Progetto 2026 Raccolta testimonianze Missioni all'Estero
Missione UNOSOM IBIS I, Somalia Mogadiscio Corrado MAZZONE1
L
a
missione UNOSOM Somalia aveva lo scopo di porre termine al conflitto
interno che da tempo insanguinava il cosiddetto “corno d’Africa”,
la Somalia. L’Arma dei Carabinieri dava a supporto della missione
personale specializzato in forza all’allora 1° Battaglione
Carabinieri paracadutisti “TUSCANIA”, all’epoca ancora
inquadrato all’interno della Brigata Paracadutisti “FOLGORE”.
In qualità di comandante di squadra, nell’aprile del 1993, con il
grado di Brigadiere, venni catapultato in quel territorio martoriato
da anni dalla guerra civile e dove per la prima volta presi contatto
con una realtà fatta di povertà, fame e valore della vita pari a
zero. Avevo già avuto una esperienza pregressa in Libano dove nel
gennaio del 1990 era esplosa la guerra civile nel settore cristiano,
ma in quell’angolo di continente la realtà era ancora più grave.
Anche Mogadiscio aveva la sua “Linea Verde” che divideva i due
principali clan con a capo il presidente Ali Mahdi e ed il generale
Aideed che oltre la città si contendevano le regioni circostanti.
Con il passare delle settimane, durante i vari servizi assegnati alla
mia unità, iniziavo a prendere contatto con la popolazione e cercavo
di comprendere come fosse possibile che un popolo così fiero ed
operoso fosse caduto in quel baratro. Ogni giorno il personale
militare del contingente si adoperava per dare supporto alla
popolazione, tra cui importante era la distribuzione delle derrate
alimentari o l’assistenza medica presso l’ambulatorio di fronte
la sede della vecchia Ambasciata d’Italia, ma per quanto ci si dava
da fare sembrava di svuotare il mare con un secchiello. Osservavo la
spensieratezza dei bambini con tutta la loro innocenza e voglia di
vivere, così come da contraltare osservavo la laboriosità degli
adulti per cercare di sopravvivere un altro giorno. Ricordo ancora
come gli stipendi dei lavoratori locali venivano pagati con le
banconote trasportate all’interno delle buste nere della spazzatura
e trasportate con la carriola, tanto alta era l’inflazione. I primi
mesi di missione passarono quasi tranquilli, ma da giugno in poi le
cose cambiarono accostandomi ad un’altra realtà. Il 5 giugno un
dispositivo dei caschi blu pakistani fu attaccato causando la morte
di 23 di essi e in quell’occasione ebbi occasione di conoscere
anche la sorte riservata a cinque prigionieri pakistani e di come
potessero i somali mostrare il loro lato peggiore. Poi ci fu il 27
giugno, dove altri militari della coalizione erano caduti negli
scontri. La tensione tra il contingente e la popolazione somala
aumentava fino ad arrivare all’apice il 2 luglio 1993. Quel giorno
mi ero svegliato con il pensiero di come riuscire a fare gli auguri a
mia moglie per il nostro terzo anniversario di matrimonio (le
comunicazioni telefoniche con l’Italia erano un po' difficoltose),
ma ben presto mi resi conto che la giornata avevano preso altra
piega. Nella tarda mattinata la mia unità si trovò coinvolta in
pieno in uno dei più tristi fatti d’Arma dalla fine della 2^
guerra Mondiale. Ricordo ancora quei momenti e di come il tempo
sembrasse dilatarsi. Per la prima volta mi trovavo in mezzo ad un
combattimento nato dal nulla e finito in tragedia. Vedevo passarmi
accanto i corpi dei nostri caduti, dei feriti, sentivo il concitare
di ordini, ma nel contempo mi concentravo su quello che mi accadeva
attorno. A quel tempo c’era ancora il servizio di Leva e molti
erano giovanissimi soldati al loro battesimo di fuoco e vedere il
vigore e preparazione con cui riuscivano a contrastare gli eventi mi
ha reso conscio di come il personale del contingente fosse preparato
e pronto ad esprimersi al meglio anche nelle situazioni più
critiche. Nei giorni a seguire la consapevolezza di aver superato
quella difficile e triste giornata ha accresciuto in noi tutti i
l
rispetto l’uno per l’altro, una esperienza che si fissava in
maniera indelebile nelle menti dei partecipanti agli eventi. Nei
giorni a seguire, nonostante il divieto di movimento dettato dagli
organi superiori, io e la mia squadra, avendo maggiore libertà di
movimento rispetto al resto del contingente, mi recavo a visitare gli
italiani feriti e ricoverati presso l’ospedale militare americano
cercando, nella vicinanza, di dare un po' di conforto. In
quell’ospedale erano ricoverate persone che per me erano amici,
colleghi, camerati. Successivamente contro il Contingente furono
effettuati altri attacchi, anch’essi con altri feriti, altri morti.
Ad agosto il mio mandato era scaduto e a metà mese ero già sul C130
che mi riportava in Patria. Nonostante i tristi eventi bellicosi,
consapevole di lasciarmi alle spalle un Paese distrutto, nella mia
mente restava il ricordo di uomini, donne e bambini estranei a tutta
quella violenza e con cui avevo allacciato bellissimi rapporti di
amicizia e che hanno contribuito a farmi amare quella terra.
Sicuramente l’esperienza maturata in Somalia mi ha accresciuto
professionalmente, mentre dal lato umano mi ha lasciato il cuore
spezzato all’idea di non intravedere un futuro migliore per la
popolazione somala. Negli anni successivi sono ritornato a Mogadiscio
e nonostante qualche piccolo segno di rinnovamento urbano la città
non era poi così diversa da come l’avevo lasciata. Attualmente la
morsa in cui il terrorismo islamico di Al-Shabaab ha stretto il Corno
d’Africa non lascia scampo a quelle persone indifese che vivono in
quei territori. Trovare ancora la popolazione somala immersa nella
povertà, nella fame e nella guerra in cui anni addietro l’avevo
lasciata ha scatenato in me una sensazione di amarezza. Nonostante il
breve arco temporale, i quattro mesi trascorsi in Somalia non rendono
giustizia alle emozioni vissute da me all’epoca, ma sono sicuro che
chi quel periodo come me lo ha vissuto sa quali emozioni ci portiamo
nel nostro cuore e nella nostra mente.
1Corrado Mazzone, 1963, Carabinieri, 1° Battaglione Carabinieri Paracadutisti “TUSCANIA”, Missione UNOSOM IBIS I, Somalia, Mogadiscio, aprile-agosto 1993, Brigadiere.
