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Metodo di Ricerca ed analisi adottato


Il medoto di ricerca ed analisi adottato è riportato suwww.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com

Vds. post in data 30 dicembre 2009 seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità delloStato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento al medesimo blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

giovedì 9 aprile 2026

Corrado Mazzone Missione UNISON IBIS I Somalia Mogadiscio

 Progetto 2026 Raccolta testimonianze Missioni all'Estero

Missione UNOSOM IBIS I, Somalia Mogadiscio Corrado MAZZONE1


L a missione UNOSOM Somalia aveva lo scopo di porre termine al conflitto interno che da tempo insanguinava il cosiddetto “corno d’Africa”, la Somalia. L’Arma dei Carabinieri dava a supporto della missione personale specializzato in forza all’allora 1° Battaglione Carabinieri paracadutisti “TUSCANIA”, all’epoca ancora inquadrato all’interno della Brigata Paracadutisti “FOLGORE”. In qualità di comandante di squadra, nell’aprile del 1993, con il grado di Brigadiere, venni catapultato in quel territorio martoriato da anni dalla guerra civile e dove per la prima volta presi contatto con una realtà fatta di povertà, fame e valore della vita pari a zero. Avevo già avuto una esperienza pregressa in Libano dove nel gennaio del 1990 era esplosa la guerra civile nel settore cristiano, ma in quell’angolo di continente la realtà era ancora più grave. Anche Mogadiscio aveva la sua “Linea Verde” che divideva i due principali clan con a capo il presidente Ali Mahdi e ed il generale Aideed che oltre la città si contendevano le regioni circostanti. Con il passare delle settimane, durante i vari servizi assegnati alla mia unità, iniziavo a prendere contatto con la popolazione e cercavo di comprendere come fosse possibile che un popolo così fiero ed operoso fosse caduto in quel baratro. Ogni giorno il personale militare del contingente si adoperava per dare supporto alla popolazione, tra cui importante era la distribuzione delle derrate alimentari o l’assistenza medica presso l’ambulatorio di fronte la sede della vecchia Ambasciata d’Italia, ma per quanto ci si dava da fare sembrava di svuotare il mare con un secchiello. Osservavo la spensieratezza dei bambini con tutta la loro innocenza e voglia di vivere, così come da contraltare osservavo la laboriosità degli adulti per cercare di sopravvivere un altro giorno. Ricordo ancora come gli stipendi dei lavoratori locali venivano pagati con le banconote trasportate all’interno delle buste nere della spazzatura e trasportate con la carriola, tanto alta era l’inflazione. I primi mesi di missione passarono quasi tranquilli, ma da giugno in poi le cose cambiarono accostandomi ad un’altra realtà. Il 5 giugno un dispositivo dei caschi blu pakistani fu attaccato causando la morte di 23 di essi e in quell’occasione ebbi occasione di conoscere anche la sorte riservata a cinque prigionieri pakistani e di come potessero i somali mostrare il loro lato peggiore. Poi ci fu il 27 giugno, dove altri militari della coalizione erano caduti negli scontri. La tensione tra il contingente e la popolazione somala aumentava fino ad arrivare all’apice il 2 luglio 1993. Quel giorno mi ero svegliato con il pensiero di come riuscire a fare gli auguri a mia moglie per il nostro terzo anniversario di matrimonio (le comunicazioni telefoniche con l’Italia erano un po' difficoltose), ma ben presto mi resi conto che la giornata avevano preso altra piega. Nella tarda mattinata la mia unità si trovò coinvolta in pieno in uno dei più tristi fatti d’Arma dalla fine della 2^ guerra Mondiale. Ricordo ancora quei momenti e di come il tempo sembrasse dilatarsi. Per la prima volta mi trovavo in mezzo ad un combattimento nato dal nulla e finito in tragedia. Vedevo passarmi accanto i corpi dei nostri caduti, dei feriti, sentivo il concitare di ordini, ma nel contempo mi concentravo su quello che mi accadeva attorno. A quel tempo c’era ancora il servizio di Leva e molti erano giovanissimi soldati al loro battesimo di fuoco e vedere il vigore e preparazione con cui riuscivano a contrastare gli eventi mi ha reso conscio di come il personale del contingente fosse preparato e pronto ad esprimersi al meglio anche nelle situazioni più critiche. Nei giorni a seguire la consapevolezza di aver superato quella difficile e triste giornata ha accresciuto in noi tutti i l rispetto l’uno per l’altro, una esperienza che si fissava in maniera indelebile nelle menti dei partecipanti agli eventi. Nei giorni a seguire, nonostante il divieto di movimento dettato dagli organi superiori, io e la mia squadra, avendo maggiore libertà di movimento rispetto al resto del contingente, mi recavo a visitare gli italiani feriti e ricoverati presso l’ospedale militare americano cercando, nella vicinanza, di dare un po' di conforto. In quell’ospedale erano ricoverate persone che per me erano amici, colleghi, camerati. Successivamente contro il Contingente furono effettuati altri attacchi, anch’essi con altri feriti, altri morti. Ad agosto il mio mandato era scaduto e a metà mese ero già sul C130 che mi riportava in Patria. Nonostante i tristi eventi bellicosi, consapevole di lasciarmi alle spalle un Paese distrutto, nella mia mente restava il ricordo di uomini, donne e bambini estranei a tutta quella violenza e con cui avevo allacciato bellissimi rapporti di amicizia e che hanno contribuito a farmi amare quella terra. Sicuramente l’esperienza maturata in Somalia mi ha accresciuto professionalmente, mentre dal lato umano mi ha lasciato il cuore spezzato all’idea di non intravedere un futuro migliore per la popolazione somala. Negli anni successivi sono ritornato a Mogadiscio e nonostante qualche piccolo segno di rinnovamento urbano la città non era poi così diversa da come l’avevo lasciata. Attualmente la morsa in cui il terrorismo islamico di Al-Shabaab ha stretto il Corno d’Africa non lascia scampo a quelle persone indifese che vivono in quei territori. Trovare ancora la popolazione somala immersa nella povertà, nella fame e nella guerra in cui anni addietro l’avevo lasciata ha scatenato in me una sensazione di amarezza. Nonostante il breve arco temporale, i quattro mesi trascorsi in Somalia non rendono giustizia alle emozioni vissute da me all’epoca, ma sono sicuro che chi quel periodo come me lo ha vissuto sa quali emozioni ci portiamo nel nostro cuore e nella nostra mente.

1Corrado Mazzone, 1963, Carabinieri, 1° Battaglione Carabinieri Paracadutisti “TUSCANIA”, Missione UNOSOM IBIS I, Somalia, Mogadiscio, aprile-agosto 1993, Brigadiere.