 26 giugno a Ginevra e definite, da molti osservatori internazionali, agghiaccianti.

La commissione era stata istituita nel giugno 2014 con la risoluzione 26/24 del Consiglio per i diritti umani. Lo scopo era di reperire informazioni veritiere, magari frutto d’ispezioni in grado di accertare la situazione dei diritti umani e in generale di sondare lo stato dell’arte in merito ai lavori di riassetto istituzionale iniziati nel 1997 con una nuova costituzione, mai applicata, e proseguiti con costanti modifiche normative volte ad implementare i poteri dell’Esecutivo.

Un rapporto in differita
Il rapporto della commissione d’inchiesta spiega come sia ormai la paura che governa il Paese anziché la legge. Una paura frutto del costante uso di violenza e giustizia arbitraria quali strumenti di esercizio del potere esecutivo a discapito di qualsivoglia forma di opposizione democratica, libertà di stampa e di espressione.

La commissione non ha mai potuto visitare il Paese, nonostante le numerose richieste formali presentate dai funzionari Onu, ed ha dovuto, quindi, redigere il rapporto basandosi “solo” su oltre 500 testimonianze e circa 160 resoconti scritti: tutte informazioni pervenute da cittadini eritrei fuggiti all’estero o segretamente attivi nell’opposizione al governo del presidente Isaias Afewerki.

Leggendo il rapporto si evince la totale assenza in Eritrea di uno stato di diritto. Ogni azione compiuta dal Governo, quindi, dalle torture fisiche, agli abusi sessuali, alle rappresaglie sull’intera famiglia di un condannato, non è considerabile come una violazione, mancando ogni forma di garanzie civili.

Il Paese è all’ultimo posto al mondo, preceduto solo dalla Corea del Nord, per libertà d’informazione. Esiste un unico partito, nonostante la citata Costituzione del 1997 preveda un parlamento multipolare, e vige un ufficioso divieto di espatrio che permette alla polizia di frontiera di “sparare per uccidere” qualsiasi cittadino eritreo che provi ad uscire dal Paese.

Cittadini in fuga: 5000 al mese
Nonostante sia rischioso, e molto costoso, sono moltissimi i cittadini eritrei, circa 5000 ogni mese, che provano a fuggire chiedendo asilo in Europa. Un tale dato spiega il motivo per cui il numero di richieste d’asilo provenienti dall’Eritrea e rivolte a Paesi dell’Unione europea (Ue) nel 2015 sia secondo solo a quello della Siria.

I cittadini eritrei che vivono, quindi, in una situazione di terrore documentata dall’Onu quest’anno, ma già resa nota nel 2014 da Human Rights Watch e da Reporters Without Borders, provano a fuggire, spesso inutilmente, sperando di essere accolti in realtà in cui vi sia rispetto per la vita umana.

A tal proposito il rapporto Onu spiega che buona parte degli atti documentati si potrebbe configurare come crimini contro l’umanità, possibili oggetto di ricorso alla giustizia penale internazionale, stante la sicura non accettazione di eventuali conseguenze da parte del governo in carica. Un governo, noto al mondo per il proprio isolamento internazionale, pari solo quello del regime nordcoreano, in grado di rigettare ogni forma di contestazione ma sempre disponibile ad accogliere aiuti internazionali.

La Comunità internazionale passiva
Fa specie, infatti, quanto poco si discuta del caso eritreo, legittimando indirettamente il governo a perpetrare il proprio atteggiamento, dispotico, sicuro di agire nell’indifferenza di una Comunità internazionale impegnata su altri fronti e comunque poco interessata al caso.

I media internazionali dedicano una discreta attenzione, ad esempio, alle vicende nordcoreane, caratterizzate dalle costanti minacce nucleari, ma non informano, se non marginalmente, circa quella che molti studiosi definiscono la Corea del Nord d’Africa, appunto, l’Eritrea.

Attualmente, il Paese è soggetto a sanzioni economiche dell’Onu per la propria connivenza con il gruppo terroristico somalo di stampo islamista Shabaab, ma non per il modo in cui tratta i cittadini.

Il rapporto ha evidenziato anche quanto le promesse democratiche del 1997 siano ormai cadute nel dimenticatoio, mentre le detenzioni arbitrarie e l’inesistenza di ogni forma di libertà hanno preso, tristemente, il sopravvento nel Paese.

È recente la notizia di un avvio delle trattative tra Ue e governo di Asmara per la concessione di oltre 300 milioni di euro in aiuti allo sviluppo. Tale iniziativa sta generando, a giusto titolo, le critiche di buona parte delle organizzazioni eritree sorte all’estero per sostenere la causa dei diritti umani nel Paese, prima tra tutte “Eritrei democratici”.

La richiesta, rivolta all’Ue, è di non concedere alcun aiuto economico se non in cambio d’impegni sul fronte della tutela dei diritti umani e soprattutto previa esposizione di un piano di rilancio dell’economia che chiarisca come, questi fondi, saranno impiegati.

Ancora una volta, quindi, l’Onu ufficializza, mediante un apposito resoconto, quanto già noto alla Comunità internazionale e ancora una volta quest’ultima, non fa niente, o quasi, per provare a risolvere quanto emerso.

Il Paese africano, come molti altri del continente, patisce ancora le conseguenze di una devastante colonizzazione, italiana prima ed etiope poi, entrambe poco proficue per la giovane nazione del Corno d’Africa che rischia di raggiungere nuovi tristi primati divenendo una sorta di campione assoluto di violazioni democratiche e dei diritti umani.

Francesco Celentano, neolaureato in Giurisprudenza e praticante legale, si sta specializzando nello studio del diritto internazionale, già oggetto della sua tesi di laurea redatta durante un periodo di ricerca presso l'ufficio delle Nazioni Unite di Ginevra.
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mercoledì 15 luglio 2015

Egitto: i rapporti non facili con la Libia

Sinai e Libia
Egitto, la crescente minaccia del terrorismo
Elvio Rotondo
13/07/2015
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L’Egitto, Paese considerato tra i più importanti dell’Africa settentrionale, è stato recentemente scosso da attentanti terroristici avvenuti all’interno dei suoi confini, specie nella penisola del Sinai, che hanno causato numerose vittime tra le forze dell’ordine e le forze armate, oltre che tra i combattenti affiliati allo Stato Islamico.

Senza considerare il disagio della popolazione locale stanca per un’emarginazione che va avanti da tempo. Sabato 11 luglio, un’esplosione al Cairo ha investito il Consolato d’Italia, facendo un morto e almeno nove feriti, tutti cittadini egiziani.

La situazione nel Sinai
La penisola del Sinai è ormai molto nota non solo in quanto meta di vacanze nelle bellissime località sul Mar Rosso e nelle spiagge dei resort turistici famosi come Sharm el Sheikh, ma, purtroppo, anche per gli attacchi sempre più sanguinosi portati da cellule affiliate allo Stato Islamico.

La povertà e l’alienazione politica tra i beduini, nativi della regione, hanno permesso a gruppi armati di prosperare in un terreno fertile, presentando nuove minacce all’equilibrio regionale. Molti gruppi si sono riuniti sotto il controllo di Ansar al-Bayt Maqdis, formazione affiliata prima ad al-Qaeda e dallo scorso novembre allo Stato Islamico. Il gruppo, secondo alcune fonti, sarebbe composto da stranieri, jihadisti della regione e appartenenti a tribù locali e conterebbe su diverse migliaia di combattenti.

Il ruolo di Hamas
Secondo alcune fonti, uno degli elementi destabilizzanti per la penisola del Sinai è il gruppo di Hamas, inserito ultimamente dall’Egitto nell’elenco delle formazioni terroristiche per il coinvolgimento del suo braccio armato negli attacchi contro le forze di sicurezza egiziane nella penisola a partire dal 2013, subito dopo la deposizione dell’ex president Morsi.

Gli attacchi sono arrivati nonostante le misure di sicurezza rigorose imposte dall'esercito egiziano nel Sinai, tra cui il coprifuoco notturno e la creazione di una zona cuscinetto lungo il confine di Gaza per evitare l’infiltrazione dei militanti dal territorio palestinese.

Un bilancio sanguinoso
Sembra che una quantità imprecisata di armi ed esplosivi arrivino attraverso i tunnel scavati a ridosso del confine e utilizzati principalmente per il contrabbando. Solo pochi giorni fa, è stato motivo di preoccupazione il lancio di tre razzi dal Sinai verso il territorio di Israele probabilmente con l’intento di innescare una reazione da parte dello stesso.

La maggiore determinazione del governo egiziano a combattere i gruppi legati all’IS nella Penisola del Sinai avrebbe comportato un’intensificazione e una maggiore complessità degli ultimi attacchi da parte dei combattenti jihadisti nella penisola.

Dal mese di ottobre scorso, la polizia e l'esercito hanno intensificato ulteriormente la presenza nel Sinai. Dal rovesciamento del governo del presidente islamista Mohammed Morsi nel luglio del 2013 sarebbero stati uccisi almeno 600 tra poliziotti e personale delle forze armate.

L’impegno dell’Egitto in Libia
Sul fronte libico si percepisce un forte impegno egiziano a sostenere il governo legittimo libico a Tobruk. Fonti autorevoli riportano che l’Egitto fornirebbe armi ed equipaggiamento militare al generale Haftar, comandante delle forze armate libiche.

Secondo quanto riferito da IHS Jane’s, recenti immagini satellitari di Google Earth avrebbero mostrato cinque MiG-21, probabilmente di provenienza egiziana, alla base aerea di Gamal Abdel Nasser, a 25 km a sud di Tobruk. Secondo il giornale in lingua inglese Libya Herald, oltre all’Egitto, gli Emirati Arabi Uniti avrebbero fornito all’esercito libico elicotteri d’assalto Mi-35 nel mese di aprile.

La Libia è considerata un boccone particolarmente ghiotto dai gruppi affiliati all’IS, poiché luogo dove regna il caos con armi e munizioni facilmente recuperabili in tutto il territorio e punto strategico di notevole importanza.

La presenza degli jihadisti dello stato islamico in alcune zone della Libia ha notevolmente aumentato il caos già presente nel Paese, preoccupando sempre di più non solo il governo legittimo con sede a Tobruk e quello di Tripoli (non riconosciuto dalla maggioranza della comunità internazionale), ma anche i paesi vicini.

Azioni di rappresaglia
L’Egitto è uno di questi paesi e proprio qualche mese fa ha agito militarmente in Libia come rappresaglia, lanciando una consistente offensiva aerea contro le postazioni dei jihadisti colpendo obiettivi a Derna e utilizzando le proprie forze speciali nella zona, a seguito della decapitazione di 21 prigionieri cristiani egiziani da parte dell’IS.

Per il presidente al-Sisi la guerra civile libica rappresenta una minaccia non solo per la presenza di gruppi affiliati allo Stato islamico e la vicinanza geografica, ma anche per la presenza dei sostenitori dei fratelli musulmani, nemici giurati da quando ha assunto la direzione del paese nel 2013, spodestando il presidente Mohammed Morsi ei suoi sostenitori.

Il fronte yemenita
Il Governo egiziano si trova pertanto a dover fronteggiare le minacce terroristiche dalla Libia, dalla penisola del Sinai e le proteste nelle città egiziane da parte di elementi della Fratellanza Musulmana, nemici dichiarati di al-Sisi.

L’Egitto è anche impegnato militarmente nella coalizione a guida saudita contro lo Yemen e contro gli Houthi che hanno rovesciato il presidente Hadi. Nei primi giorni del mese di maggio il governo egiziano aveva prorogato di tre mesi l’impiego all’estero di elementi appartenenti alle forze armate per continuare la partecipazione alla coalizione contro lo Yemen.

Non è decisamente una situazione idilliaca per il governo egiziano dover affrontare contemporeneamente I numerosi problem che impattano con la sicurezza nazionale. Un’estate bollente da tutti I punti di vista.
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giovedì 2 luglio 2015

Mediterraneo e la perdita della sua centralità

Prospettive orientali
Il Mediterraneo e la via della seta
Giuseppe Cucchi
21/06/2015
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A differenza di altri Paesi, che sono in pari tempo mediterranei ed atlantici, l'Italia è sempre stata, malgrado le sue aspirazioni, un Paese mediterraneo.

Anche in queste poche decadi in cui il ranking nazionale in seno al Gotha dell'economia mondiale ha obbligato l'Italia a considerare quanto avviene nel mondo con una visione globale, il fuoco della nostra attenzione si è sempre concentrato sull'area corrispondente al cosiddetto "Mediterraneo allargato".

Non che le due altre sfere naturali della nostra politica, quella atlantica e quella europea, venissero trascurate, anzi. L'approccio italiano a tali ambiti era però sempre un approccio caratterizzato dalla mediterraneità del Paese.

Nella Alleanza atlantica entrammo sin dall'inizio a titolo pieno, unico fra i paesi sconfitti nella Seconda Guerra Mondiale, anche perché portavamo in dote una posizione geografica che ci rendeva indispensabili per il controllo dei due settori del Mediterraneo.

Considerazione che spiega anche perché l'Italia sia stata sino a poco fa l'unico membro storico della Nato in cui la presenza militare Usa è cresciuta, e non calata, dopo la caduta del muro di Berlino.

Oltre alla dimensione atlantica, anche quella europea della nostra politica è stata sempre condizionata dalla dislocazione mediterranea del nostro Paese.

Nei tempi andati, quando la Politica agricola comune fruiva del novanta per cento del bilancio del Mec, la nostra produzione agricola ci associava automaticamente a quella degli altri Stati che si affacciavano sul bacino.

In tempi più recenti, le nostre preoccupazioni politiche si sono concentrate più sul quadrante arabo e su quello balcanico dei confini europei piuttosto che su quello baltico o dell'Europa centrale.

Mediterraneo non più centrale
Da molti secoli però il Mediterraneo non ha più quella centralità di cui aveva goduto sino alla fine del 1400, allorché i viaggi di Colombo da un lato, quelli di Vasco da Gama dall'altro, hanno iniziato l'era della "centralità atlantica".

Da ombelico del mondo europeo, strada maestra di tutti i suoi commerci, sede degli Stati più ricchi ed avanzati del continente, il mare nostrum è decaduto al ruolo di bacino secondario.

I Paesi rivieraschi che non avevano anche una sponda atlantica hanno dovuto subire, da quel momento in poi, una storia fatta da altri, senza più godere della possibilità di scolpire da soli il proprio destino. Una condizione che l'apertura del Canale di Suez ha un poco alleviato, senza però riuscire a mutarla radicalmente, alcuni secoli dopo.

Nulla dura in eterno ed anche la "centralità atlantica" ha imboccato da ormai un ventennio, in parallelo alla straordinaria crescita politica ed economica dell'Asia, la strada del declino. Ad essa sta subentrando la "centralità del Pacifico", che gli Stati Uniti hanno immediatamente recepito spostando dalla costa Est alla costa Ovest del loro grande Paese larga parte della loro attenzione.

In Europa invece nulla è cambiato, nonostante che il commercio da e per l'Asia si faccia di giorno in giorno più intenso e che tutte le importazioni ed esportazioni europee siano inesorabilmente costrette a seguire, in assenza di agevoli percorsi stradali o ferroviari, la rotta di Suez.

Si trattava di una occasione straordinaria per ridare al Mediterraneo una nuova centralità, in ambito europeo e non soltanto in quello. Gli Stati rivieraschi non hanno pero saputo coglierla, forse perché adeguarsi alla nuova situazione avrebbe di necessità comportato un radicale cambio di passo e di mentalità.

Dal nazionale all'internazionale, dal tattico allo strategico, da una visione a breve a una a lunga scadenza. Il tutto integrato dall'avviamento di opere di dimensioni colossali che richiedevano l'impegno di capitali altrettanto colossali ed avrebbero dovuto essere realizzate in tempi molto ristretti.

Il risultato è stato che si è fatto poco o nulla e che le poche battaglie combattute - in Italia quella per trasformare Gioia Tauro nel terminale dei containers cinesi e giapponesi e quella per aprire il porto di Taranto ai cinesi - sono state regolarmente perse.

Anziché recuperare centralità il Mediterraneo rimane così al margine, mentre le merci asiatiche entrate da Suez escono da Gibilterra e continuano ad essere scaricate nei grandi porti atlantici europei. All'orizzonte oggi si stanno profilando due cambiamenti che richiedono grande attenzione e lungimiranza strategica.

Rotta del Nord contro via della seta
Il primo è il progressivo riscaldamento del pianeta che propizia lo scioglimento dei ghiacci rendendo a poco a poco praticabile la rotta intercontinentale che unisce l'Asia all'Europa passando a Nord della Russia.

Ancora dieci, quindici anni e se non si verificano poco probabili inversioni climatiche questa rotta a Nord, molto più corta e quindi più economica, finirà col prevalere sulla rotta a Sud.

Il secondo è invece rappresentato dal colossale progetto cinese, presentato pochi mesi fa dal presidente Xi Jin Ping e denominato "Silk road, silk belt". L'idea cinese è quella di riuscire ad attivare, nel breve giro di una decina d'anni, un grande fascio di comunicazioni stradali e ferroviarie che colleghino l'Asia all'Europa passando per Asia centrale e Russia, ed approdando infine in Germania, con tempi di percorrenza quanto più possibile ridotti.

A questa "silk belt", che per gran parte ricalcherebbe l'antica via della seta, si dovrebbe affiancare una grande rotta marittima, la "silk road", che unirebbe la Cina all’Africa e all'Europa terminando, con uno straordinario richiamo storico culturale, nella Venezia da cui Marco Polo partì un tempo per il lontano Katai.

Quale siano la serietà e la portata dell'iniziativa cinese è dimostrato dalla velocità con cui si è mossa Pechino, riuscendo a concludere in brevissimo tempo accordi sul progetto tanto con la Russia quanto con il Pakistan.

Una ulteriore conferma è la dimensione degli impegni finanziari già assunti dai cinesi, che hanno posto quaranta miliardi di dollari a disposizione degli Stati asiatici desiderosi di associarsi ma bisognosi di consistente sostegno economico tanto per intervenire sui loro assi stradali e ferroviari che per incrementare le loro capacità portuali lungo l'asse marittimo.

Quest’ultimo treno…
C'é così in ballo una nuova e forse definitiva sfida per quello che riguarda la "centralità mediterranea”. In una decina d'anni, se non vogliamo che i piani cambino, dobbiamo infatti attrezzarci perché i nostri porti dell'Adriatico riescano - magari in sistema con quelli dell'altra sponda - ad assorbire ed a smistare il prevedibile colossale volume di traffico.

A corollario e completamento di questo andrebbero poi potenziati anche i nostri i collegamenti stradali e ferroviari con la Germania, in maniera tale da congiungere adeguatamente il terminale di arrivo marittimo della "silk road, silk belt" con quello terrestre.

Non si tratta di impresa da poco, ma la sfida ed il conseguente impegno sono talmente forti che potrebbero costituire il decisivo colpo di frusta per la ripresa della nostra economia.

E poi .... c'era una volta una vecchia canzone che parlava dell'ultimo treno, "the three ten to Yuma...", il treno delle tre e dieci del mattino per Yuma. Se perdi quello è inutile che aspetti, perché non passeranno altri treni. È quanto succederà alla "centralità mediterranea" se il nostro ed altri Paesi dell'area non saranno capaci di raccogliere il guanto di una sfida che è in pari tempo una straordinaria opportunità.

Giuseppe Cucchi, Generale, è stato Rappresentante militare permanente presso la Nato e l’Ue e Consigliere militare del Presidente del Consiglio dei Ministri.
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